Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

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Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Il posto dove volano le aquile.

We’ll never stop we all run
Far away, not alone
To the place where the eagles fly
On wings we’re riding high
Until the time will come
Anywhere, anyone
Where the rays of eternal life
Are shining to the sun

(Freedom Call – Journey into Wonderland)

La cavalcata di sir Jack aveva lasciato il posto a un leggero trotto.

Era giunto, egli, accompagnato da una piccola scorta, nel posto desiderato: davanti a sé, un’immensa vallata verde, bagnata dall’oro del sole al suo tramonto.

“È magnifico qui, mio signore” volle dire Barbaros, il suo scudiero, in preda all’emozione.

“Vero? È il posto in cui sono nato, e presto vedremo il Santo, che ci fornirà tutte le risposte”

Per quel motivo sir Jack si era mosso, aveva bisogno di risposte e le avrebbe ottenute. Ne aveva sentito parlare tantissimo, da ragazzo, e per lui era una figura mistica, leggendaria.

Anche se, guardando e vivendo il paesaggio che si estendeva ai suoi occhi, stava pensando che anche solo quel posto fosse santo di suo.

Tutto sembrava disegnato da un mirabile artista, ogni cosa sembrava essere naturalmente al suo posto e al gruppo pareva proprio essere catapultati in un sogno, in una terra così lontana dagli orrori della guerra, delle trame politiche, delle prevaricazioni e delle ingiustizie.

La valle presentava al centro un fiume che scorreva placido verso sud, dove si trovava il mare.

“In questo fiume sgorga non solo l’acqua, ma tantissimi miei ricordi legati all’infanzia” spiegò sir Jack. “Quante cose sono capitate qui”

Il fiume lambiva un piccolo bosco, che il cavaliere sapeva essere abitato da una tribù selvaggia ma pacifica.

“Chissà che fine ha fatto Jonathan…” pensò fra sé Jack, riferendosi al vecchio capo tribù che non vedeva da anni.

Mentre la spedizione procedeva, il paesaggio cambiava con loro: dal bosco e il fiume, il paesaggio lasciava il posto a un piccolo villaggio, annunciato da alcune fattorie poste appena fuori.

“Non siamo diretti al villaggio” annunciò il cavaliere al suo gruppo “ma fra le montagne”

Queste non erano poste lontano dal villaggio, il quale seppur visto da fuori rimaneva molto invitante e colorato, dati i suoni allegri e i profumi che giungevano a loro, ma il paesaggio che offrivano era unico al mondo: era possibile attraversarle attraverso alcune gole che conducevano sempre più in alto ma richiedevano di smontare da cavallo, e nel frattempo al di sopra delle teste dei visitatori volavano le aquile.

Che spettacolo erano! Veleggiavano libere nell’aria, avanti e indietro, come se stessero veramente facendo la guardia a quel paesaggio incantato.

“Ecco, è qui che abita il Santo, colui che conosce tutte le risposte”

“Mio signore, guardate!”

Sir Jack si voltò e mirò il paesaggio della sua infanzia dall’altro. Il villaggio al centro, il bosco sulla sinistra, tutto contornato dal fiume placido che scorreva sempre ed eternamente, mentre la verde vallata si spegneva verso il sole ormai morente.

Mentre osservavano tutti, la brezza della sera esordiva accarezzando loro la faccia, portando con sé un certo odore fresco.

Era quella, la landa dove volavano le aquile, un’isola felice completamente estranea alle loro realtà quotidiane.

Ed ecco che un pensiero gli si fece strada: era poi necessario andare dal Santo a chiedere… che cosa doveva chiedere poi? Quel posto non aveva forse tutte le risposte?

E sir Jack capì. Capì che forse non c’è un posto come casa propria, quando non si ha un altro posto dove andare.

Kaden e le Fontane di Luce/12

Capitolo 12

Achtalesh osservò tutti gli astanti, anche coloro i quali si nascondevano dietro di lui.

Il difetto di non avere un collo visibile era compensato dalla maestosità del suo busto, dalle sei zampe, di cui due anteriori che fungevano da braccia, e dalla coda lunga diversi metri.

“Mi presento” esordì. “Mi chiamo Achtalesh, detto il Furbo, e uccido uomini, Centauri, Plexigos e ogni altro essere vivente senza eccezione alcuna”

Ed ecco la bugia, si disse. Fintantoché aveva un accordo col Re non poteva uccidere né lui né i suoi seguaci.

“Achtalesh il Furbo, eh?” disse Flavia. “Ebbene, noi siamo le Amazzoni, e possiamo sconfiggerti!”

“Certo” rispose il Drago. Osservò la schiera e sorrise. “O forse… non tanto certo. Chissà! Sta di fatto che morirete tutte qui e adesso, mi basta solo una fiammata!”

Kaden sudava freddo. Davvero gli bastava solo una fiammata? Guardando le sue dimensioni, non si stentava a crederlo. Gettò uno sguardo agli altri, ma nessuno sapeva cosa fare… nemmeno Caleb, il quale aveva ancora la spada in mano, ma in quel momento sembrava poco più di uno stuzzicadenti rispetto all’avversario.

Trasse il respiro mortifero e lanciò dalle narici un paio di fiammate, non abili a bruciare tutto, ma capaci di disintegrare un paio di dozzine di Amazzoni. Kaden era esterrefatto, e mentre le fiamme coprivano il suo campo visivo dando l’idea di trovarsi all’inferno, Achtalesh ridacchiava. Sembrava il Diavolo in persona, che si divertiva a torturare le sue vittime, le quali non potevano scappare; e godeva nel sentire le urla disperate delle Amazzoni sfortunate… o fortunate, perché perlomeno la loro agonia era finita.

“Mantenete i ranghi! Mantenete i ranghi! Formate la Testuggine!” ordinò Flavia, ma anche lei stava sudando e non aveva idea di che pesci prendere.

“Non serve!” rispose il Drago, che trasse un altro respiro e colpì verso gli scudi, tutti formati uno accanto all’altro, ma per quello che valsero, le Amazzoni avrebbero potuto affrontare a viso aperto e trarre la stessa conseguenza: la fiammata infatti bruciò tutto, sia gli scudi che le Amazzoni dentro la protezione, e altre urla si aggiunsero a quelle precedenti, e Flavia si strappava i capelli, mentre Valeria sembrava diventata innocua.

Kaden realizzò di non sapere dove andare, poiché le fiamme si stavano espandendo occludendo ogni possibile via di fuga.

Il solo rimasto impassibile sembrava Caleb, il quale maledisse Isaiah mentalmente per aver portato con sé il grosso dell’esercito, quello valido.

Lui era comunque un Hesenfield, la famiglia grande nemica dei Draghi, e se davvero in lui scorreva il sangue dello Sterminatore doveva dimostrarlo.

Così, con una certa sicurezza, si frappose fra il rettile e i pochi rimasti, mentre la temperatura saliva vertiginosamente e la fuliggine cominciava a provocare accessi di tosse.

“Non puoi aggredire i Centauri, perché sono delle pappemolli” disse ad alta voce.

“Noi… prova a ripeterlo, bastardo!” esclamò Flavia, tirando un colpo di freccia che mancò completamente il bersaglio, avendo lei la vista offuscata dalle lacrime disperateVedendo lo scarso risultato, lanciò l’arco fra le fiamme, e nel farlo, vide Valeria avvicinarsi anche lei al rogo.

“Flavia” rispose lei, sorridendo. “È stato un onore servirti, ma ormai è finita… è tutto finito”

Detto quello, si gettò fra le fiamme, lasciando tutti sbigottiti.

Achtalesh ridacchiò. Godeva nel vedere soffrire le persone, e la sofferenza nascosta nel suicidio era inimmaginabile. “Hai ragione, soldato” rispose a Caleb. “I Centauri sono ormai l’ombra di ciò che sono stati. A questo punto, noi non abbiamo più nemici, a parte… te. Tu chi sei, vestito con quell’armatura pesante?”

Caleb sorrise. “Il mio nome è Caleb Zacharias Abraham Hesenfield. La mia Casa ti ricorderà qualcosa, no?”

