Kaden e le Fontane di Luce/ La storia

Benvenuti al sabato di Kaden! Credevate che la storia fosse finita, eh?

Beh, in effetti… è finita. Per chi la volesse leggere c’è nel menu il link che vi porta a tutti i capitoli raccolti.

Oggi, a sostituzione della storia in sé, voglio riciclare il sabato, da oggi fino a quando non avrò esaurito gli argomenti, per parlare un po’ sulla storia stessa, che come qualcuno avrà dedotto è la mia prima seria in assoluto, e con seria intendo non demenziale.

Cercherò di dire quello che devo dire senza fare spoiler.

Dunque, tutto inizia con Kaden, un ragazzo dalla pelle olivastra (tipo quella di Obama). Kaden non ha un background molto sviluppato, ma quello che volevo per lui era un nome africano e la pelle come Carlo Conti. Poi, ha continuato a non avere un background poco sviluppato, perché comunque per l’inizio della storia non serve a nulla dire che ha una famiglia. se non ce l’avesse avuta, l’avrei detto. Dal che, se ne può dedurre che ha una situazione familiare abbastanza tranquilla, sempre entro i limiti di una guerra civile, che fa da sfondo alla vicenda.

Kaden, quindi, è uno studente che va in gita scolastica nella città di Perth, ma non è la Perth di oggi. Siamo infatti nell’anno 20.000, e l’umanità è tutta confinata dentro il continente australiano, semplicemente perché sotto quel suolo esiste un bunker sotterraneo dalla tecnologia avanzatissima, che è servito per nascondere gli umani stessi da una massiccia invasione aliena, avvenuta diecimila anni addietro dagli eventi narrati.

Dopo un lungo inverno nucleare, risultato del bombardamento mondiale che è servito a spazzare via la minaccia, ecco quindi arrivare nel 20.000, molto regredito rispetto a come ce lo si aspetta. Forse troppo regredito.

Comunque, dicevamo di Kaden, che quindi ha questo background e non deve stupire se la città di Perth ha adesso il monumento chiamato “Fontana di Luce”, che illumina magicamente la porzione Ovest dell’Australia, esattamente come fanno altre due Fontane, collocate al centro e ad Est dell’Australia.

Un momento, ho detto illuminano? In realtà sono spente, perché tre Re malvagi (due re e una regina) hanno inglobato il potere benefico delle Fontane per loro, finendo per spegnerle e riducendo alla fame il popolo.

Tuttavia, per un motivo assai misterioso, Kaden riesce ad accenderle. Non lo aveva previsto, non sapeva che si potesse fare (erano cento anni che le Fontane si presentavano in uno stato di fatiscenza) e tutta la scolaresca ha paura dell’evento.

Nello stesso istante che la Fontana ha ripreso a funzionare, il Re legato ad essa ha un arresto cardiaco e muore, nel bel mezzo di una riunione con gli altri due sovrani.

Questa è la trama, o perlomeno il capitolo 1 molto in sintesi. Non me ne vogliate, ma avevo avuto questa idea e ho deciso di proporla. Nel prossimo episodio parleremo meglio di Kaden, perciò non  mancate 😀

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Primo settembre 2017.

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Chissà se a Londra in questo momento l’aria è croccante come una mela, come sta scritto in quelle ultime due pagine.

Chissà se oggi, a King’s Cross, due fratelli si rincorrono per raggiungere una colonna fra i binari nove e dieci.

Chissà se il maggiore dei due gli abbia davvero detto che sarebbe potuto finire in Serpeverde, ovvero la Casa dei “cattivi”, di quelli che portano con sé un lato scuro e poco raccomandabile.

Chissà se la madre dei due stia raccomandando loro di smetterla. E con lei, c’è forse un marito che assomiglia identico a Paolo Bonolis?

Diciannove anni dopo gli eventi oscuri avvenuti in un luogo sperduto della Scozia, questa stessa famiglia sta accompagnando i figli per un nuovo anno scolastico, nella Scuola più bella del mondo, dove si impara ad essere persone, prima ancora che maghi.

Forse non sarà la scuola più sicura del mondo (Hagrid perdonami!), ma di sicuro dormire nei letti a baldacchino, avere un panorama magnifico a qualsiasi stagione, essere serviti e riveriti da un manipolo di elfi domestici, deve essere qualcosa di sensazionale.

Ma dicevamo di questa famiglia che, chissà, forse è a Londra che aspetta un treno rosso pieno di ragazzi colmi di speranza, bacchette e animali domestici fra i quali dei gufi postini.

La famiglia di cui vi abbiamo parlato è stata raggiunta da un’altra, il cui segno distintivo sono i capelli rossi. Sembrano conoscersi, si scambiano convenevoli e i figli interagiscono come se fossero parenti, addirittura. È il segno del tempo che cambia, ma che in fondo fa rimanere tutto per com’è. Queste due famiglie sono legate dal filo rosso del destino, e anche se a un certo punto incontrano l’uomo che non parlò, quel giorno a casa sua, rimanendo muto sull’identità del ragazzo sfregiato, nulla sembra turbare questa serenità.

Infine, chissà se un ragazzo possa essere davvero figlio di un Lupo Mannaro, che ha dato la vita perché lui fosse libero. E se questo ragazzo ormai diciannovenne  baciasse la discendente di una Veela, le creature bellissime tipiche della Bulgaria?

Non lo so, purtroppo non sono a Londra per poter vedere tutto questo. Però so che andrà tutto bene, perché a Lui non fa più male la cicatrice.

 

 

Questo è solo un piccolo omaggio, un flusso di coscienza se volete, alla saga che mi ha iniziato alla lettura, che mi ha fatto capire cosa posso diventare e che mi ha fatto sognare dal primo all’ultimo rigo.

Lunga vita a Harry Potter, e spero che anche a voialtri fan vi ritroviate in queste poche righe!

