Anno Astrale 2856/4

Negli episodi precedenti, abbiamo riso, pianto, combattuto. Adesso, il gran finale!

“Augh” salutò lei. Il grande capo era seduto su una poltrona di pelle, mentre era attorniato da quella che sembrava la grande corte. Donne, soldati e qualche animale completavano il quadretto. In un angolo, un uomo fumava una pipa, che era la principale colpevole di uno strano odore.

 

“Augh, giovane bianca” salutò di rimando Sarnos Aluvo. Personalmente, era da sempre incuriosito verso le donne bianche, che sembravano così diverse a contatto con la pelle. Inoltre, quella donna in particolare aveva un bel taglio di occhi, anche se in quel momento sembrava avere timore di qualcosa.

“Non avere timore, figlia del pianeta Terra” la incoraggiò. “Siediti incrociando le gambe, e fuma il calumè della pace”

Le fu consegnato una grossa pipa dalla cannuccia lunga,. dove tutti si aspettavano che fumasse.

“Ho molte cose da dirti, Sarnos…”

Il capo alzò la mano coperta di anelli. “Prima il calumè”

Charlotte deglutì. Non si  fidava, peraltro il tizio alla sinistra di Sarnos Aluvo aveva la runa. E se avessero messo dentro quella pipa qualcosa per farla addormentare e poi tagliarla in mille pezzettini per poi infine gettarne i pezzi nel mare?

 

Tuttavia, tutti la stavano guardando. “Lascia che ti spieghi una cosa, giovane donna bianca” disse ancora Sarnos Aluvo. “Fumare dal calumè della pace è segno per noi delle tue reali buone intenzioni, poiché dentro quella pipa ci sono molte delle erbe che crescono dalla terra, e averle dentro di sé rende automaticamente figli della terra, interconnessi con la Grande Madre… per cui non è possibile avere il cuore colmo di diffidenza e sospetto, dopo aver fumato”

 

Charlotte era un po’ scettica, ma decise di fumare ugualmente, per la prima volta in vita sua. Dopo aver fumato, aveva una grande voglia di tossire, ma l’istinto le suggeriva che probabilmente non sarebbe stato molto gradito. Inoltre, doveva porre una domanda importante al capo Oxius.

 

“Adesso dimmi, grande capo Oxius” disse Charlotte, sentendosi gli occhi rossi e forse anche la febbre. “Come mai… quell’uomo, accanto  a te alla tua sinistra, ha una runa? Che significa? A me piace molto”

 

Sarnus Aluvo, perplesso, guardò il braccio del soldato che non fece in tempo a coprire.

 

“Ma… hai insozzato il braccio… è la prima volta che lo vedo” disse Sarnos. “Che succede?”

“Te lo dico io” disse Charlotte, cercando di mantenere la lucidità. Non era semplice, ma doveva assolutamente dire quelle cose. “Siamo stati fregati, noi di Bear Moon River e tu stesso, sotto il tuo naso aquilino. Ci sono delle persone corrotte, fra i bianchi e i pellirossa, tutti manovrati da un certo Patrick Rowald, che di certo non vuole il pene dei nostri gruppi. È stata Chumani… a riferirmelo. Mi ha riferito anche che qualcuno ha rubato le nostre Kevach, probabilmente perché Rowald glielo ha permesso, ma so… so che non siete stati voi” fece una pausa, si sentiva davvero male “una delle tue figlie”

 

“Santo Cielo… è vero, noi non rubiamo, per quanto disapproviamo il vostro comportamento con le Kevach. Per cui, se lo dice Chumani, ciò che riporti è vero.” esclamò Sarnos Aluvo. Poi, presa una lancia laser, colpì a sangue freddo il soldato, ferendolo a morte.

 

“Odio i traditori” affermò il capo. “Voi, però, non lo siete. È Patrick Rowald il mio bersaglio. Deve morire, in modo che neanche la terra lo ricordi. Dove posso trovarlo? Lo sai?”

Charlotte scosse la testa.

“Non importa” disse. “Salirò in sella al mio Anchilòs, e andrò da McKenzie e gli porgerò le mie scuse. Voialtri non statevene impalati, curate la ragazza… chissà che veleni sono stati messi nel sacro calumè, ed io che le ho ordinato di fumare”

 

E così fece, facendosi seguire dai suoi guardaspalle più fidati, senza runa.