Si voltò per fargli vedere lo stemma araldico ricamato sul mantello e Achtalesh capì.

Il suo tono, se dapprima era divertito, si era innervosito.“TU! Tu sei l’Erede di colui che mi ha sconfitto? Di quell’Isaac?”

“Proprio così, sono l’Erede di Isaac, in quanto primogenito della mia generazione. Non ho più Apocalisse, perché la spada si è infranta, ma credo che Mezzanotte sarà una più che valida sostituta”

“Mezzanotte… Caleb è single?” chiese Mary, impazzita d’un tratto per la spada che il cavaliere aveva appena estratto. Klose e Taider si voltarono preoccupati per la salute mentale della ragazza. La situazione era disperata, e ciascuno di loro doveva inventarsi qualcosa.

“Shydra, tu hai qualche idea?” chiese Taider.

“No… dobbiamo lasciare tutto nelle mani di Caleb, ha il sangue Hesenfield nelle vene e, per quanto mi scoccia dirlo, sono gli unici che hanno affrontato i Draghi ”

Caleb estrasse Mezzanotte e la sollevò in alto. Era un ottimo manufatto: l’acciaio era stato lavorato dai migliori fabbri in circolazione e la lama era in grado di tagliare qualsiasi cosa, forse anche la scorza durissima dei Draghi. Caleb non ne era sicuro, ma doveva tentare, e non avrebbe permesso a nessuno di interferire col suo scontro.

Achtalesh non era eccessivamente sorpreso né spaventato. I suoi occhi, tuttavia, erano solo per Caleb, che doveva morire quanto prima. “Credi che io mi faccia fregare ancora una volta? Ti ricordo che io sono un Drago, tu soltanto l’erede di colui che mi sconfisse. I miracoli non si ripetono mai due volte”

Caleb non lo ascoltò nemmeno, ponendosi in guardia. “Sarà anche così, ma perlomeno permetto a questi idioti di scappare. Guarda alla mia destra, c’è gente che ho l’interesse a  mantenere in vita e non posso permettermi di perdere neanche una pedina in questo momento!”

Infatti nell’arena, oltre a Kaden, vi erano Klose, Shydra, Mary e Taider e Flavia, la quale era entrata in uno stato di shock.

“Che speranze ha?” chiese l’incaricato ad aprire le Fontane. “Morirà senza dubbio!”

“Non posso credere che lo stia facendo per noi, a meno che gli Hesenfield non abbiano davvero un tornaconto” disse Mary. “Inoltre, la rivalità millenaria che esiste fra i Draghi e quella famiglia gli impone di combattere da solo”

Quell’aspetto Mary lo capiva appieno. Era spadaccina anche lei, o perlomeno lo era stata, pertanto comprendeva le motivazioni dietro la scelta di Caleb di lottare da solo.

Caleb cominciò il suo monologo. “Fatti sotto. Come hai detto, sono solo un minuscolo uomo di fronte a te che sei enorme, provvisto di ali, sei zampe e spuntoni affilati. Disintegrami e riporta in auge l’onore della tua specie. Non farlo e sarai la vergogna del tuo casato”

Actalesh non ribatté, preferendo inspirare quanta più aria possibile per sparargli contro una fiammata apocalittica, ma Caleb approfittò del busto scoperto del Drago per infilzargli la spada dritto sul cuore. Una volta estratta, il ragazzo capì di aver fatto centro perché il cuore stesso era rimasto infilzato sulla lama, mentre colate di sangue viola imbrattavano tutta l’armatura e il busto del Drago.

Quest’ultimo tuttavia non se ne curò e lo schernì con una risata. “Povero stolto. Non vali un centesimo di Isaac” commentò. “Non sai che i Draghi hanno sette cuori?”

“Ah, un intero banchetto per mio fratello Josafat” ribatté Caleb sarcastico, togliendo il cuore che aveva infilzato e gettandolo via. Ancora pulsava.

Actalesh non poté che pensare che la storia si ripeteva. Aveva detto la stessa cosa ad Isaac milleottocento anni prima.

“Dovremmo approfittarne per scappare, no?” propose Klose agli altri, che erano ancora imbambolati ad assistere allo contro fra l’uomo e il Drago, fra la fallibilità e il cinismo della natura, fra i sentimenti e la guerra.

“Allora?” incalzò l’arciere, vedendo gli altri quattro imbambolati.

“Dove credi di poter scappare, Klose?” borbottò Taider. “Siamo di fronte a un Drago, quello ci ammazza. Inoltre, siamo circondati dalle fiamme. No, è finita”

“Invece no, e mi meraviglio di te, Taider” ribatté Klose, ostinato. “Se noi non ci facciamo notare possiamo sgattaiolare sotto il Drago e trovare una via di fuga dietro di lui e…”

“E? Cosa?” chiese Shydra in tono ironico. “Trovare una coda gigantesca che ci ammazzerebbe? Restiamo qui, Klose. Troveremo un modo più intelligente di salvare la pelle”

Klose tuttavia non riusciva ad afferrare quale fosse quel modo, ma se Shydra stava affermando che ci si poteva salvare, c’era da crederle.

In effetti, avevano ragione entrambi, si disse Kaden. Era vero che potevano scappare fintantoché Caleb teneva impegnato il Drago, ma era anche vero che non sapevano dove andare senza essere visti. Inoltre, il reame era circondato dalle mura, che non potevano essere oltrepassate senza l’autorizzazione delle vedette.

Quindi, che fare? La cosa migliore era avere sott’occhio Achtalesh oppure tagliare la corda e trovare un modo per sfondare le mura?

Nel frattempo, lo scontro continuava, con Caleb che cercava di difendersi dagli artigli aguzzi del mostro ed evitando ad intervalli regolari le potenti fiammate.

Cominciava a stancarsi, l’armatura era pesante e anche la spada non era indifferente.

Ma non poteva tirarsi indietro, ne andava dell’orgoglio del suo antenato, che era anche riuscito a sconfiggere lo stesso Drago, e anche gli altri suoi compari.

Nel frattempo Achtalesh decise di utilizzare anche la coda, tentando di far perdere l’equilibrio al suo avversario, il quale però la vide appena in tempo. Saltò utilizzando la tecnica dell’Aria, sollevò Mezzanotte e la puntò dritto all’occhio sinistro, esattamente come fece il suo antenato secoli prima.

Ma stavolta Achtalesh era preparato, così si sollevò usando le ali e mandò a vuoto l’attacco, facendo precipitare Caleb da un’altezza di ventisei metri, tale era la statura del Drago dal livello del mare. Il ragazzo si schiantò infrangendo l’armatura, che tuttavia gli salvò la vita; quanto alla spada scivolò via dalla mano cadendo altrove.

A terra e dolorante, Caleb comprese fino in fondo cosa voleva dire il detto “Mangiare la polvere”. Non era mai stato atterrato, a quanto ricordava. Non da un Drago, comunque. Chiedendosi quante volte lo era stato Isaac prima di sconfiggere anche solo il primo Drago, si rimise in piedi, togliendosi un po’ di sudore dalla fronte.

Achtalesh sovrastava il sole, con la sua imponenza, tanto che Caleb non vide raggio alcuno, e comprese di essere sotto tiro. Il problema stava nell’avere la forza di rialzarsi e schivare il colpo, poiché ormai l’armatura era inutilizzabile e non avrebbe retto nessun altro attacco. Cercò a destra e a sinistra, ma non la vide, infine notò un bagliore a tre metri da lui. Occorreva strisciare e prenderla, oppure raccogliere le ultime forze, correre e afferrare la lama al volo?

“Preparati a recitare le ultime preghiere!” annunciò Achtalesh, in procinto di sputare una fiammata davvero colossale.

Né Kaden né gli altri sapevano come aiutarlo, tranne Klose.

Era vero che si trattava pur sempre di un nemico, Shydra parlava degli Hesenfield come una famiglia pericolosa e volta alle malignità, il cui unico scopo era quello di conquistare l’Australia per assoggettarla, ma l’arciere non considerò questo aspetto. Lui era pronto ad aiutare tutto e tutti, indistintamente.