Hogwarts sarà sempre casa vostra

JK Rowling

Kaden e le Fontane di Luce/23

Capitolo 23

Jakob aveva appena ucciso John Taider, e tanto gli era sufficiente. Lo scontro, infatti, gli aveva sottratto molte forze e sperò che Josafat avesse ucciso anche gli altri, cosicché il suo piano di vendetta trovasse il compimento.

Vendetta… Jakob aveva avuto qualche dubbio dopo aver ucciso il Cavaliere Corrotto, tuttavia, camminando fra gli odiati corridoi della Villa, non aveva più remore. Aver portato con sé Josafat nel Labirinto, quindi, era stata la mossa più azzeccata. Era il Mangiacuore, nessuno si sarebbe potuto sottrarre al suo braccio maledetto.

Non avrebbe mai dimenticato ciò che aveva visto fargli quando era sulle sue tracce. Morti ovunque, tutti trapassati sul torace, privi del cuore. Jakob si chiese se il suo fratello minore avesse mai fatto un pasto decente da quando si era allontanato dalla famiglia.

In ogni modo, non trovava Caleb. Dove si era cacciato? Doveva parlare con suo padre per forza? Poi ricordò: Caleb era stato mandato dalla sua truppa, a chiudere l’assedio di Adelaide e delle città del Sud.

La sua truppa… molti ricordi si affollavano nella sua mente, ricordi felici che adesso trovava odiosi. Lui, Isaiah e Caleb, quando non c’era un pensiero al mondo che lo poteva sconvolgere, tutti e tre assieme che conquistavano, soggiogavano e uccidevano per il nome della Casa.

Ma adesso, tutto quel sangue che aveva versato gli stava chiedendo il conto. Era davvero sicuro che ciò che stavano compiendo era giusto, era il corso naturale della storia? Jakob non ne aveva idea. Ad un certo punto, mentre osservava lo splendido giardino che sorgeva di fronte alla Villa dal balcone principale, Frederick fece capolino alle sue spalle.

“Perdonatemi, signorino, ma vostro padre desidera vedervi” disse.

Jakob si chiese che cosa volesse quel bastardo. Doveva dare da mangiare a Josafat, oppure, chissà, fargli fare l’inserviente?

Andò in ogni caso nell’odiato studio e bussò tre volte.

“Avanti” disse Abraham, e Jakob entrò, sedendosi sulla sedia davanti la scrivania.

“Figlio mio” esordì Abraham. “Ti stavo cercando, per chiederti scusa per quanto riguarda la mia reazione eccessiva. Insomma, ti ho sparato ad una gamba ed al momento non posso proprio permettermi di litigare coi miei stesi figli. In fondo, sei nella scomoda situazione di essere il terzogenito di una grande dinastia, davanti a te hai sempre avuto Caleb e Isaiah che sono ragazzi già di per sé straordinari, e inoltre portano il nostro cognome sulle spalle… cognome che su di loro non ha mai pesato. Tuttavia, noto che su di te pesa eccome. Ad esempio, sei scomparso per qualche ora. Dove sei stato?”

Jakob non rispose, dando segno però di aver subìto la domanda, irrigidendosi sulla sedia.

“Ebbene?” incalzò Abraham.

“Sono andato… fuori” rispose vago Jakob, ma Abraham decise di insistere, perché sapeva che il figlio gli nascondeva qualcosa. “Fuori dove? Non ti ho dato direttive precise, perciò ne deduco che tu sia uscito di testa tua. E dove sei andato?”

Jakob arrossì lievemente, ma prima di rispondere celò il disagio che sentiva, poiché decidendo di non avere più paura del padre, doveva portare avanti la sua ribellione. “Non devo venirlo a dire a te, ho superato quell’età”

“Certo, ma vedi… è scomparso anche Josafat. Io ti ho sparato alla gambe e allora ho fatto due più due.”

Una pausa carica di tensione e poi Abraham sbatté le mani sulla scrivania.

“Sei stato al Labirinto portandoti dietro il mio figlio più giovane, non è così? Ti ho dato la possibilità di confessare spontaneamente, ma a quanto vedo hai palesemente rifiutato! Sono esterrefatto, perché mi remi contro? La gloria degli Hesenfield…”

“AH, CERTO!” esclamò urlando Jakob. Non poteva più sentire nemmeno pronunciare quella parola. “A te interessa solamente questo maledettissimo cognome! Dei tuoi figli, mio caro bastardissimo PADRE, non te n’è mai fregato nulla! Dimmi, dov’eri quando Josafat è impazzito? Eh? E dov’eri quando mi hai sparato ad una gamba? Dov’eri? DIMMELO, DANNAZIONE!”

Jakob, preso dalla furia, aveva afferrato il suo stesso padre per la collottola, salendo sulla scrivania per farlo.

“Attento, Jakob” sibilò furibondo Abraham, fissando gli occhi disperati del figlio con i suoi. “Un’altra parola negativa sulla mia condotta e…”

“E cosa? Cosa farai? Intendi uccidermi?” Concluse per lui Jakob, con una nota di amarezza. “Ci hai uccisi, a me e i miei fratelli, non sai nemmeno tu quante volte lo hai fatto! Siamo cresciuti senza un padre, vivendo col paraocchi di questa fottutissima famiglia di merda e dei castelli che ti sei costruito da solo. Siamo cresciuti con assurde convinzioni, ma io ho scoperto la verità. Dimmi, padre… che cosa ne hai fatto dei tuoi fratelli?”

Abraham alla fine comprese cos’era che turbava il figlio. Era comprensibile, dopo il colpo ricevuto, andare a indagare su avvenimenti che non dovevano essere scoperchiati per nessun motivo. Tuttavia, il suo terzogenito non desiderava ricevere risposte, perché proseguì col suo monologo.

“Te lo dico io, se non te lo ricordi” disse. “Li hai uccisi tu, tutti quanti, e hai fatto fuori anche i parenti di mia madre, la tua stessa moglie! Ma di chi sono figlio? Che schifo, non voglio nemmeno toccarti!”