“Tutti quelli che hanno una runa sul braccio” cominciò a dire Sarnos Aluvo, alzando in alto quella lancia “Devono suicidarsi davanti ai miei occhi. Adesso. Siete dei traditori e non meritate di vivere, pertanto toglietevela da voi stessi, prima che la mia ira si abbatta su voi e le vostre famiglie”

 

Così, vedendosi costretti, uno dopo l’altro, i traditori caddero senza che nessuno muovesse un dito. Visto quello, Sarnos Aluvo impennò col suo Anchilòs e partì a spron battuto verso est, dove aveva visto dirigersi McKenzie e i suoi. Suo malgrado, seguì anche i Binari, per quanto li odiasse erano un ottimo punto di riferimento in viaggio.

 

Nel frattempo, Partridge e Brianson arrivarono al cospetto di Patrick Rowald, nella grande fattoria indicata dal morente Odakota.

Quello non lo accolse benevolente, perché gli portarono la testa di Odakota stesso su un piatto d’argento.

“Credete di essere nel giusto, vero?” fu la prima cosa che chiese.

“Cosa intendi, maledetto?” chiese Partridge. Sia lui che Brian gli stavano puntando la loro arma. Lui era tranquillissimo.

“Eccoli, gli eroi senza macchia e senza paura che vanno a caccia del criminale cattivo! Non sapete neanche perché io abbia fatto quel che ho fatto!”

“Allora lo confessi, figlio di puttana” sibilò Brianson. “Le Kevach, gli Oxius… era tutto parte di un maledettissimo piano, non è vero?”

“Non avete il diritto di giudicare un uomo come me, voi due che stavate per azzannarvi a vicenda.. sarebbe stato diverte, vero? Un’amicizia rovinata per i motivi sbagliati, nel momento sbagliato”

Rowald si alzò e la sua statura imponente torreggiò sui due pistoleri.

 

“Andiamo, non sapete neanche utilizzare un’arma”

Non visto, aveva già puntato due Cyberevolver, una ciascuno, pronto a uccidere.

“Vi conviene arrendervi. Non intralcerete i miei piani. Vedete, questo mondo è così… contraddittorio. Voi due non vi rendete conto che Patrick Rowald ha salvato questa regione, dando un motivo di speranza a dei selvaggi che prima non sapevano distinguere la destra dalla sinistra, e a dei deficienti togliere loro ciò che hanno avuto impropriamente”

 

Seguitò una pausa.

“Non vedo McKenzie” disse Rowald. “È forse crepato come merita?”

“Sei solo un farabutto, un volgare disadattato che gioca a fare l’eroe, senza nemmeno sapere cosa sia!” esclamò Brianson. “McKenzie lo era, e ha dato la vita in questo sputo di terra, per colpa tua! Ma ti aveva incastrato, non è vero? E volevi vendicarti”

 

Rowald fece per sparare a una gamba, ma Partridge fu più veloce, facendo saltare l’impugnatura dell’arma destra dalla mano di Rowald.

La mano si scottò abbandonandosi a qualche goccia di sangue. Patrick fissò con puro odio chi lo aveva colpito e, utilizzando le onde cerebrali, sparò dagli occhiali una scia di dardi verdi e rossi, diretti ai suoi nemici, che risposero aprendo il fuoco, producendo così un’esplosione di colori, suoni e fumo. sentendosi in pericolo, anche i sottoposti più vicini di Rowald spararono, ma i due pistoleri riuscirono a fuggire via dalla casa, ormai in preda alle fiamme. Lo scontro era solo fra loro tyre. Due contro uno senza una delle mani ma pieno di assi nella manica. Non ultimo, gli speroni degli stivali, che erano a propulsione volante.

“Vi conviene arrendervi!” esclamò Rowald, continuando a sparare sia con la mano buona che con gli occhiali.

 

“Maledizione, non si vede più niente!” esclamò Brianson, cieco per via del fumo che odorava di bruciato. “Partridge! Hai qualche idea?”

 

Ma anche il compagno era in difficoltà, sparando a vuoto mentre tossiva.

Improvvisamente, però, si sentì un nitrito. Getti di fiamme di proporzioni enormi lastricavano il terreno.

 

“È un Anchilòs… ma non riesco a vedere chi lo cavalca” disse Partridge.

“Purché sia un alleato” fece eco Brianson.

 

L’odiata voce di Patrick Rowald, però, diede un nome e un volto al nuovo arrivato. Gli stava parlando con un tale gelo e una punta di fastidio che risultò fastidioso anche il tono stesso della voce.

 

“SARNOS ALUVO! Non sei mai soddisfatto, eh? Ti ho dato le case e…”

 

Furono le ultime parole di Patrick Rowald, il peggior criminale che Bear Moon River avrebbe mai ricordato negli anni a venire.