Era la sua natura, e ciò per cui era nato.

Così incoccò la freccia e prese la mira, dritto alla giuntura fra l’ala destra e quella che poteva essere considerata una sorta di spalla.

Scoccò, ma sfortunatamente il Furbo tenne fede al proprio nome. Con un colpo violento di coda, spazzò via la freccia prima che potesse diventare un pericolo, ma in ogni caso Caleb venne risparmiato; tuttavia, a dispetto delle aspettative, il Drago emise una fiammata che venne scagliata nell’Arena, a cui aggiunse altro fuoco a quello che già era presente nell’Arena.

Se qualcuno voleva scappare, non poteva più. Kaden capì di trovarsi all’Inferno, in quanto credeva di essere morto.

Inoltre, la risata agghiacciante del peggior dei Demoni riempì le sue orecchie. Alzò lo sguardo, e nel fumo nero la faccia orribile del rettile sembrava disegnata con la matita a carboncino, e successivamente Kaden ricordò solo due grossi orrendi occhi gialli.

“Cos’è? Vi siete stufati di combattere contro di me?” li provocò il Drago, che, apparentemente dimentico di Caleb, cominciò a cercarli dimenando i quattro arti che aveva per muoversi facendo rimbombare la terra.

L’Hesenfield non aveva visto cosa aveva fatto Klose, visto che si trovava ancora a terra in quanto occupato a strisciare per prendere la spada, che sperava potesse sferrare il colpo risolutivo. Il trucco era colpire agli occhi, e Caleb ci sarebbe riuscito. Così, del tutto ignaro del gesto cavalleresco che aveva ricevuto, si rialzò e, vedendo che si trovava alle sue spalle, attirò la sua attenzione. “Dove vai, Drago? Non ho ancora finito con te!”

Achtalesh si voltò verso di lui e mostrò i denti aguzzi.

“Non hai mai cominciato, Caleb” rispose. “Ho sempre creduto di avere io le redini del gioco”

“Gioco in cui tu perderai! Non vuol dire nulla avere le redini, se poi il tuo avversario approfitta dell’ultimo secondo per infilarti!”

Caleb stava scoppiando di caldo e tossiva, e la fatica di tenere l’armatura palesemente scheggiata stava cominciando a sentirsi. Così, Caleb la rimosse, rimanendo solo con la cotta di maglia nella parte superiore, e un paio di pantaloni e gli stivali nella parte inferiore.

Se quello scontro richiedeva la sua vita, Caleb era pronto a darla, per poter presentarsi davanti ai suoi padri senza vergogna.

Il Drago sogghignò, poi prese un altro po’ di aria, pronto per un’altra gittata di fuoco e morte.

Ma improvvisamente, un’altra voce squarciò l’aere. Una voce molto diversa da quella di Achtalesh, che ricordava più una cornacchia che un Drago.

“Che stai facendo, Actalesh?”

“Non posso crederci!” esclamò Kaden, in preda all’angoscia.

Ne era spuntato un altro. Quel posto stava diventando territorio dei Draghi, piuttosto che un Reame isolato dal resto della Nazione.

“Ma i Draghi non attaccano mai in coppia! Che significa tutto questo?” chiese Klose.

“Non lo so… dobbiamo andarcene da qua!” rispose Taider, ma aveva le gambe bloccate, perché la curiosità lo vinse. Non era una cosa comune vedere due Draghi nello stesso posto e voleva assolutamente sapere il motivo di tale sciagura, che rese tutti i sopravvissuti al primo attacco ancora più insignificanti.

Adesso, agli occhi di Kaden, il gesto di Valeria la Potente non sembrava così insensato.

Per di più, era chiaramente un Drago femmina. Lo si era capito dalla voce e dalle forme più morbide e meno spigolose del precedente.

“Kolmetoistant!” esclamò Achtalesh, irato.

Kaden e le Fontane di Luce/11

Capitolo 11

Come detto, stava per cominciare una lotta all’ultimo sangue. Giulia, uno delle Quattro Potenti, da sola contro Kaden, Mary, Taider, Klose, Shydra e Caleb Hesenfield. Il ragazzo che aveva aperto la Fontana Lind era disarmato e pensava di colpire con le sferette d’aria magiche, mentre il Centauro aveva un’arma a doppia lama che sapeva maneggiare con assoluta maestria.

“Che aspettate? Cominciate, no?” incitò Flavia, la quale si era auto proclamata Magnifica e osservava quella che doveva essere una condanna a morte, ma fino a quel momento non aveva avuto fortuna. Non vedeva l’ora di sopprimere quei soggetti e comandare in tutta tranquillità. In effetti, Flavia non si aspettava nemmeno un ritorno di Cassius, il Magnifico legittimo, che invece era partito con Isaiah ad affrontare i Draghi.

Giulia arrivò a passo di carica diretta contro colui che reputava più impreparato, e Kaden si preparò mentalmente chiudendo gli occhi, ma, improvvisamente e in maniera del tutto inaspettata, un muro d’aria si frappose fra la morte e Kaden stesso.

“Ma… sei stato tu?” chiese Taider, stupefatto.

“Ehm… no?” rispose l’altro, stupito anche lui, vedendo Giulia adirata.

“Che sciocchezza. Non ho mai approvato la gente che posticipa di qualche secondo la propria dipartita. Che vi aspettate? Miracoli, forse? Oppure la mercede del vostro carnefice? Beh, se anche l’hai solo pensato, sappi che non accadrà nessuna delle due possibilità!”

Sollevò l’arma puntando dritto al collo, ma il muro d’aria si fece più spesso e addirittura si sentì il clangore della lama come se l’avesse aizzata contro l’acciaio.

“Sta accadendo qualcosa di molto strano… sei forse tu a proteggerlo, Caleb figlio di Abraham?” chiese Giulia, innervosita.

“No” rispose Caleb. “Ammesso e non concesso che facessi una cosa simile, preferirei applicare la barriera d’aria in uno scontro faccia a faccia”

Giulia sputò a terra. “Non appena avrò finito con questo sciocco”

“Osa toccarlo e ti ritroverai una freccia in fronte” dichiarò Klose. Aveva recuperato un arco e una freccia e adesso la stava puntando proprio dove aveva detto.

“Ma sentilo” commentò Giulia. “Ragazzo, hai un sacco di ammiratori!”

Se la Potente non riusciva ad attaccare Kaden perché era tranquillo e al sicuro in quella cupola d’aria, il popolo poteva anche cominciare a stancarsi e protestare contro la qualità delle condanne a morte.

Infatti, qualcheduno stava già cominciando a rumoreggiare.

“Va bene, va bene” constatò Flavia dalla sua postazione. “Giulia! A mali estremi, estremi rimedi!”

E, steso il braccio, calò il pollice verso il basso, segno inequivocabile di disapprovazione e morte.

Il soldato Centauro ridacchiò soddisfatta nel sentire uno dei cancelli aprirsi e presentarsi altre due sue simili. Una era armata di ascia, l’altra maneggiava un martello gigante.

“Queste sono Valeria e Adriana, due delle Quattro Potenti. Assieme a me e a Flavia la Magnifica, componiamo il quartetto più forte dell’Australia. E chi ci deve battere?”

Il gruppetto dei condannati partì alla carica; Klose e Taider avrebbero lavorato in squadra contro Valeria, mentre Shydra e Mary avrebbero affrontato Adriana, infine Caleb si ritrovò da solo ad affrontare Giulia, spada contro spada.

“Fammi uccidere il ragazzo delle Fontane!” esclamò quest’ultima, in piena estasi da guerra.

“No! Deve essere esaminato da mio padre!” rispose furibondo Caleb, rispondendo a tutti gli attacchi. Sapeva bene che continuando a difendersi non avrebbe concluso molto, ma per il momento la situazione richiedeva quello.

Nel frattempo, Klose, per quanto colpiva con le frecce Valeria, quella parava con l’ascia e se veniva colpita, non sembrava provare dolore. Taider invece provava con la magia, senza trovare soluzioni vincenti. Erano loro che attaccavano, ma Valeria si difendeva bene, e ogni tanto provava con un fendente a decapitare l’arciere o il Cavaliere Corrotto.