Finito di dirlo, lanciò suo padre contro la finestra dietro la scrivania ed estrasse la spada.

“Io, Jakob… McNobly, in qualità di soldato delle’esercito del Triregno ti condanno a morte”

Abraham sentì suo figlio definirsi col cognome di sua madre. Fu quello, soprattutto, a ferirlo. Ciò voleva dire che non era più suo figlio e che occorreva aggiornare il blasone di famiglia, riducendo le stelle a sei.

“Jakob… Jakob” disse Abraham, accendendo le mani utilizzando la Tecnica del Fulmine propria della Magia. “Tu non sai chi hai condannato a morte. Osi uccidere il tuo Re?”

“Sì, oso” rispose Jakob, puntando la spada “perché ci sono crimini impuniti e un colpevole a piede libero, e io devo aggiustare le storture di questo mondo. Non sei migliore di chi vuoi spodestare e tanto vale ucciderti”

“E mettere te stesso al mio posto, vero?” chiese con una punta di sarcasmo Abraham.

“Chissà” rispose sogghignando Jakob. Stava per profilarsi uno scontro intenso, chiuso nella stanza limitata di Abraham, composta da una libreria, la scrivania e le vetrate, illuminata di notte da un lampadario di cristallo.

Fu Jakob ad attaccare, provando a lanciare un fendente contro suo padre, che lo scansò e lasciò che la spada fendesse invece l’aria, e dato che il capofamiglia degli Hesenfield si era spostato alla sinistra di Jakob, sperò che fosse il lato più debole del figlio, e gli scagliò contro un fulmine, che tuttavia venne schivato da Jakob dimostrando una prontezza di riflessi che solo chi aveva combattuto senza interruzione per tutta la vita poteva avere.

Abraham, invece, l’ultimo scontro serio che aveva avuto era stato contro Shydra sei mesi prima, dopo una lunga pausa, forte della sua supponenza e arroganza nel sentirsi più potente dei figli.

“I miei fratelli si sono sacrificati affinché io potessi diventare Re!” esclamò furibondo Abraham, mentre cercava di colpire il figlio ma incenerendo solo gli oggetti della stanza “E, per quanto riguarda i parenti di tua madre, erano dei buoni a nulla, senza nome né storia, utili solo come cadaveri, in modo da trasformare mia moglie e vostra madre in una vera Hesenfield!”

“Tutte balle!” rispose di rimando Jakob, tagliando in due la scrivania con la spada, ignorando il padre. “Adesso muori!”

Abraham sapeva che Jakob aveva tagliato in due la scrivania solo per far sì che mostrasse la sua vera potenza, e inoltre una volta che si era chiamato McNobly non era più nemmeno suo figlio. E le serpi andavano eliminate, esattamente come aveva ucciso i suoi due fratelli e la sorella, e i relativi figli.

Utilizzando ancora la Tecnica del Fulmine, Abraham ne scagliò un buon numero tutto attorno alla stanza, non lasciando al terzogenito modo di fuggire dalle scosse, tuttavia Jakob rispose con la Tecnica del Fuoco e le due tecniche esplosero mandando in frantumi i vetri della stanza e molti calcinacci.

Dopo che il polverone si abbassò diedero vita a un violento corpo a corpo, fatto di colpi veloci e precisi, e alcuni schivati, e alcuni presi in pieno, in faccio o sul petto. La spada di Jakob giaceva dimenticata a terra.

Abraham, vista la situazione di parità, decise di infliggere un colpo risolutivo al figlio, utilizzando la Tecnica della Terra trasformando la sua mano destra come un diamante.

Caricò e Jakob tuttavia parò quel colpo micidiale, perché lui aveva dal canto suo risposto con la Tecnica del Fuoco trasformando il suo pugno con quell’arte. Seguì un’altra esplosione la cui onda d’urto allontanò i due contendenti, facendoli cadere a terra.

“Jakob” chiamò Abraham col fiatone. “Devo dire… devo dire che non mi aspettavo questa potenza”

Jakob non rispose nulla. Era forse il primo vero complimento rivolto a lui soltanto, e pronunciato solo dopo il suo rinnegamento ai colori della famiglia. Il solo pensiero gli faceva male.

Impugnò la spada e tornò a guardare truce il proprio genitore, e poi il suo pensiero tornò a sua madre. Chissà che cosa era successo in effetti, quando quel giorno autunnale la carrozza era arrivata e lei e Isabel se n’erano andate da quel maniero. Che avesse scoperto la verità?

Doveva saperlo, e per farlo doveva uccidere suo padre. Nel pensarlo, si era accorto che aveva il fiatone. Sapeva quindi di aver già vinto.

“È finita, Abraham” disse Jakob. “In questo scontro ti sei consumato molto, mentre io sono ancora fresco. Più ti muoverai, più ti stancherai, quindi passo subito a dare il colpo di grazia”

Sollevò la spada e la puntò verso suo padre, mentre quest’ultimo osservò ancora una volta l’amato studio. Era irriconoscibile: tutto era stato distrutto, dai libri ai muri al vetro, e gocce di pioggia stavano penetrando dentro la stanza. Era così che Abraham Hesenfield se ne sarebbe andato? L’idea gli balenò nella mente, subito scacciata via, anche se il suo cuore aveva preso ad accelerare.

“Gioco l’ultima carta” dichiarò Abraham, ferito in molti punti e contuso sulla guancia sinistra. Improvvisamente le sue braccia si illuminarono, e Jakob capì. Ricordò quando era bambino che lui stesso, l’uomo che odiava e che pure lo aveva generato, gli aveva menzionato le Tecniche Arcane della Magia.

Erano tre ed erano estremamente pericolose, se non si sapeva padroneggiarle per bene. Una di quelle era il Colpo della Fenice, basata sulla Tecnica del Fuoco, la seconda era il Golem, che permetteva di rivestire l’intero corpo di pietra, e la terza era il Colpo di Thor, basata sulla Tecnica del Fulmine e in grado di distruggere una metropoli come Sidney; pertanto anche Jakob sarebbe rimasto incenerito da quella tecnica e doveva assolutamente fare qualcosa.