 

“Non hai neanche il diritto di parlare”

 

La voce perentoria di Sarnos Aluvo, così come il proprietario, sbucarono fuori dal polverone una volta che questo si fu diradato.

 

“Hai ucciso tutti i miei fratelli… li hai corrotti con la falsa promessa di benessere e hai deturpato loro il braccio con quella tua runa del male… credimi, Patrick Rowald, finire carbonizzato da un Anchilòs è ancora la punizione minore che avresti meritato”

 

Le ciniche parole del capo Oxius freddarono anche Partridge e Brianson, che non ebbero altro che parole di gratitudine per quell’uomo.

 

“Augh” salutò lui, scendendo dall’animale e vedendo gli adepti di Rowald osservare inorriditi il pezzetto di carbone che adesso era il loro capo.

“Come state? Vi devo delle scuse. Io, Sarnos Aluvo, sono stato gabbato dalle apparenze. Ma, ahimé, così doveva essere, per potere dare ancora gloria a Madre Terra”

 

E chiese loro di stringergli la mano, come tre combattenti fieri dopo un brutale scontro.

 

“Non preoccuparti” disse Partridge. “Patrick Rowald è stato un uomo pericoloso, sia prima che durante questa storiaccia. Ma ti prego di non giudicarci solo dalla sua condotta. Vogliamo davvero collaborare con gli Oxius”

 

“E così sia” accettò Sarnos Aluvo.

Così, da lì un anno, ci fu un patto fra Bear Moon River e gli Oxius, che contribuì persino a migliorare l’assetto del Binario, facendolo passare per terre più rigogliose e rilanciando l’economia di tutti quei viandanti che si videro ben presto i più ricchi fra i Coloni.

 

E, il 4 Aprile dell’anno astrale 2857, il Treno venne messo sulle rotaie per la prima volta, partendo proprio da Bear Moon River, la città con due sceriffi.

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Le conseguenze dell’amore verso il mare.

La consegna di oggi era: “se fossi un bardo, di c osa cantereste? E perché proprio sul mare?”

 

Salute a voi, o villici!

No, non ho detto di bere.

Vedo che fuori da questa locanda ci sono solo cannibali, montagne, fate, mandragole e folletti. Immagino che non abbiate idea di cosa sia il mare, né di come sia fatta una nave; eppure in estate venite sempre nei territori del sud a mettervi a bagnomaria, senza poi rimettere a posto tutto!

Tutto che?

Tutto, e lo so io cosa.

Ebbene, il mare è presente in molte canzoni.

C’è la gente di mare che se ne va ad esempio. Dove se ne va, dire? Dove gli pare. Il mare compare anche in quella ballata dove si fa cenno all’alta marea e dove il tempo vola.

Nel senso che affitta un deltaplano e vola, quindi a meno che non ne affittiate anche voi uno non potrete inseguire il tempo. Ma non divaghiamo.

C’è anche una poetessa fra questi cantori, la quale a suo tempo sosteneva che non poteva dividersi fra sé e il mare. E sfido io! Una persona non può dividersi, non siamo prosciutti qualunque e di sicuro non c’è un salumiere che fa “È un etto e mezzo, lascio?”

La canzone più recente che parla del mare è quella presentata al festival, dove si dice che la cantante in questione è una montagna a picco sul mare, con tutti i gabbiani che volano e fanno i loro bisogni, preferibilmente sulla testa delle persone.

Per non parlare dei faraglioni, tristi testimonial di dozzinali pubblicità sui profumi, dove il tizio si tuffa senza curarsi di un certo elenco di cose che devono essere osservate prima di tuffarsi:

  • presenza di Meduse e di Medusa
  • se l’acqua è calda o fredda
  • presenza di altra gente sulla quale non atterrare rovinosamente
  • essere capaci di fare un tuffo
  • vedere se è presente alta marea

Di sicuro, l’acqua è salata. Quindi, o villici che vivete di alcool, cioccolato, wurstel, crauti, polenta e piadine, questo è il mare.

Il mare ha tante barche, di cui una è affondata talmente bene da vincere undici Oscar.

Altre ancora non riescono ad attraccare, perché non va loro oppure perché i porti le rifiutano dopo l’ennesimo corteggiamento. Del tipo che la nave ci va anche a fare le serenate, al porto, e il porto le dice no, facendole stare in rada per giorni.

Che cos’è una rada?

Taluni la chiamano friendzone.

Ebbene io, miei cari, ho solo una cosa da dire sul mare. può essere blu, verde, calmo, arrabbiato, agitato, bipolare, alla griglia, ala coque o un termosifone con funzioni da lavastoviglie ma vi assicuro che, a parte COCCOBELLO, è un bel posto in cui vivere. Non solo, o amiconi delle terre del nord, vi posso assicurare anche che il sapore di mare, seppur sia salato e si attacchi alla pelle e sulle labbra, è meglio di qualunque canzone di qualunque bardo.