Infine, Shydra recitava la parte del braccio mancante per Mary, la quale aveva Tenebra in mano.

“Come farò adesso a protegge Kaden con un braccio solo?” chiese Mary, ancora demoralizzata. Ciò che tuttavia trovava strano era il fatto che i Centauri le avevano comunque fasciato il braccio, per curarla.

“Non hai un braccio solo” rispose Shydra. “Puoi farti impiantare una protesi” le ricordò, come se fosse ovvio. La scienza medica era la sola progredita nonostante la forte crisi che attanagliava la Nazione. Tuttavia, ci sarebbero stato ospedali disposti a installare un braccio nuovo a una ragazza ricercata e ritenuta criminale?

Mary pensava a quello, e lo fece notare a Shydra. “Ma… sono ricercata, e non posso certo interrompere la missione per farmi aggiustare il braccio al mercato nero, non credi?”

“Fa’ come credi allora, e non importunarmi!” tagliò corto Shydra, evitando per un pelo di essere colpita col Martello.

Adriana rise entusiasta. “Ragazze! Sto per dare il via allo spettacolo!”

Gli avversari rimasero perplessi, ma le altre due ridacchiarono e si allontanarono. Adriana allora sollevò il martello e lo affondò una, due, tre volte sul terreno sabbioso.

Il terreno si spaccò in più punti e si sollevarono crepacci piuttosto profondi, tanto che divenne sempre più difficile restare in piedi.

“Bisogna fermarla!” esclamò Kaden. Si alzò e concentrandosi senza riflettere, lanciò una sfera d’aria. Taider lo notò e riempì quella sdfera con un po’ del fuoco magico. In quel momento, la palla di fuoco saettò verso Adriana come se fosse stata una cometa, colpendola in pieno volto.

“Adriana, attenta!” esclamò Giulia, ma non si poté fare nulla per l’Amazzone, la quale, ancora presa dall’entusiasmo, non si accorse nemmeno di quell’attacco e prese fuoco abbrustolendo viva.

Giulia e Valeria osservarono la Potente urlare disperata. Le fiamme riempirono i loro occhi gelidi. Fu Giulia a rinsavire per prima e, colma d’ira, lanciò via la spada a doppia lama, riempiendo invece le mani con la magia del fuoco.

“La vendicherò, statene certi!” esclamò furibonda, sembrava pazza. Valeria guardò Giulia e sollevò la sua ascia, pronta a decapitare qualcuno.

Kaden si rese conto di aver fatto una sciocchezza e ripercorse in pochi attimi tutta la sua esistenza e, mentre rifletteva, notò con stupore che Caleb e Shydra si fecero avanti, camminando a fatica in mezzo alle crepe sul terreno.

“Venderemo cara la pelle” rispose Shydra, riempiendo le sue mani della magia del Fulmine, e fu così che le due arti si scontrarono a mezz’aria, causando un’esplosione violenta e, di seguito, un gran polverone.

Da questo, sbucò apparentemente dal nulla un’ascia che roteava minacciosa verso la faccia di Klose.

“Attento!” urlò Mary, lanciando Olocausto nella speranza di deviare l’arma, e fortunatamente riuscì nell’intento a pochissimi pollici dal volto dell’arciere. L’ascia e Olocausto caddero insieme e, invece di ucciderlo, si stavano offrendo come ottime armi.

Klose sentiva il cuore battere all’impazzata, aveva rischiato davvero grosso ma non c’era tempo per realizzare quanto avvenuto, perché Valeria stava galoppando per riavere la sua arma. “Come avete osato deviarla?” Alzò la mano destra per lanciare un pugno massiccio ma Klose rispose d’istinto, sollevando l’ascia e ponendola di fronte a lui. Il pugno e il piatto dell’arma collisero con un gong che risuonò nell’aria e successivamente Klose cadde a causa del rinculo.

Mentre l’arciere affrontava un Centauro, Caleb e Shydra affrontavano due contro uno Giulia, la quale però rispondeva bene a tutti gli attacchi.

“Maledizione! Come posso stare qui senza far nulla?” si chiese Taider, e andò ad aiutare Klose, mentre a proteggere Kaden rimase solo Mary.

I due erano soli per la prima volta da quando Kaden aveva sottratto il braccio alla ragazza, per quel motivo il ragazzo sentì un brivido freddo. Comunque, le doveva delle scuse, anche se non sarebbero bastate.

“Mary…” cominciò, ma la ragazza lo interruppe. “Non preoccuparti, Kaden” rispose calma. “Non ce l’ho… più, con te”

Seguì un attimo di pausa dove la ragazza sospirò. I rumori della battaglia penetravano fin dentro le ossa.

“È tutto questo casino che… insomma, tu cosa c’entri con la guerra? Non stai nemmeno combattendo, e non solo, se combatti fai più danno che altro… la tua unica sfortuna è aver aperto quella dannata Fontana”

“Già” rispose Kaden, non trovando altro da dire. Tutto quello che sentiva in quel momento era una grande e indescrivibile ansia. Ansia di non poter proteggere i suoi amici. Ansia di stare per morire. Ansia da prestazione, in quanto aveva usato la magia e non se n’era nemmeno reso conto.

Adesso si trovava lì, in balia degli eventi, mentre nel frattempo riusciva a sentire il pubblico entusiasta, che non vedeva l’ora che l’esecuzione potesse avere una conclusione, cosa che sarebbe potuta avvenire di lì a poco, se non avesse fatto qualcosa. Tutti quelli che lo stavano proteggendo erano in svantaggio.

Batté i pugni sul terreno: maledizione, non gli veniva in mente niente!

Poi accadde: sentì un tonfo poco più in là e il tempo si fermò magicamente, lasciando tutti col fiato sospeso.

Era fuoriuscita una specie di colonna dal terreno che aveva colpito sul plesso solare la povera Giulia, sfondandola da parte a parte. Sul volto, un misto di sorpresa e paura.

Caleb e Shydra, ancora in posizione di guerra, spalancarono la bocca stupefatti e si girarono all’unisono verso Kaden, sorpreso quanto loro.

L’arena fu come ammutolita.

“Interessante” commentò Caleb. “Davvero interessante. Ha la stessa esperienza magica di me stesso quando avevo sette anni. Ecco cosa c’è di interessante”

“Fa magie involontarie! È un pericolo per se stesso!” esclamò Shydra. “Maledizione, non avremmo dovuto insegnargli la magia!”

“Avremmo dovuto eccome” rispose Mary. “Ricorda che là fuori ci sono i Draghi”

Rimase dunque la sola Valeria da affrontare, la quale osservò Giulia e poi ciò che restava di Adriana, che ancora bruciava, dimenticata in un punto imprecisato dell’arena.

Flavia considerò la possibilità di entrare nell’arena lei stessa, delusa dalle sue compagne.

 

I Draghi, intanto, continuavano a seminare il panico fra le città, taluni indifferenti in merito a chi colpivano, altri ancora distruggendo solo le truppe della rivoluzione, avendo così un bilancio di morti esattamente alla pari. Pertanto, l’idea che aveva avuto Re Anthony non aveva sortito gli effetti sperati.

E poi Cassius il Magnifico e Isaiah Hesenfield erano riusciti, con molta fatica e perdendo parecchie unità, ad abbatterne uno. Nessuno dei due sapeva di chi si trattasse, ma adesso, chiunque fosse, giaceva inerme in pieno deserto roccioso, ricoperto di graffi, frecce avvelenate e lance.

“Avevo capito che gli Hesenfield e i Draghi fossero nemici giurati. Non è compito dell’avversario conoscere tutti gli aspetti del nemico?” chiese Cassius, osservando le squame e le ali, per poi passare al volto tetro e ormai innocuo.

Isaiah scrollò le spalle. “Non ne ho idea. È Caleb quello esperto, io mi limito solo ad uccidere. Diciamo che sono il braccio della morte della famiglia”

“Capisco” rispose Cassius. “Truppa! Continuiamo la spedizione, coraggio!”