“Morirai… e morirai soffrendo come non hai mai sofferto in vita tua! Come osi pensare che io non mi siederò sul Trono? Gli Hesenfield sono destinati a sopportare il peso del mondo, se ancora non l’hai capito!”

Ecco, Jakob deglutì. Abraham era pronto per scagliare un attacco di proporzioni mai viste e Jakob si sentiva nudo e indifeso, pur avendo l’armatura e una spada leggendaria.

“Eccomi!”

Abraham saltò e sollevò il suo pugno raccogliendo tutti i fulmini sul suo braccio. Esattamente come il martello di Thor della mitologia, anche Abraham in quel momento avrebbe deciso la vita e la morte di molti nel circondario.

Abraham non avrebbe mai immaginato di usare quella tecnica contro uno dei suoi figli… che tempi! Dove si sarebbe arrivati? Qual era la sorte del mondo? E inoltre, sarebbe stato pronto a uccidere Jakob, il figlio non voluto, quando si aspettava una femmina?

Abraham, per la prima volta, ebbe un magone alla gola.

Jakob, invece, osservò il proprio padre con un misto di odio e di pietà e, nel panico totale, intuì un punto scoperto da colpire.

Jakob, il terzogenito, il meno amato fra i tre, eccettuato Josafat che ad ogni modo era riuscito a costruirsi una fama da sé. Jakob, colui il quale era il più attaccato al cognome nonostante tutto, colui il quale eseguiva sempre a puntino tutti gli ordini ma di cui Abraham, tuttavia, non ne aveva mai riconosciuto il talento.

Così, con uno scatto felino, Jakob Hesenfield emettendo un urlo infilzò il cuore di suo padre, trapassando dunque il trace da parte a parte con la spada, evitando la catastrofe promessa dai fulmini, che si limitarono ad incendiare il braccio del mittente.
In quel momento la pioggia si intensificò e in lontananza un rombo cupo annunciò la morte di Abraham Hesenfield, Re promesso e mai diventato.

La lumaca Teresina/19

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La dea dei fulmini

Teresina quel pomeriggio aveva deciso di spenderlo tutto facendo l’altalena su un parco sperduto, quando improvvisamente una voce l’attacca dietro di lei.

“Allora? Vuoi volare più in alto?”

Teresina lo riconosce, è l’Alieno a due teste venuto a prendere la sua testa. Quella di Teresina.

Nel senso che non ha certo bisogno di una terza testa, ma l’alieno a due teste è venuto a prendere la testa di Teresina perché ce l’ha con lei a causa della sconfitta subita al Polo.

Possiede anche una pisola carica.

“Maledetto! Sei venuto dal Polo fin qui per…”

“Prendere la tua testa, esatto” afferma l’alieno. “Adesso non parlare, devo ucciderti”

“COSA? Impossibile, io sono Teresina, la dea dei fulmini!”

Con grande stupore dell’extraterrestre, Teresina si concentra ed emette scariche elettriche dalle antenne che ha già di default.

I fulmini che fuoriescono da lì sono dunque molto più forti di quanto ci si aspetta da una giornata serena come quella e l’alieno viene abbrustolito e poi mangiato dalla lumache e da altre sue simili. No, perché sa di lattuga.

“Sono molto contenta di ciò che è successo” commenta infine Teresina, sazia e satolla. Che vuol dire anche “sazia”, ma mi andava di scriverlo.

“Hai ragione” commenta Erica. “ma saprai cimentarti nel mio labirinto?”

Erica fa fuoriuscire dalla bocca un sacco di erbacce dove racchiude Teresina in un complicato labirinto, dove non si può uscire se non si conosce la soluzione.

“Oh no! E adesso dove devo andare? Ah già! Io estraggo bava, basterà circolare per tutto il labirinto e vedere dove sono già passata per non passare due volte nella stessa via!”

In ogni caso, non è stato sufficiente per risolvere il labirinto, perché Teresina ci ha impiegato parecchie ore e diversi minuti per completarlo tutto. Inoltre, Erica, continuava a sputare erbacce ampliando la sua costruzione, quindi anche se Teresina dovesse risolverlo, ci sarebbe stata sempre un’altra soluzione.

Improvvisamente spunta dal nulla l’Uomo Lattuga. “E io? Qual è il mio ruolo in questa storia?”

Erica risponde: “Fatti mangiare”

E l’Uomo Lattuga si fa mangiare.

I have a pen

C’era una volta una penna. Non era una penna qualsiasi, era una penna a spirito, come quelle che si usavano una volta per colorare, arte che va scomparendo.

Era oblunga, e si lamentava del fatto di essere troppo oblunga, quasi invisibile.

Era di plastica, e si lamentava del fatto che alcune sue parenti erano trasparenti.

Odorava di spirito, ma a lungo andare si essiccava e poi serviva a poco.

Poi le venne in mente una cosa, così chiese al tavolo dov’era poggiata:

“Scusa, Tavolo? Ma io posso essere assaggiata?”

Il tavolo si riscosse da una profonda fantasticheria che riguardava lui, le sue quattro gambe e un ornitorinco random e rispose “Beh, perché non provi?”

Allora la penna cominciò a prodursi in un balletto, per essere notata.

“E dai, notami! Notami tanto, notami poco, basta che mi noti!”

Finalmente, dopo essersi prodotta in questa strana canzoncina, venne presa e utilizzata come prova su un foglio.

“Non su un foglio! Voglio scrivere su una lingua! Allora sai che faccio? decido di non scrivere e vedere che succede!”

Una volta resasi conto che la penna non stava funzionando, la mano provò a riscaldare il contenitore del pennarello sul gas della cucina.

“Oh, ma che caldo che fa! Sembra di essere in estate!” e in effetti era giugno.