 

L’uomo che voleva diventare un gomitolo.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma gomitolo, questa parola, ha addirittura tre O!

È la storia di Gianezio, il quale un giorno si è reso conto di essersi svegliato e dover cominciare da zero. Il giorno prima era però convinto di essere un grande uomo!

Gianezio vide tre O del gomitolo ed affermò: “Da oggi diventerò un filo!”

La sua casa lo guardò sospettosa e gli rispose “Pensa tu al resto!”

In effetti, era una risposta che ci si poteva attendere da una casa.

“Il resto? Ma quello è solo sullo scontrino!”

In effetti Gianezio non ebbe tutti i torti, perché per andare in bagno scivolò col piede proprio su uno scontrino, che se la rise sotto i baffi. Qualcuno glieli aveva disegnati o se li era disegnati da solo.

Gianezio si rialzò dalla botta presa, e il bernoccolo cominciò a lampeggiare e ad emettere scamapanellii natalizi.

Era però il dieci giugno, e faceva molto caldo.

“Ma certo!” disse Gianezio. “Per diventare un filo devo innanzitutto chiedere all’ago!”

“Allora devi andare in Scozia!” rispose casa sua, nello specifico la mensola dove tutti tengono la scatola di biscotti blu che invece era solo sartoria.

“Sai, filo di Scozia, lago…”

Gianezio ribatté piccato “Ma non filo di Scozia! Che poi lo usano per le calze e infatti quando cammino ci sono le cornamuse che suonano, e sinceramente danno fastidio! No, io intendevo l’ago inteso come quello che ha la cruna e i cammelli non ci passano!”

“Grazie per aver rigirato il coltello nella piaga!” commentò tagliente un cammello di passaggio.

Gianezio però ebbe evitato i sensi di colpa e propriamente chiese dell’ago, proprio come pianificato.

“Scusi, ago?”

“Scusi?” chiese lui. “Non mi darai certo del lei. Io sono il grande saggio ago delle sette cascate, infatti tutte le sarte sono cascate nel vedermi.”

Due secondi dopo ci ripensò e disse “In effetti, sono sarto anche io. Ma non sono cascato.”

“Infatti, egregio! Voglio diventare un filo dalle lunghe trame che si dipanano nei secoli. Come posso fare?”

L’ago ebbe la risposta pronta: “Pierluigi!”

“Hola, come va?”

Gianezio era scioccato da quante persone conosceva il sommo ago.

Comunque proseguì: “Siamo idioti che l’universo mangia”

“Ma come?” chiese Gianezio. “Io volevo diventare un GOMITOLO, non un PASTO! Che poi, come primo, secondo o dessert?”

“E che, i gatti secondo te quando sputano palle di pelo prima che cos’erano?” chiese criptico l’ago.

Trasparenza.

 

 

 

 

Anche l’immagine di questo articolo è trasparente.

 

Sapete, ci sono giorni in cui sono concreto al punto da spaccare il mondo e altri in cui mi sento invisibile.

Per inciso, stamattina mi sono alzato e, al momento della toeletta, lo specchio non mi ha riflesso!

Sgrano gli occhi, impaurito. Infilo l’accappatoio e mi guardo in un altro specchio. Niente.

Vado in un terzo specchio. Niente ancora.

Mi faccio un selfie col mio telefono d’ultima generazione, che per inciso non sarà mai l’ultima generazione perché sta già uscendo quello nuovo, di ancora più ultima generazione.
Niente. Non vengo.

Mi vesto allora, facendo finta di non notare gli specchi che segnalano l’errore 404, persona non trovata.

Prendo la macchina, esco dal cancello e mi getto nel traffico. Le persone che mi guardano dal marciapiede sgranano gli occhi: chi c’è dentro la macchina? O meglio, chi non c’è?

Ho un fortissimo dubbio, quindi mi guardo nello specchio retrovisore.

Non ci sono.

Okay, okay. Credo di stare impazzendo. Sono invisibile o la macchina cammina da sola? Se facessi un incidente nessuno può prendersela con me? Oppure sono diventato un fantasma a mia insaputa?

Vado in ufficio, sicuramente i colleghi mi vedranno… o non mi vedranno, credendo che il caffè che tengo in mano fluttui come preso da vita propria, che è un po’ il sogno di tutti.

“Jennifer” chiedo alla mia collega. Quella si spaventa urlando: “Vade retro satana!” gettandomi addosso dell’acqua. Si aspetta che io bruci?