Seguì un boato e i due capi, esaltati da quella stupefacente vittoria, proseguirono la marcia verso Perth.

Nel frattempo, il Drago chiamato Achtalesh  il Furbo, riconoscibile poiché aveva la pelle di un giallo vivido e le squame blu, osservò la fine del compagno dall’alto, senza tuttavia aiutarlo nella sua lotta.

“Maledetto… maledetti siano gli Hesenfield! E i Centauri! Che idea sciocca hanno avuto di mettersi contro di noi, loro che si definivano neutrali! Non sanno con chi hanno a che fare!”

Preso dall’ira, Achtlaesh fece rotta verso il Reame dei Centauri, ancora impegnato nell’Arena ad assistere alla propria sconfitta.

Flavia parlò alla folla e in particolare a Valeria, l’unica Potente rimasta in vita. “Abbiamo assistito ad una prova di eccezionale coraggio, ma quando il coraggio si traduce in assassinio, non lo è più e prende il nome di morte volontaria! Sarà la Magnifica stessa a eseguire questo verdetto! Valeria, fatti da parte!”

“No! Voglio anche io qualche testa! Me lo devi, Flavia!” rispose disperata quest’ultima.

Mentre le due decidevano, Kaden soppesò ciò che gli restava da fare. Ormai il momento della sua morte era vicino… dopotutto, lo sapeva già, visto che aveva ucciso l’Unicorno, ma sperava di accendere almeno un’altra Fontana.

Kaden decise di attendere la sua fine, avendo solo una vaga immagine del suo cervello che stava per schizzare da tutte le parti, quando improvvisamente la barriera d’aria ricomparve: Kaden riuscì a notarla, vedendo uno strano spostamento d’aria davanti a sé.

“Che bastardo” commentò Mary. “E non pensi alle tue amiche con un braccio solo? Fammi entrare dentro la cupola!”

“Perdonami, ma non ho capito come funzioni il meccanismo” sussurrò il ragazzo, mentre vedeva Flavia e Valeria avanzare accecate dall’ira. Un tamburo risuonò.

“La barriera non ti salverà” disse Flavia, decidendo di occuparsi di Kaden e Mary. “Io sono la Magnifica, posso trafiggere qualunque muro”

Alzò la mano destra, che divenne come di terra.

“Sta usando l’arte della Terra” disse Shydra. “È davvero potente”

“Pensa ai tuoi nemici piuttosto, Aldebaran” Caleb le ricordò che c’era un altro Centauro pronto ad uccidere.

“Quest’uomo ci ha insultato! Ha insultato la Stirpe dei Centauri! Non merita di vivere e nemmeno di morire! Pena! Dolore! Tortura!” furono le grida del popolo.

Flavia e Valeria lo sapevano, e la prima parlò sovrastando le voci. “In nome di Ottavianus, creatore del nostro Reame, e di Marco Aurelius, il Legislatore, in base ai poteri conferitomi vi condanno a morte!”

Kaden lo sentì tornare: il vivido ricordo della perdita del braccio di Mary e la sensazione di impotenza mentre osservava gli altri combattere al posto suo… due macigni che stavano facendo affondare la sua coscienza in un baratro senza fine, molto più doloroso di qualsiasi cosa potesse aver subito a livello fisico.

E tutto per colpa della sua idiozia. Pertanto, il minimo che poteva fare era sconfiggerle tutte e due, il massimo era morire con onore.

Flavia caricò verso di lui sollevando il pugno diretto allo stomaco. “Muori, verme maledetto!”

Stava per centrare il suo bersaglio mentre Mary non poteva fare nulla per impedirlo, quando improvvisamente una grossa folata di vento spazzò via tutti i guerrieri e Kaden dall’arena, schiantandoli ai limiti della stessa.

Al loro posto, un enorme rettile stava atterrando in tutta la sua maestosità.

“Oh, no… il mondo è finito” dichiarò Mary, sbiancata tutto ad un tratto.

“Il nostro viaggio finisce qui…“ disse Klose. “E dire che Kaden stava anche migliorando”

Le Amazzoni si schierarono compatte, tutte pronte con l’arco.

Kaden non aveva mai visto un animale così grosso in tutta la sua vita, tanto da coprire anche il sole.

Le creature leggendarie, temute e rispettate da tutti, tranne che da Isaac Hesenfield, che le ha sconfitte, ma nella sua avidità non le ha uccise.

Achtalesh il Furbo aveva appena fatto irruzione nel Reame dei Centauri.

Kaden e le Fontane di Luce/4

Capitolo 4

Il sole giunse coperto, in quella radura verde.

Kaden venne svegliato abbastanza presto per i suoi gusti. Pensava che, una volta ritirato da scuola, poteva dormire beatamente, no?

Tuttavia, non aveva dormito beatamente e venne scosso da una mano callosa, che era quella di Mary.

“Dai, forza! Datti una lavata, fai colazione e cominciamo l’addestramento! Poi continueremo il viaggio” annunciò, ma Kaden non aveva capito che poche parole.

Solo dopo essersi stropicciato gli occhi ricordò cosa fosse successo e perché si ritrovava in un abitacolo di carrozza circondato da bauli pieni di armi.

Aveva aperto una delle tre Fontane. Lui, un ragazzo ‘pigro e sciatto’, secondo la professoressa Louisianne, non solo era riuscito ad aprirne una ma quell’evento aveva decretato la morte di Re Walter Argonath.

A poco a poco, tutta la confusione degli eventi lasciò spazio al terrore, all’apprensione, all’ansia. Alla fine, Kaden comprese che non ne sarebbe uscito vivo, da qualunque missione era chiamato a fare.

Una voce calma e pacata, così diversa da quella gracchiante e scorbutica di Mary, lo chiamava al di fuori della carrozza.

“Forza, Kaden! Fammi vedere di cosa sei capace! Ma prima, ti prego di assaggiare queste gallette: sono ottime!” esclamò quello che Kaden riconobbe come Klose, visto che Taider aveva parlato poco o nulla.

Alla fine, fu costretto a darsi una sistemata e pensò che successivamente doveva cominciare l’addestramento prendendone nota mentalmente, mentre il sole era ormai alto, quando invece Mary lo aveva già svegliato di buon mattino. Aveva impiegato così tanto perché molte cose lo avevano distratto, primo fra tutte quello che sembrava un bivacco di tutto rispetto: c’era un fuoco, diversi sacchi e Taider che cuoceva della selvaggina.

“Dov’è… Mary?” chiese Kaden, prendendo poi la galletta offertagli da Klose.

L’arciere rispose “Qui vicino c’è un fiume, ne ha approfittato, oltre che lavarsi, per far scorta di acqua. In ogni caso, ci fermeremo nel villaggio di Chevanton, dovremmo arrivarci domani sera, se ci mettiamo di buona lena, o al più…”

Improvvisamente un piccione viaggiatore si fermò davanti a loro, lasciando cadere un plico arrotolato. Fu Taider a raccoglierlo, e con apprensione vide che era indirizzato a lui.

Taider sorrise. “Be’, buone notizie!” esclamò. “Qui si dice che hanno già messo un re fantoccio al posto di re Walter e che egli stesso è venuto a far visita a Shydra, ma è riuscita a fuggire e adesso si trova in clandestinità, viaggiando da base a base, fra i Rivoluzionari. Ovviamente non ha potuto dire dove si trova e cosa sta facendo per paura che la lettera potesse essere intercettata, ma… un momento, come mai ha sottolineato alcune parole?”

Taider notò che, guardando attentamente, c’erano alcune parole sottolineate e le fece vedere a Klose, cosicché anche Kaden poté vedere la calligrafia della ‘Preside’.

Cari Kaden, Klose, Mary e Taider;

Spero che questa lettera possa giungervi intatta e che nessuno possa leggere quanto sto per dirvi. Il re è un fantoccio. Margareth ha dato questo compito a sir George, un imbecille grande e grosso ma con poco cervello. Mi ha aggredita, sapete. Io, una vecchia indifesa! Al che, sono fuggita e adesso sono in clandestinità, andando da pattuglia a pattuglia, dando direttive a tutti i miei capi e rinfocolando la guerriglia. Non posso certo dirvi nulla di dove mi trovo, ma credo che quando leggerete questa lettera, siate tutti quanti dei ricercati. Proteggete Kaden e ditegli che la sua famiglia è viva e al sicuro, ho dato disposizione che alcuni dei miei uomini vadano da loro e spieghino loro la situazione. Insomma anche loro si trovano in clandestinità!