“Eh, siamo molto focosi” dissero le fiammelle.

Una volta finita la sauna, il pennarello tornò a pattinare sul foglio bianco, che assomigliava a una pista di ghiaccio.

“No, nemmeno stavolta funziono, perché devo scrivere sulla lingua e sentire che gusto ho!”

La mano però non demorde e, dopo aver praticato quell’incantesimo che serviva ad aprire i pennarelli, aggiunge una goccia di spirito al pennarello stesso.

Al che, venne l’illuminazione!

“Ma certo! Io sono un colore a spirito, e con lo spirito vivo! Quindi, il mio gusto sarà lo spirito!”

“Ci sei arrivato, finalmente” commentò la lingua. “Adesso, puoi anche ubriacarti di spirito”

COSA?

 

Storiella random.

C’era una volta l’Uomo Padella.

L’Uomo Padella era solito colpire i suoi nemici con la sua testa, a forma di padella con tanto di manico.

“Sapete, è una di quelle pietrose, la cui base non va via al primo colpo di spugna”

Vedete? Era un  uomo sicuro di sé, tanto che parlava da solo.

Sta di fatto che l’Uomo Padella incontrò per caso una tartaruga vicino al mare.

“Sai perché noi tartarughe abbiamo la corazza?” chiese la tartaruga all’Uomo- Padella, ma quest’ultimo non capì se si trattava di una domanda o una barzelletta, così rispose:

“Perché così posso mettere la mia testa su di vuoi e cuocere tocchi enormi di bistecca?”

“Certo che no, esagerato” rispose la tartaruga. “Abbiamo la corazza perché andiamo in palestra! Non hai mai sentito parlare di tartarughe nella pancia? Tutti gli uomini devono averla!”

L’animale osserva meglio l’Uomo Padella e si rende conto che non è molto ben messo da quel punto di vista.

“Va beh” commenta infine “almeno punti sulla simpatia”

“Simpatia?” chiede l’Uomo Padella. “Io sono un super eroe che sconfigge i cattivi che minacciano la Terra”

Improvvisamente ecco arrivare un mostro enorme a sette teste, dalle quali sbuffa una ciminiera per ciascuna.

“Sono il Mostro Sbuffante” si presenta. “Sono venuto per sconfiggere l’Uomo Padella e dimostrargli che la cottura a vapore è molto più salutare che quella alla griglia”

“Peccato che io sia una padella, non una brace!” esclama l’interpellata, e spiccando un notevole salto, colpisce sette volte il mostro, una volta per ciascuna testa.

La tartaruga nota che per ogni colpa si produce una nota diversa, poiché sette sono le note e non è giusto discriminarne una, vero?

“Complimenti, lo hai sconfitto” commenta la tartaruga, vedendo il mostro a terra. “ma sai sconfiggere anche me?”

“Tu? E che mi hai fatto?” chiede l’Uomo Padella.

“Ho rapito tua moglie, la famosa Donna Spugnetta! MUHAHAHAHAHA!”

Detto quello, sparisce in una nuvola di fumo.

Come finirà questa storia?

 

 

Kaden e le Fontane di Luce/0

Prologo.

E giunse l’anno Diecimila.

C’era un po’ di timore, era tipico: ogni nuovo millennio si apriva con voci riguardanti la fine del mondo, ma anche quel Capodanno si svolse senza particolari problemi, nonostante le insistenti profezie nefaste che volevano il Diecimila come la data esatta dell’Apocalisse.

E poi, arrivò il tre Gennaio.

Sulla Terra giunse un’enorme astronave aliena, dalle proporzioni mai viste, così grande da costringere il pianeta in una situazione di ombra.

L’oggetto volante apparteneva alla razza del pianeta Wergonth, che, impaurita del sempre crescente dominio terrestre sull’Universo, decise di eliminare la minaccia alla radice dichiarando guerra proprio alla capitale, quando in millenni di storia mai nessuno lo aveva fatto così apertamente. Un gesto scellerato, forse, ma i Wergonth avevano dalla loro parte il più grande esercito mai visto, decine di razze alleate e una tecnologia alla pari di quella terrestre, se non superiore. Di quella tecnologia facevano parte anche le applicazioni anti-radar: l’astronave non era stata intercettata nonostante fossero stati installati sull’intero sistema solare meccanismi sensibilissimi.

Quel tre gennaio non venne mai dimenticato, la luce verde che scaturì dall’astronave e diede inizio all’invasione nemmeno.

Orde di dischi volanti cominciarono a bombardare senza pietà alcuna, senza distinzione di continenti od obiettivi prefissati.

L’effetto sorpresa durò abbastanza a lungo. Nessuno sulla Terra si sarebbe mai aspettato un simile attacco, che non era mai avvenuto sin da quando si era cominciato a colonizzare gli altri pianeti e col tempo si era preso a considerare il pianeta azzurro stesso “impenetrabile”, proprio a causa dell’apparente invincibilità dei propri mezzi di difesa.

Ad ogni modo, l’Impero che la Terra era riuscita a costruire era diventato troppo potente perché cadesse così repentinamente; infatti la controffensiva non tardò ad arrivare.

Furono quattro anni di lotte ininterrotte, di battaglie strategiche vinte e perse, e i morti si susseguivano, e le città cadevano una dopo l’altra. Ogni singolo abitante terrestre era stato coinvolto, e ben presto tutti i sopravvissuti al primo attacco seppero maneggiare un’arma.

Alla fine, il 17 Aprile del Diecimilaquattro, il Governo Mondiale decise di tentare il tutto per tutto.

I Wergonth stavano per sottomettere la Terra, la quale non era mai stata soggiogata da alcuna razza aliena, annettendo di conseguenza il grandissimo spazio che era riuscita a costruirsi negli anni, colonizzando centinaia di pianeti.

Il Governo Mondiale non poteva permetterlo. Dunque, il Presidente dei Pianeti Liberi prese una decisione.