“Jennifer!” ripeto di nuovo. “Sono io! Sai perché non mi vedo?”

“Eh?” dice Jennifer, ancora spaventata. “Allora non sei il famoso Fantasma Torturatore delle Jennifer Innocenti, quello che le rinchiude del seminterrato sminuzzandole e poi vendendole come tritato!”

“Ma no, che sciocchezze! Sono io, Philip! Sai perché non mi vedo?”

Jennifer mi guarda, o meglio, fissa la sedia dove sono seduto, assumendo un’espressione come dire ‘beh, è ovvio.’

“Guarda che nessuno vede se stesso, tutti abbiamo bisogno degli specchi. Tu in particolare sei diventato talmente… trasparente da risultare invisibile!”

Ah.

Potrebbe avere ragione.

Solo ieri sera ho confessato di avere mangiato un’unghia e tutti lì a prendermi in giro.

Jennifer prosegue con la sua teoria. “O è così, oppure ti sei dimenticato la tuta di specchi riflessi che rende trasparenti addosso”

Colpito, mi metto le mani addosso, non per colpirmi, ma per cercare la cerniera.

Che sbadato!

Io e il mio cervello.

Buon Anno a tutti! Primo articolo dell’anno ❤

 

“Può davvero esistere il karma?”

Il mio cervello piomba sulla mia attività fondamentale per il destino del mondo.

“Stavo cercando di dormire, Cervello. Puoi davvero chiedermi cose sul Karma alle tre di notte?”

“Ok, allora te lo chiedo alle tre e cinque”

Cinque minuti dopo e il cervello attacca di nuovo.

“Se il karma esiste, è capace di cuocere due uova al tegamino?”

“Oh, mi servirebbe un tegamino!” gli rispondo seccato. “Però sulla tua testa!”

Il cervello non si scompone e ribatte “Oh beh, se mi dessi un colpo di tegamino in testa ti verrebbe un trauma cranico e non credo che ti serva”

Scacco matto.

Passano dieci minuti, e in tutto questo si fanno le tre e un quarto. “Il karma è qualcosa di straordinario… mettiamo caso di avere un cammello su un iceberg. Cosa può aver mai fatto di male quel cammello per finire su un iceberg?

Io mi rendo conto che stanotte non si dorme.

“Senti, cervello! Cosa mai di male ho fatto per avere questo tipo di domanda alle tre e un quarto?”

“Oh, beh”risponde il cervello. “Un minuto fa erano le tre e quattordici, quindi ringrazia di non averti fatto domande sul pi greco!”

“Eccomi! Qualcuno mi ha chiamato? Posso soffrirvi un brodo di numeri, è caldo!”

Il Pi greco piomba nella conversazione. “Pi Greco! Nessuno vuole provare le tue abilità culinarie!”

“In effetti ho un certo languorino!”

Il signor Nessuno, altrimenti noto come Ulisse, prepara coltello e forchetta. “Non dimenticatemi, che voglio proprio assaggiare il 4 al sapore di Dado Starr”

Il cervello, il mio cervello, accoglie male l’ennesimo nuovo arrivato.

“E tu chi sei?”

“Languo Rino, esperto di brodo  di numeri caldi! Piacere!”

Okay, qui qualcosa non va: tanto vale svegliarmi, ma non ci riesco, perché il pi greco prepara brodo per tutti, Ulisse cita Polifemo e Rino Languo lo giudica con troppo sale e impiattato male. Quanto al mio cervello si chiede ancora del karma, e dice al mio cranio “Da oggi tu ti chiamerai Karma e niente appelli”

Suona la sveglia, sono le sette.

“Ehi, che ti succede? Sembri uno che ha vissuto di tutto, ad esempio un pi greco che serve brodo a Ulisse, un critico culinario e a un cervello”

Mia madre sa? “Non ti ci mettere anche tu…”

 

 

La Ropa Sucia 365/Parte 2

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L’ULTIMO EPISODIO

PARTE 2

Mentre Fernando eseguiva lo scambio di DNA con Raquel, gli tornava in mente Clara Sanchez, che ormai era prossima al parto. Probabilmente, secondo i dottori era una femmina.

“La chiamerò Angelica e sarà un avvocato” disse Clara a Miguel, il quale non era morto pazzo alla notte di luna piena di sei mesi prima. Anzi, proprio da quel giorno le cose gli erano andate più che bene. Aveva persino vinto alla lotteria e in quel momento satava leggendo il corto giornale del paese.