Guardate con attenzione gli Hesenfield, ragazzi, dico solo questo. Non fidatevi dei Centauri e soprattutto fate… quello che dovete fare che io faccio quello che devo fare!

Con affetto ed ogni benedizione,

Shydra

“Evidentemente non hanno ancora capito come si chiama l’apritore della Fontana, altrimenti non lo avrebbe scritto” constatò Klose. “però… il vero messaggio è quello sottolineato, secondo me. Sto, andando da… c’è una I, quindi “da i”… Centauri. Shydra sta andando dai Centauri! Che cosa spera di ottenere?”

“È una guerra che riguarda tutti, Klose” disse Taider, preoccupato.

“Scusate, ci sono Centauri…?” chiese Kaden, sbigottito ma sollevato nell’apprendere le sorti della sua famiglia.

“Certo che ci sono!” esclamò Klose, infastidito da quella domanda. Quando era concentrato odiava le domande sciocche. “Guardate con attenzione gli Hesenfield… che vuol dire? Sono degli assassini terroristi, no? Sappiamo che dobbiamo stare attenti e dirigendoci verso est sicuramente incontreremo il loro schifoso vessillo, quindi cosa vuol dire che li dobbiamo guardare con attenzione?”

L’arciere e Taider si guardarono, ma nessuno dei due aveva capito quella frase sibillina.

“Coraggio! L’importante è aver colto il nocciolo del discorso!” chiuse l’argomento Klose. “Noi dobbiamo fare tappa nel villaggio di Chevanton ed è lì che andremo, ma tu” rivolgendosi a Kaden “non potrai andarci senza almeno aver maneggiato una spada. Non vorrei che i Plexigos ti facessero qualcosa di brutto”

“I… CHE?” Kaden si era perso ormai fra le informazioni. La sua famiglia chissà dove fosse, Shydra che andava dai Centauri, il villaggio di Chevanton e adesso queste creature dallo strano nome. Stavano andando troppo veloce per i suoi gusti e il ragazzo non dubitava che alla prossima informazione sarebbe esploso. Kaden purtroppo, sin da quando era piccolo, aveva bisogno di calma e ragionamento, non era il tipo da accettare tutto e tutto assieme. Ecco perché andava male a scuola, bisognava che le cose, fossero esse informazioni scolastico o grandi eventi, gliele si ripetessero, altrimenti non le accettava e finiva per dimenticarle.

Adesso era in ballo la cosa più grande della sua vita ed aveva bisogno di tempo, molto tempo, per rimettersi in pari. Purtroppo, nessuno sembrava disposto a darglielo, nemmeno il tempo stesso.

“I Plexigos, imbecille” disse Mary, con un asciugamano in testa. Sembrava irritata, come sempre. “Sono tra i pochi esseri viventi che sono riusciti a sopravvivere all’inverno nucleare, loro e qualche altra creatura più positiva. Sono animali nati dalla fusione dei Wergonth con le specie esistenti qui in Australia e sono venute fuori creature malvagie con la mente corrotta dai fumi nucleari e dalla crudeltà di quegli alieni. Alcuni sono simili a canguri, altri a dingo, altri ancora ad ornitorinchi… insomma, se hai studiato la fauna australiana prima dell’Apocalisse, aggiungi loro i geni degli orribili Wergonth e avrai un Plexigos. Solo che attaccano l’uomo uccidendolo, e sono molto difficili da abbattere, perciò meglio cominciare subito l’addestramento”.

“Esattamente, Mary, ma prima ti prego di dare un’occhiata a questa lettera” rispose Klose. Mary la lesse e scrollò le spalle. “Be’? Che c’è di male?”

“Shydra sta andando dai Centauri, lo si capisce dalle parole sottolineate” le fece notare Taider.

Mary sgranò gli occhi. “Davvero? Aspetta…” e si rese conto che in effetti era vero, ma lei aveva notato un’altra cosa. “Be’, ma io mi riferivo agli Hesenfield. Shydra dice di osservare bene, quindi può voler dire solo una cosa: ha parlato con lord Abraham e forse lo ha implorato di lasciarci stare, perché forse conviene anche a lui. Pensateci: gli Hesenfield vogliono regnare, no? Anche per loro c’è tutto l’interesse che le Fontane vengano riaperte, quindi non c’è nulla di strano se Shydra abbia convinto ed informato Abraham delle nostre mosse!”

Taider e Klose si guardarono e in effetti convennero che Mary avesse ragione.

“È vero, abbiamo cercato troppo oltre senza vedere la cosa più ovvia. Grazie, Mary” disse Taider, e la spadaccina alzò un pollice, tornando a concentrarsi su Kaden.

 

 

Nel frattempo, un Unicorno passò da quelle parti, ma loro lo ignorarono e lui fece altrettanto. Poi Taider lanciò a Kaden, il quale di spalle non vide il quadrupede, una spada.

“Tieni, cominciamo con le spade. Oggi ti concederò l’onore di un duello con Mary. Bada che lei ha Tenebra con sé”

“Chi è Tenebra?” chiese Kaden.

“Lei è Tenebra” rispose Mary, estraendo la spada. Era un’arma piuttosto grossa, il che spiegava i muscoli nella ragazza. “Con lei, non ho mai perso un duello. Certo, forse ti starai chiedendo perché io stia usando l’arma delle grandi occasioni per allenarmi, ma è soprattutto per la tua istruzione che lo sto facendo. I tuoi nemici non ci andranno leggero, ma nemmeno gli amici, finché possiamo considerarci tali. Quantomeno non io, io non sono tua amica né tua nemica. Comunque, fatti sotto!”

Chiedendosi lui che tipo di spada avesse in mano, Kaden lanciò un fendente verso Mary, ma quella parò, e parò, e parò tutte le singole volte che il ragazzo provò ad attaccare; scandendo ogni parata con un commento.

“Sei debole”, “Tieni la guardia alzata, stolto”, “Con questo non mi fai neanche il solletico”, “Sei sicuro di essere un uomo?” e frasi del genere.

Alla fine, Kaden cadde esausto da solo sul prato, mentre Mary riponeva Tenebra nel fodero.

“Come inizio, non è poi così male…” sentenziò vaga, ma Kaden non credette alle proprie orecchie.

“Come sarebbe? Ma se mi hai ricoperto di insulti?”

“Preoccupati piuttosto che non ti abbia riempito di complimenti” rispose lei, e si sedette affianco a Taider, per lasciare il posto all’arciere.

Klose si alzò dunque e cominciò il suo pezzo. “Ad ogni modo, ti sei mosso bene. Certo, devi migliorare nell’affondo ed essere più convinto quando attacchi, ma direi che hai molti margini di miglioramento. Forse è anche merito della vecchia spada dell’Aldebaran, che è un’ottima arma, ma lei non ha più voluto saperne di maneggiarla. Vediamo come te la cavi con le frecce”

Gli allungò un arco molto grezzo e un paio di frecce altrettanto grezze.

“Tendi al massimo lo spago e colpisci quel tronco” ordinò il guerriero indicando una pianta a un centinaio di metri circa alla sua destra, quindi alla sinistra di Kaden.

Il ragazzo lanciò uno strillo. “Ma… quello è un Unicorno!”

“È qui da almeno un’ora” osservò Klose. “cosa fai, dormi?”

“Non… non ci avevo fatto caso” spiegò lui. Non ne aveva mai visto uno, ed era un esemplare bellissimo: il manto bianco sembrava cambiare colore ad ogni movimento, e il corno risplendeva alla luce del giorno. Ogni cosa dell’essere sprigionava magia e potenza benefica, eppure stava solo passeggiando.