Sapendo che in Australia esisteva sottoterra un rifugio pronto per essere usato in casi estremi come quello, egli decise di cancellare il mondo al di sopra, bombardandolo con la cosiddetta Arma Finale, un arsenale di bombe di tecnologia avanzatissima in grado di cancellare un continente lasciando al suo posto il semplice mare.

Così, dopo aver portato in salvo i pochi esseri umani superstiti e sconfiggendo fortunatamente le razze aliene alleate dei Wergonth che stavano occupando l’Australia, il Governo decise di cancellare tutto il resto del pianeta, riducendolo in un unico ammasso d’acqua.

Non restava che cancellare tutto, poiché i Wergonth avevano vinto ed erano rimasti solo loro in superficie, mentre i terrestri rimasti cominciarono ad abitare il rifugio sotto l’Australia.

Dopo quell’apocalisse, nulla rimase sulla Terra. Mentre quel che rimaneva dell’umanità sfruttava la tecnologia del rifugio per poter vivere, al di sopra non era rimasto nulla. L’Australia e alcune sporadiche isole dell’Indonesia, le uniche porzioni di terra rimasta, erano diventate un deserto.

Gli effetti di quell’Apocalisse durarono a lungo: la Terra piombò in un lungo inverno nucleare, dove le radiazioni e le temperature glaciali si mescolarono rendendo la vita impossibile.

Mentre al di sopra persino la luce del Sole faticava a filtrare a causa delle grosse polveri, il sottosuolo australiano divenne un paradiso completamente indifferente ai mutamenti del mondo al di sopra, poiché il rifugio era stato progettato con le tecnologie del decimo millennio e studiato per garantire la sopravvivenza di chi lo avrebbe abitato.

Chi lo aveva costruito non si aspettava un’invasione aliena di quella portata, ma dal momento che la Terra aveva costruito l’Arma Finale, ovvero bombe così potenti da cancellare un continente, fu scelta l’Australia per creare un piccolo mondo del tutto indipendente agli effetti dell’arma. Mentre le città proseguivano con la loro vita, nel sottosuolo si era scavato, dopo aver scavato si erano installati una sorta di muri che avevano insieme la funzione di cielo e contenitore antisismico, si era creato un piccolo Sole che si sarebbe spento nelle ore notturne, avevano adattato il sottosuolo rendendolo fertile e accanto ai campi sorgeva una piccola città, pronta ad ospitare solo poche persone. A far funzionare tutto, persino l’irrigazione, era l’elettricità, ricavata da potentissimi generatori installati in una caverna adiacente. Il rifugio venne col tempo perfezionato e aggiornato fino all’anno Diecimila, in modo che nessun tipo di effetto negativo potesse intaccare quel paradiso artificiale.

Tuttavia, molti progressi tecnologici andarono per forza di cose perdute, come ad esempio il teletrasporto, o la capacità di muovere gli oggetti col pensiero tramite casco cerebrale, così come le armi belliche in grado di incenerire una persona. In generale la vita quotidiana regredì sensibilmente, riportandosi a uno stile che andava indietro di parecchi millenni. L’unico aspetto che rimase pressoché  immutato fu il branco della medicina: nonostante i mezzi limitati, i medici continuavano ancora a installare protesi quasi umane e a risolvere molte malattie genetiche.

Il popolo sotterraneo controllava periodicamente lo stato di avanzamento dell’inverno, ma per diverse migliaia di anni furono costretti a quella situazione provvisoria.

Alla fine arrivò il XIX Millennio, secondo il calendario gregoriano.

Dopo più di ottomila anni l’uomo tornò dall’esilio e riprese a vedere la luce del Sole, ormai libero dalle nubi nucleari.

Per quel motivo il 18.100 divenne l’anno 0, utilizzando un nuovo calendario.

Lentamente, i discendenti di coloro che erano scesi sotto terra cominciarono a ripopolare quanto era stato distrutto precedentemente, tuttavia si resero conto che molto era cambiato dai tempi in cui la Terra era stata abbandonata.

Semi che una volta piantati non crescevano secondo il modello previsto, ortaggi geneticamente modificati o dal colore diverso, animali del tutto nuovi rispetto a quelli cui si era abituati e in alcune specie persino più violenti: tutto era cambiato e, cosciente di questo, la nuova razza fu costretta ad adattarsi.

Per ricordare il lieto evento, fu deciso di costruire tre fontane che emanavano luce in tre punti diversi del continente.

Tre monumenti immensi, in ricordo imperituro dell’avvenuta rinascita terrestre.

Ogni abitante poteva vedere sgorgare dalle Fontane dei fasci di luce, i quali non erano altro che i raggi del sole che, filtrati dalla Fontana, cadevano zampillanti con un moto simile a quell’acqua.

La forma di governo che il popolo scelse per sé fu il regno, con capitale New Sydney. Il primo re fu scelto eletto dal popolo, e dunque lui e la sua famiglia furono colmati di grandi onori.

Per molti secoli nessuno ebbe problemi ad accettare i molti Re che si succedevano al trono di New Sydney.

Sul finire del secondo millennio del nuovo computo, salì al trono Re William VIII, il quale, morto prematuramente e senza figli né fratelli, lasciò la sua Nazione in preda ai dubbi riguardo il nuovo Re.

Secondo la Costituzione la successione sarebbe spettata al parente più prossimo, ma nemmeno il padre di lui, Re William VII, ebbe avuto fratelli o sorelle, né tantomeno la Regina Madre, morta partorendo il futuro William VIII.

Pertanto tutto sembrava condurre alla possibilità di una Regina, dopo tanto tempo, almeno finché non venne aperto il Testamento del Sovrano, il quale aveva designato il suo Primo Ministro, lord Walter Argonath, come suo successore.

Ciò suscitò le perplessità della consorte del defunto, la regina Margareth, in quanto quel Testamento era stato redatto prima di contrarre matrimonio.