“Clara” disse pazientemente Miguel. “Devi spiegarmi perché una volta al mese cambi mestiere e nome a nostra figlia”

“Mi sembra ovvio” rispose ancora più pazientemente Clara. “Gli Islas mi hanno detto che a loro serve un avvocato, per cui…”

Islas che in effetti ebbero problemi con Edmundo, il povero amministratore delegato della loro società. A quel che pareva, aveva tentato di molestare Analisa Islas e quindi volevano denunciarlo. Tuttavia, erano senza avvocato quindi chiesero quel favore a Clara Sanchez.

“Vale la pena aspettare più di vent’anni per denunciarlo?” chiese Analisa. “Voglio dire, alla fine non è stato neanche così invasivo… sai, voglio ritentare con lui”

“Non dirmi che ti sei invaghita di lui perché ti ha toccato il sedere?” chiese Juàn.

“Ehm… forse!” disse Analisa, scappando e uscendo fuori casa. Era una bella giornata, e vide Roberto l’aitante runner correre davanti a lei, incappucciato perché braccato dalla polizia, esattamente come Pepa Gutierrez.

“Non li prenderanno mai” pensò Analisa. Nella sua passeggiata, arrivò fino a Villa Riquelme, dove viveva Sofia, che, dopo essere stata addormentata col cloroformio, non permetteva più a nessuno di varcare quella soglia. Si diceva che adesso era lei la Gran Sacerdotessa del Clan  delle Streghe.

“Oh, salve, pipa!” esclamò Analisa, nel vedere Jorge.

Jorge guardò Analisa e capì che voleva chiedere una cosa. “Se mi rimettessi con Pepa, come la prenderesti?”

“Oh, allora dovresti andare da Romàn e Alfonso, loro sono conculenti!”

Così andò dritto alla casa dei Cascada, che era tornata a essere residenza estiva, e luogo delle nozze fra Romàn Garcia junior e Joaquina Cascada, erede di quella casa.

“Sì, dimmi” disse Romàn, seduto dando le spalle con la poltrona. In realtà avrebbe voluto essere altrove, ma per lavorare doveva pur fare qualcosa e la sua conoscenza di Villa Nueva era enorme. Così Joaquina gli chiese di fare il consulente.

“Devo mettermi con Pepa?” chiese el pipa. Alfonso Cruz represse una risatina, mentre grattava l’interno del gesso della gamba di Rebecca Jones, la quale non era ancora guarita dal calcio che aveva dato al cancello dei Riquelme.

“È una bella giornata” disse l’ex Boss del Clan dei Neri. “Fai come credi”

Così el pipa uscì fuori da quella strana villa, tutta color pesca, e vide, tornando a Villa Gutierrez, l’altro suo figlio, el tiburòn, con in mano un sacco di bagagli.

“Che succede, Ramiro?”

Ramiro rispose “Visto che devo assolutamente dimenticare Elisa Riquelme, la quale si è sposata con uno del pueblo rifiutandomi, e visto che neanche Rocìo mi gradisce, essendosi fidanzata con Roberto Mendosa l’aitante runner ed evaso, credo che partirò”

“Fai bene, figlio mio… fai bene” El pipa si era appena reso conto di aver capito tutte le parole del figlio. Neanche una stilla dell’incantesimo se n’era andata.

Così, pieno di bagagli, andò verso la fermata della corriera, dove incontrò anche Catalina Salcido, la bellissima.

“Ehi, che ci fai qui?” chiese a Catalina.

Lei rispose sospirando. “Eh, sono andata a trovare Javier e Emilia Garcia, che sono marciti in galera. Sul serio, sono marciti. Finalmente so qual è il tesoro dei Garcia, e me lo hanno detto subito, dato che ormai non vale più la pena cercarlo. Il tesoro dei Garcia è l’amicizia e il valore più prezioso di qualsiasi tesoro”

El tiburòn guardò gli occhi verdi della ragazza come se fosse pazza. “Secondo me ti hanno preso in giro”

“Secondo me pure, ma tant’è. Tu vai da qualche parte? Io devo fare un servizio fotografico. Dopo tutto questo tempo ho tanta voglia di tornare in pista come modella. Ti va di accompagnarmi?”

Catalina era riamsta impressionata dalla voce squillante del figlio dei Gutierrez e glielo aveva chiesto con assoluta sincerità

El tiburòn aveva appena vinto alla lotteria, e chissà come sarebbe andata con lei.

Quel giorno, a Villa Nueva, tutti erano sereni e pronti ad affrontare una nuova vita, un 1985 che non avrebbe dimenticato più nessuno.

Tanto, comunque, la lavatrice aveva smesso di girare.