Kaden respirò profondamente. E va bene, si disse, avrebbe fatto vedere di cosa era capace anche all’animale, anche se gli tremavano le mani. Il ragazzo prese mentalmente nota che gli tremavano le mani anche quando aveva in mano la spada, quindi si disse di migliorare su questo aspetto.

Chiuse gli occhi e lanciò.

La freccia partì immantinente verso non quel bersaglio, ma diversi metri più lontano colpendo il costato dell’Unicorno che tranquillo stava continuando a passeggiare.

Sotto gli sguardi attoniti dei tre guerrieri, l’essere cadde morto dissanguandosi, nitrendo di dolore all’inizio e poi con voce sempre più fioca. Dopo aver esalato l’ultimo respiro, si sarebbe detto che il mondo sembrava più vuoto. Un silenzio attonito aveva riempito la zona, persino la brezza fermò il suo moto. Dopo qualche attimo, il sangue blu scuro dell’Unicorno aveva fatto nascere sull’erba alcune rose dello stesso colore.

Kaden riaprì gli occhi e vide quanto aveva combinato. Fantastico, la sua prima vittima, pensò.

Ma c’era qualcosa negli sguardi dei suoi compagni, qualcosa che andava oltre l’orrore e l’ira, anche apprensione, forse.

“Ma… che cazzo hai combinato?” Mary non riuscì a trattenersi. “Neanche un idiota tira così! Sei un pericolo pubblico!”

“Ehm… mi dispiace” biascicò Kaden, diventando porpora.

“Tu non capisci!” continuò Mary, cominciando a piangere e urlando comunque. “Hai ucciso un Unicorno! Gli Unicorni, capisci? I guardiani della Foresta e di tutta la Natura che cresce sulla Terra! Un essere talmente immacolato da rivaleggiare con i Plexigos, che sono invece il Lato Oscuro della Natura! Tutti quelli che ne hanno ucciso uno, così si racconta, sono morti entro un anno, tutti di una morte lenta e dolorosa!”

“Avanti, non crederai a quelle superstizioni?” chiese Klose, anche se non troppo convinto. Anche lui era molto triste per la morte dell’essere, e gli era venuta la pelle d’oca nell’assistere alla crescita di quelle rose bellissime eppure così tristi.

“L’ho visto succedere, Klose” rispose semplicemente Mary, singhiozzando. “Mio fratello ha ucciso un Unicorno, in un incidente simile. Beh, una brutta malattia l’ha portato via da me dopo appena undici mesi e mezzo il fattaccio”

“Bah, sarà stata una coincidenza” suppose Taider. “Comunque, superstizione o no, dobbiamo sbrigarci. La gente muore, là fuori. Non possiamo certo fermarci a queste sciocchezze”

“Hai ragione, Taider” disse Mary, sospirando e riprendendo il controllo. “Dobbiamo andare a Chevanton e vedere come Kaden si muove sul campo. Nel frattempo lo eserciterò nella spada, visto che con le frecce è negato”

Kaden invece si sentì morire dentro. Non aveva più le forze per continuare quel viaggio, piuttosto desiderava mettersi nel letto di morte e aspettare il suo momento. Aveva ucciso un Unicorno, una creatura leggendaria, e ciò significava morte entro un anno.

Oppure no?

Klose, Taider e persino Mary confidavano nelle sue capacità di aprire le Fontane, ma lui non si sentiva bravo in altro. Che cosa si aspettavano da lui, esattamente?

Qualche giorno dopo, la cavalcata di Caleb e Isaiah Hesenfield arrivò al cospetto del Reame dei Centauri, che come i Plexigos e gli Unicorni erano nati e cresciuti dopo l’Inverno Nucleare.

Il Reame era molto limitato, esteso solo entro i limiti della foresta dove abitavano e circoscritto da delle mura in legno, protetto da arcieri abilissimi.

Così il cecchino Centauro vide due cavalli montati da due cavaliere molto simili nell’aspetto e bardati con alcune insegne bianche e nere, e fu subito pronto a scoccare due frecce che gli invasori non avrebbero dimenticato.

“Altolà!” esclamò dunque. “Chi siete e cosa volete dal reame dei Centauri?”

 

Caleb si fece avanti e parlò con voce forte e chiara: “Io sono Caleb Zacharias Abraham, figlio di Abraham Jason Noah della Casa Hesenfield, primogenito ereditario, e lui è mio fratello gemello Isaiah Daniel Baruc. Chiediamo di conferire col tuo sovrano, ricordandogli i doveri dell’ospitalità”

Il Centauro rise fra sé. “Chiedi ospitalità armato di tutto punto, sia tu sia tuo fratello? Più che altro, vuoi assalire il nostro Reame chiedendo la testa del mio sovrano, Cassius il Magnifico”

Caleb annuì. “È vero, siamo armati, ma non per dichiarare guerra al vostro magnifico reame. Piuttosto, siamo pronti a combattere contro il regno di Walter Argonath e abbiamo informazioni rilevanti per il tuo sovrano”

La vedetta scrutò per bene gli occhi blu intensi e fieri di Caleb, ereditati da sua madre. In lui non vi sembrava essere ipocrisia, e per i Centauri era sufficiente.

“D’accordo” acconsentì l’essere. “Spalancate le porte!”

Caleb e Isaiah entrarono allora in quella foresta, dentro la quale solo pochi uomini erano entrati, e nessuno ne era uscito vivo. I due gemelli si resero subito conto che la sua pericolosità, a parte la violenza dei Centauri, risiedeva nel clima, caldissimo e inadatto per due persone vestite di armatura, e per l’atmosfera, la quale a causa delle fitta vegetazione era opprimente e angosciante anche solo andando per il sentiero principale, comunque invaso da enormi radici e animaletti non comuni altrove e che Caleb non conosceva. Sarebbe stato un viaggio pericoloso, se fatto a piedi e senza guida, ma un Centauro chiamato Sempronius venne incaricato di scortarli nel Foro, residenza del Senato. Sempronius spiegò che la loro specie era governata dal Senato, composto dagli anziani del popolo, e il capo del Senato era il Sovrano, che parlava a nome di tutti.

Una volta giunti, Cassius il Magnifico si presentò loro bardato di una fascia porpora, l’unico Centauro a non camminare a torso nudo.

Ave, o voi che ci visitate. So che avete informazioni rilevanti per me e siete i benvenuti. Prego, scendete da cavallo e sedetevi, riferendomi ciò che avete da dirmi. Parleremo mentre il banchetto si svolge”

Sia Caleb che Isaiah non si trovarono a proprio agio, poiché quando mangiavano non erano usi a parlare di politica, meno che mai mangiare seduti a terra,  ma quelle erano le tradizioni e non si opposero. Lord Abraham, il loro padre, teneva molto al momento dei pasti, l’unico in cui potevano persino sorridere.

“Dunque, oltre a porvi i più sinceri omaggi di mio padre” provò a dire Caleb, mentre Isaiah dava sfoggio a tutta la sua ignoranza in fatto in galateo “ormai dovreste aver compreso, visto il repentino cambiamento climatico, che la Fontana Lind è stata aperta, con la conseguente morte di uno dei Tre Re, Walter Argonath. Ora, è nostra opinione che il territorio governato da questi sia passato in mano a un fantoccio della Regina Margareth, che quindi dobbiamo eliminare, per… ripristinare la pace nell’Ovest. Quindi…”

 

“Un momento” lo interruppe Caesar, un Senatore che banchettava con loro. “Non sono forse gli Hesenfield che hanno creato scompiglio nel regno di Margareth annettendo ai loro domini i territori a Sud? Ho sentito che volete dare inizio a un assedio della capitale Kashnaville, se non è già incominciato. Adesso avete pensato di spingervi a Ovest, approfittando della caduta di lord Walter. Io credo di aver capito, Vostra Grazia, il loro piano. Stufi del Triregno, saranno gli Hesenfield i nuovi dominatori di questa Nazione. Non è forse così, Caleb figlio di Abraham?”