A complicare la situazione fu la candidatura di Sir Anthony, di ritorno dalla sua ispezione nelle Sette Isole; un arcipelago fra quelli rimasti dopo la distruzione situato a Nord dell’Australia, che sosteneva di essere il figlio bastardo del sovrano, frutto di una notte di passione risalente ai tempi di quando era principe.

L’esame del DNA non lasciò dubbi, e ciò spiegò l’ascesa repentina di quel cavaliere, divenuto in poco tempo uno dei migliori vassalli del sovrano, ma questo non gli impedì di ricevere il titolo di Bastardo.

Quella controversia sarebbe potuta sfociare in una guerra civile, in quanto tutti e tre i contendenti avevano un esercito proprio e dei sostenitori, ma si riuscì ad optare per una soluzione pacifica: a nessuno conveniva una guerra in quel periodo, poiché il regno stava registrando un calo demografico e i raccolti, complici delle cattive annate, non bastavano. Andare in guerra avrebbe significato perdere tutti i progressi fatti fino a quel momento.

La soluzione pacifica consistette nel dividere in tre parti il Trono. Da quel momento non ci sarebbe stato più un solo sovrano ma tre che amministravano in maniera indipendente, ciascuno secondo le Terre accordate.

Ma si sa, l’uomo è avido, e non appena raggiunge il potere fa di tutto per non perderlo.

Per assicurarsi di non perdere il Trono conquistato, ciascuno dei Tre legò la propria vita alle Fontane di Luce, utilizzando le arti magiche, sviluppatesi nel corso dei secoli e inizialmente create per esclusivi scopi benefici.

Da monumento semplicemente ornamentale le Fontane divennero col tempo strumenti magici: grazie alla magia della luce, gli stregoni pensarono di utilizzare le proprietà della luce stessa per aiutare le terre, il bestiame, il popolo stesso, al quale veniva garantita longevità e protezione da molte malattie. Ciascuna Fontana, se zampillava, garantiva abbondanza e prosperità alla propria zona, tuttavia dal momento che i tre Re utilizzarono quel tipo di magia per la loro cupidigia, le Fontane subirono un repentino cambiamento: da protettrici del benessere e fonte di abbondanza divennero solo strumenti di immortalità ed eterna giovinezza per i sovrani, che dunque non temettero più il tempo. Per contro, le Fontane smisero di zampillare e si spensero, con effetti devastanti.

I raccolti non furono più abbondanti come un tempo, il bestiame non proliferava, anche nel clima si ebbero cambiamenti e il Sole non usciva se non per pochi giorni all’anno, e la crisi non fece altro che aggravarsi, suscitando animi di rivolta nel popolo.

Alla fine, la guerra tanto temuta ed evitata per un soffio, arrivò comunque.

Ed è qui che parte la nostra storia, cento anni circa dall’incoronazione dei Tre.

Le avventure di Isda/16

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Isda e la superbia

Come tutte le cose, anche le pigne di mare a disposizione di Isda finiscono, costringendo il pesce a uscire dalla nuova confortevole casa, in grado di ospitare almeno cinquemila pesci. Cinquemila, oppure una sola megattera, ma le megattere non vivono nel Mediterraneo.

Nel suo infinito nuoto, Isda incontra tre pesci che discutono su chi sia il migliore fra loro. Per inciso, sono un Sarago, una Torpedine nera e una Bavosa,m che fa di cognome Capone, a giudicare dalla targhetta che ha sulla schiena.

“Ma stai zitto te, che sei anche fasciato!” stava esclamando la Torpedine.

“Torpe, guarda che noi siamo fasciati non perché abbiamo delle fratture, ma perché le nostre fasce sono tutte le medaglie che abbiamo vinto nei vari sport!”

“Ah sì? E quali? Il salto dello scoglio?” chiede sarcastica la Bavosa. “Noi invece siamo dorate perché riflettiamo i colori del sole, e quindi siamo le creature prescelte per salvare il mare dai sacchetti!”

“Sono sacchetti, quindi? Non meduse particolarmente citrulle?” chiede la torpedine nera.

“No, sono sacchetti” dice la Bavosa. “una volta mia cugina ci è entrata dentro e adesso ha l’ossessione di aprire un supermercato al mare, dove sarà assente il banco pescheria, ovviamente”

“E perché dovrebbe essere assente il banco pescheria?”

Tutti e tre i pesci si girano.

“ISDA! Che ci fai qui? Ancora a complottare contro il mare per dominarlo, vero?” chiede la Bavosa.

“No, ormai quei tempi sono passati” risponde stancamente Isda, rifiutandosi di spiegarle che si trattava di un gioco di ruolo, in quanto l’aveva già fatto e la Bavosa non aveva afferrato il concetto di gioco di ruolo. “Voglio solo dire che è perfettamente inutile stare qui a discutere quale pesce è superiore fra di voi, perché ci sarà un pesce superiore a te, sempre”

I tre contendenti guardano Isda ammirati. Ogni tanto dice una cosa saggia!

“E quale sarebbe allora il pesce più pesce di tutti?” chiede la Torpedine. “Lo squalo bianco?”

“Secondo me è il barracuda” tenta la Bavosa.

“State dimenticando il Granchio!” esclama il Sarago fasciato.

“Ma quello è un crostaceo, mica è un pesce!” esclama Isda stizzita, come sempre quando si parla a vanvera. “E comunque, sbagliate tutti e tre. Il vero pesce, l’infallibile e invincibile… sono IO! Inchinatevi alla mia maestà!”

Un sacco di meduse luminose prendono luce per far vedere meglio la protagonista del mare, e anche la spada laser le si illumina.

“Non vi state inchinando” osserva Isda.

“Ma va, va… dovevamo aspettarcelo” commenta la Torpedine, incoraggiando gli altri due pesci ad andarsene.

Le dita e i nodi ribelli.