 

THE END

La Ropa Sucia/336

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Miguel, dopo aver parlato con la moglie, era dunque perplesso. “Mi leggi nel pensiero?”

“No, non credo” disse Clara, utilizzando un tono accusatore, come se lui in effetti avrebbe dovuto leggere nel pensiero. “è solo che tu hai detto che volevi comunicarmi una cosa importante. Ecco, l’hai fatto”

“No, non era questa la cosa importante. Ma che ti prende, Clara?”

Sua moglie non rispose. Forse, il gene di Fernando che stava crescendo in lei la stava corrompendo facendola diventare sprezzante e sarcastica.

“Allora” proseguì Miguel “ho incontrato Joshua, proprio poco fa, per strada”

“Beh, è difficile incontrare qualcuno per aria” disse Clara.

“Non farmi innervosire” l’avvertì Miguel. “Mi ha detto qualcosa di molto interessante. Sta’ a sentire. A Villa Nueva, due fratelli non sono fratelli”

Clara fece spallucce. “E cosa sarebbero, cugini? Zii? Televisioni?”

“No… in realtà volevo chiederlo a te, ma se sei così acida chiudiamo il discorso”

Né Miguel né Clara potevano immaginare che c’era un terzo partecipante alla discussione, e non era il pargolo dentro il ventre di lei. Per inciso, era il piccolo Benjamin Espimas, il quale cercava una torta da poter gustare placidamente, magari croccante. Era sotto il tavolo, in effetti non aveva mai provato a mangiare una torta sotto il tavolo, siccome i dolci venivano serviti sopra i ripiani.

“No, non chiudiamo un bel niente” sentì il piccolo da Clara. “Chi sarebbero questi non fratelli?”

“Non si sa” rispose Miguel. “L’ho chiesto a te, visto che sei brava con gli enigmi”

Clara lo squadrò con sospetto. “Ciò vorrebbe dire che non sono brava in tutte le altre cose? Solo con gli enigmi?”

Miguel rispose “No, io non…”

“Mi trovi grassa, per caso?”

“Ma cosa c’entra?”

Tuttavia non gli impedì di ricevere un piatto in faccia, che lo avrebbe colpito se non si fosse scansato. Miguel fu costretto a uscire e andare dai suoi genitori.

“Madre! Padre! Clara mi odia!” esclamò, ancora lontano, mentre correva verso casa sua.

Il fatto era che Miguel stava letteralmente urlando, e non poteva pretendere che nessuno lo sentisse.

“Sai, Edmundo?” esordì Ambrosio Islas rivolto al suo interlocutore. Erano proprio affacciati al balcone di Villa Islas, intenti a guardare il panorama, quando sentirono che Clara Gonzlaez odiava suo marito. “Ciò che mi hai detto potrebbe davvero tornarmi utile”

“Lo spero davvero” rispose lui. “Il fatto che mi stia per sposare con Catalina Salcido sconvolgerà i piani di tutti… potrà persino oscurare la sagra dell’asado!”

“Non esageriamo, adesso” disse Ambrosio. “La sagra dell’asado è un evento tipico di Villa Nueva. Ho avuto modo di assaggiare questa pietanza e come la fanno qui, nessuno in Argentina. È proprio un vanto di questa cittadella”

“Il tutto rovinato dal castello di Romàn Garcia” osservò Edmundo, al quale non piacevano i castelli, preferendo case più pratiche.

“Oh, quello è orribile” concordò Islas. I due si soffermarono dunque nel vbedere le vicissitudini di Mioguel, che dopo aver detto qualcosa all’enigmatico Ambrogio, fu fatto entrare a casa sua.

Ambrogio era particolarmentre enigmatico in quel periodo, ma né Ambrosio né Edmundo avevano qualcosa da dire sull’argomento.

Piuttosto, Miguel si sedette di fronte i suoi genitori, quando le lavatrici non avevano ancora smesso e anzi continuavano a girare…

Lettera di un assassino

ciò che state per leggere ha partecipato al contest “lettera di un assassino”  indetto dal gruppo Facebook “la crème de la crème di efp”. Non era competitivo, o forse sì, in ogni caso l’ho ripescata da dove ce l’avevo e la ripropongo tale e quale.

 

Il tema era il seguente: E se l’assassino lasciasse una lettera? Cosa ci scriverebbe? 

Il suo corpo era appeso al lampadario. Inerte, da ore, ciondolava sul nulla.

Poi Ashton lo vide: “Commissario, c’è una busta attaccata alla bocca!”

Il suo commissario, che stava contemplando il cadavere, non se n’era accorto subito.

Dopo averla estratta con molta delicatezza, videro che conteneva una lettera.