Il ragazzo sbiancò un attimo, ma si riprese: la brutta figura la stava facendo Isaiah, che stava attaccando tutti i cibi senza ritegno e totalmente indifferente ai discorsi, non lui. “Non mi sembra di aver mai detto questo, signor Senatore” buttò lì non sapendo in che modo definire Caesar. “Anzi, se sono giunto in queste lande occluse alla gente, è perché agli Hesenfield interessa il bene dei Centauri, che sono grandi fra le razze. Credo che convenga anche a voi un po’ più di spazio vitale, non è forse così? E inoltre, cosa ne sa Vostra Signoria di quanto accade nel regno di Margareth? Siamo stati costretti a muoverci in guerra per liberare quanti più territori possibili, infatti nei nostri domini non vi è nessuno che si lamenta, né tantomeno combatte”

Ecco fatto, si disse. Si congratulò con se stesso per la parlantina quando vide quel senatore non trovare vie d’uscita.

Al che Cassius il Magnifico rise divertito. “E sia, ragazzo. Mi piace quel tuo cenno allo ‘spazio vitale’ che ci spetta di diritto. Ahimè, solo io e i miei padri sappiamo quanto sarebbe importante per noi espanderci… e sia, dunque. Brindiamo all’alleanza fra i Centauri e la Casa Hesenfield! A loro offriremo i nostri archi e le nostre spade, noi riceveremo da loro tutti i territori che ci competono!”

Caleb diede una gomitata al fratello che stava ingozzandosi e tutti quanti brindarono levando in alto i calici.

In quell’istante, una donna vestita con un mantello e cappuccio, chiedeva udienza alla sentinella dei confini.

 

Nel frattempo, il villaggio di Chevanton era alle porte. Avevano impiegato qualche giorno di viaggio, anche se Kaden avrebbe giurato che ne fosse passato solo uno, talmente erano identiche quelle giornate: nascondersi dai cacciatori di taglie, dai soldati e le lunghe ore di addestramento. Sempre così, e poco tempo per i pasti.

“Chevanton è un importante crocevia” stava ripetendo Klose, mentre Kaden osservava le prime case del villaggio avvicinarsi. “Sarà solo questa la fermata che faremo, poi via dritti alla Fontana Kashna, e buon pro ci faccia”

Kaden ricordò di quanto avevano ipotizzato la possibilità di prendere la via del mare e rimpianse che non avessero scelto quella strada. C’era molto caldo in quella zona, poiché era in pieno deserto e il sole era allo zenit. Poi si sentì un forte boato.

“Accidenti…” borbottò Taider.

“Che è successo?” chiese allarmato Kaden.

“Niente, sta’ seduto” disse Mary, affilando la sua spada. “sono solo i Plexigos che stanno attaccando la città”

 

Lady Margareth era inquieta. Non c’era stato nessun progresso nei suoi piani. Sir George le inviava rapporti regolari, ma sia Shydra Aldebaran sia l’apritore delle Fontane sembravano essersi volatilizzati. C’erano stati numerosi avvistamenti, tuttavia nessuno sembrava essere attendibile.

Inoltre, Caleb e Isaiah Hesenfield sembravano anch’essi scomparsi. Avevano affidato l’assedio a un Capitano e poi, mentre la città resisteva, se n’erano andati. Li avevano visti dalle parti del reame dei Centauri, ma non era sicura. Inoltre, nessuno era mai uscito vivo da quelle lande, pertanto non vedeva il motivo di tanta inquietudine dentro di sé. Eppure, era inquieta. E se Caleb e Isaiah fossero andati a chiedere l’appoggio dei Centauri?

Per quello, e per vederci più chiaro, decise di convocare il… figliastro, Re Anthony di Sydney, che avrebbe visto per la prima volta da quando era morto lord Walter.

Anthony arrivò volando al castello di Kashnaville ma aveva l’aria stanca e irritata.

“Cosa c’è ancora, dunque? Ci stiamo vedendo troppo spesso, e io ho le truppe dell’Armata Rivoluzionaria da respingere” disse Anthony, senza troppi preamboli.

“Lo so, ma io sto gestendo un territorio più ampio. Oltre all’aver messo una taglia sul tizio che ha aperto la Fontana e stare usando tutti i miei mezzi per cercarlo, mi giunge voce che i Centauri aiuteranno gli Hesenfield, o meglio, Caleb e Isaiah suo fratello nella loro invasione dell’Ovest! Che faccio?”

Margareth si sedette, facendo affondare le mani candide sui capelli neri. Era evidente che i numerosi problemi la stavano mangiando da dentro. Si chiese persino se valeva davvero la pena avere tutte quelle spie, se poi queste le portavano cattive nuove.

“Non disperare” le consigliò Anthony. “Per lo meno, un problema si è risolto, no? A quel che dici, non hai nominato lord Jakob Hesenfield…”

“Che è scomparso anche lui, hai ragione! Per non parlare del Mangiacuore che ha attaccato un altro villaggio! Non pensare di addolcirmi le pillole, bastardo” digrignò Margareth, volendo offendere l’altro sovrano rimarcando quella origine. In fondo, lui e lei erano figliastro e matrigna, e non poteva correre buon sangue.

Dopo un momento di tensione, Re Anthony decise. “Non avrei mai creduto di arrivare a questo, ma se mi dici che i Centauri combatteranno contro di noi, sono costretto a farlo. Chiamerò i Draghi, e risolveranno tutte le faccende”

Margareth non ricordò più nessun astio verso il figliastro.

Tutorial: contare come il due di briscola.

briscola-online

Ecco i quattro Assi che tutti vorrebbero. Solo una domanda: perché l’asso di denari non è un denaro? Io so la risposta! 

Okay, so bene che il treno da King’s Cross sta per partire, quindi per riempire le ore sul treno per andare a Hogwarts ho pensato bene di portare un mazzo di carte.

I semi sono essenzialmente quattro e si chiamano: Coppe, Denari, Spade e Mazze (bastoni).

La briscola è un gioco impossibile per me da ricordare: per quante volte me lo spieghino, poi dimentico tutto e tocca rispiegarlo da capo. Insomma, non ho la mente del grande giocatore. Ciononostante, voglio introdurmi in questo mondo e spiegare cosa voglia dire “contare come il due di briscola”

CONTARE COME IL DUE DI BRISCOLA QUANDO L’ASSO È IN TAVOLA

L’asso è in tavola, e se vi concentrate potrete sentire il suo lieve arom… ehi, che dico? Non si mangiano le carte! Volevo dire, se l’asso è in tavola, avere un due in mano non… insomma, non credo che a questo giro tu te le sia cavata, ecco.

Il due di briscola non vale proprio niente. Ecco una lista di cose che valgono come il due di briscola:

  • questo articolo
  • il due di briscola
  • Lo Zero
  • Lo Zero elevato a potenza zero
  • L’uno meno uno
  • Il Nulla
  • L’esaurimento delle scorte
  • Il biglietto scaduto un minuto fa
  • Le mille lire
  • Aven come scrittore

E altre cose.

Insomma, contare ZERO è per il due molto spiacevole. Ecco perché si è messo a “contare”, in un suo modo singolare di contare le cose.

“Zerouna capra, zerodue capre, zerotre capre…”

– il due di briscola versione pastore

Vedete? Mette sempre uno zero accanto alla numerazione!

Il modo corretto di usare il due di briscola e appiccicarlo in faccia a chi ritenete non valga nulla non è semplice, e lo spiegherò qui di seguito.

Arriva Tizio, che dice questa frase “Sai ho dimenticato di mettere il sale nella pasta”

Tu sobbalzi, giustamente! Tuttavia, non te ne frega nulla perché non eri ospite a pranzo a casa sua, perciò prendi la carta del due (che sia di qualunque seme)e gliela sbatti in faccia!

“E se il seme del due è uguale al seme della briscola?”

Ottima domanda! Vediamo che dice Wikipedia:

La mano può essere aggiudicata ad un altro giocatore se questi posa una carta del seme di mano con valore di presa maggiore , oppure giocando una qualsiasi carta del seme di briscola, anche con valore di presa inferiore rispetto alla carta dominante

Visto? Anche con presa inferiore, se il seme è uguale a quello di briscola, prendi e porti a casa.

È molto importante la briscola… un po’ meno il Due, ma tanto come abbiamo visto fa ilpastore.