C’era una volta…

O meglio, c’è sempre, ogni qualvolta si presenta, ed è uno strazio terribile. Sta di fatto che quando egli cammina, è solito ascoltare la musica, quando non c’è nessuno con cui parlare. Esiste solo lui e il suo lettore mp3, col quale ha un rapporto di amore/odio: è uso a scaricarsi facilmente, ma ha una lista canzoni eccezionale.

Qualche volte, però, il lettore si ribella. È gusto e tipico: quando si ha voglia di indipendenza, anche i lettori vogliono combattere per questi diritti. Il diritto a premere tasti senza che nessuno li tocchi, ad esempio.

Oppure a scaricarsi. Così, improvvisamente.

“Bene, si è scaricato il lettore!” esclama quindi il passante di professione. “Proprio adesso che stava mandando la mia canzone preferita! Che miserabile!”

“Uhuhuhuhu, quanto mi piace far irritare il padrone…”

Sì, i lettori mp3 sono malvagi, marci dentro. E non si sa nemmeno quale sia il motivo.

“Beh, pazienza”

“Ma come? Tutti qui gli improperi?”

Quando uno la prende con filosofia, i lettori rimangono poi sconvolti.

“Vorrà dire che adesso avvolgerò le cuffie attorno a questo e chi s’è visto, s’è visto”

Al che, il lettore musicale sogghigna. Ha un altro piano per far impazzire il suo proprietario…

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“Bene, ho voglia di musica! E cosa c’è di meglio del mio caro vecchio lettore?”

“Nulla, te lo dico io” risponde il lettore, che non vede l’ora di uscire dalla tasca, che sempre ricolma di fazzoletti, cartacce, scontrini, coccodrilli eccetera non è un posto molto ospitale.

Ecco quindi che viene il momento, per le dita, di lavorare. Ma vediamo perché.

“Ohibò! Il cavo delle cuffie si è attorcigliato tutto!”

“SIIIII LO SO!” Esclama il lettore, emanando una luce rosse sfregandosi le cuffiette, che sono le sue mani.

Al che, l’indice indossa gli occhiali da sole. “Questo è un lavoro per noi, vero Bob?”

“Esatto, Michael!” risponde il dito medio, indossando invece un cappello.

“Non ci avrete mai! Ci attorciglieremo ancora!” esclamano i ribelli, ma ormai la battaglia è cominciata.

Bob e Michael, aiutati dai Bob e Michael dell’altra mano, cominciando a sezionare i nodi più intricati e particolarmente ribelli. Hanno addirittura un pugnale fra i denti.

“Yaaaa! Non molleremo ma!” urlano in coro i molteplici nodi, inoltre alcuni si riaggiustano, tanto per aumentare il livello di difficoltà; altri ancora lanciano frecce, altri ancora shuriken appuntiti.

“Bob Destra! Proviamo un’azione combinata!” esclama Bob sinistra, il quale al posto degli occhiali da sole si è tinto gli zigomi di nero. Il Michael sinistra invece indossa un’armatura medievale.

“Ok!” così i due indici si uniscono e attaccano i nodi, colpendoli con i loro cannoni. Se si apre l’unghia, Infatti, fuoriescono cannoni e raggi congelanti. In questo modo, i noti vengono sconfitti, per quanto irriducibili.

Infine, la pazienza è la virtù dei forti.

La fortuna sorride agli audaci.

Rosso di sera bel tempo si spera.

La classe non è acqua.

L’importante è partecipare.

Insomma, le cuffie hanno la peggio sui nodi e il proprietario del lettore è ancora padrone di quest’ultimo.

La storia di Camifor, la formica soldato.

Se c’è qualcosa che la povera Camifor non capiva, era perché le sue compagne dovessero giocare col cibo, invece di trasportarlo come si doveva nella tana.

“Non sai divertirti” disse Firmoca, una volta sentita la lamentela di Camifor. “Se ad esempio voglio giocare a pallavolo con la briciola, posso farlo. Se invece voglio utilizzare la mia briciola come esplosiva, sono libera parimenti di farlo, perché non limito la tua libertà”

Camifor tuttavia ebbe un’idea. Prese una briciola e la cosparse di esplosivo; ma se nei suoi piani avrebbe dovuto agire nella completa segretezza, purtroppo nel mondo delle formiche la discrezione non era il loro forte.

“Che stai facendo?” chiese pertanto Ocrafim. “Perché stai prendendo quei pezzi di esplosivo? Eh?”

“Ma fatti un po’ gli affari tuoi e cerca piuttosto del cibo, no?”

“Le formiche condividono tutto” obiettò Ocrafim.

“Anche l’esplosivo?” chiese Camifor, seccata.

“No, quello no. BOOM!”

Esplose senza preavviso, spaventando Camifor e lasciandola basita. In ogni caso, una volta raccolto l’esplosivo necessario, chiamò Firmoca.

“Guarda qua che ho preso per il tuo non-compleanno?”

“In realtà, oggi È il mio compleanno” obiettò lei.

Camifor la ignorò e le fece vedere il mucchietto di briciole che aveva accumulato con tanta fatica.

“Molto bello, ma a cosa dovrebbe servirmi?”

Era incredibile quanto fosse scostante Ocrafim, ma Camifor tenne duro e disse “Ma guarda bene! C’è molto che ti potrebbe interessare!”

L’amica guardò bene e prese una briciola, facendo scattare così un complesso meccanismo che fece esploder l’esplsivo contenuto dentro le briciole.

Ocrafim se la cavò con le antenne bruciacchiate e poco altro, perché comunque le formiche son nere e quindi le macchie non si vedono. “Sei una formica cattiva, lo dirò ai capi”

“Non abbiamo capi”

“Li eleggo e glielo dico”

Detto quello, Camifor indossò l’elmetto e partì per la guerra.

“Camifor! Ma come mai parti per la guerra da sola e senza nessun nemico?” le chiese una preoccupata Mofrica, la sorella.

“I miei nemici sono gli ASPIRAPOLVERIIII!”

E da allora nessuno seppe più nulla di lei.