Deglutendo a fatica, il commissario fui scioccato nel leggere le seguenti parole:

 

Caro Paul,

sapevamo entrambi che l’avrei fatto. Ebbene sì, sono stato io a uccidere quest’uomo. Del resto, perché negartelo? Sai che ho avuto sempre un’avversione per il genere umano.

Sin da quando ero piccolo, non facevo altro che ascoltare ordini, consigli, sollecitamenti, e quant’altro.

“ma lo facciamo per il tuo bene”. certo, ma nessuno mi ha mai dato fiducia.

Come se non potessi farcela da solo! Ho frequentato una scuola che non ho scelto, amici che detestavo e una famiglia che ripudiavo.

Ecco perché sono qui che perdo tempo a scriverti, con la Biro che ho rubato a quest’uomo. forse non ci arriverai mai, quindi ti dico subito chi era.

Era il mio capo, a lavoro. Sempre stressante, ti saresti stufato anche tu se capivi che ti avrebbe messo gioghi su gioghi.

E poi accadde. Ebbene sì, Paul, accadde. Successe una settimana fa: ero tornato presto a casa, per una volta, e chi vedo sul mio letto?

Quest’uomo, proprio lui, che si avvinghiava a mia moglie come se non ci fosse un domani. Ma sì che hai recepito: entrambi nudi, lui sopra di lei, che la sfondava ripetutamente.

Anche tu saresti andato di matto. Vabbé che non ci sarebbe voluto molto, per me. Com’è che diceva, lo psicologo? Sindrome di Asperger? Io dico solo “ Poca voglia di relazionarmi”.

O meglio, poca voglia di lasciare in vita questo essere maledetto e la sua amante.

“No amore, ho mal di testa”. Quella puttana maiala. Dimmi, Paul, secondo te ha urlato più quando l’uccello di costui le è entrato dentro o quando l’ho soffocata nel sonno?

 Bah, non ha importanza, e sai perché? Perché l’ho sminuzzata per bene e ho buttato nella pattumiera i rifiuti. Non sai quanti vicini si sono insospettiti della puzza che faceva quel cassonetto! Davvero, dovreste dare una svegliata agli addetti dei rifiuti. Che passino più celermente, la prossima volta!

Non potrai mai incolparmi di questo delitto, caro. Di questo sì, ma ormai non ha più importanza.

Forse vorrai sapere com’è morto Ben, il mio capo. Bene, perché se stai guardando adesso il suo corpo tutto intero è perché volevo fargli capire cosa prova una lampadina, lui che le produceva.

Tanto per cominciare ci misi una settimana a sapere dove abitasse e quando sorprenderlo da solo; poi, camuffandomi da controllore del gas, allungai la tavoletta per fargli firmare un documento qualunque. Lui tutto contento fece una firma troppo ampollosa, ma io con l’altra mano, quella che non teneva la tavoletta, stavo già cercando la pistola.

Lo uccisi a sangue freddo, scaricandogli addosso tutte le cartucce. Se dovevo usare un’unica volta quell’arma, tanto vale farlo bene. Non mi va di sprecare le cose, come quando costruivo castelli enormi con i dadi e poi tu li distruggevi. Ti ho odiato per questo.

Il sangue schizzava come se anche i suoi stessi globuli rossi non vedevano l’ora di andarsene da quel corpo raccapricciante. Un po’ li capisco.

Ci ha messo un po’ a morire, forse non l’ho colpito in nessuna parte vitale, ma gli spasimi che ebbe me li godei tutti.

Poi, una volta morto dopo avergli sventrato le palle (a proposito: hai visto che bel lavoro pulito? Sembra una femmina!), presi un coltello da cucina, e cominciai a tagliarlo. Dovevi vedere come tagliava! Sembrava manzo.

Ma mi stufai ben presto: volevo una cosa che traumatizzasse per sempre i suoi figli; così lasciai perdere il coltello e trafficai con la corda, come a voler simulare un suicidio.

Come avevo accennato poche righe fa, volevo fargli provare le stese emozioni di una lampadina, ma faceva un po’ troppo Famiglia Addams, così mi limitai ad aprirgli la bocca e mettergli questa missiva che ora tieni fra le mani.

Questo naturalmente come tocco finale, prima gli ho infilato la testa vuota dentro il cappio e l’ho lasciato ballonzolare come un salame. Spero che ballonzoli ancora quando lo scoprirai.

Detto questo, ti devo lasciare. Non voglio che mi vedano qui, dopotutto tengo alla libertà e devo ancora fare una cosa prima di morire. Ma non mi ricordo cosa.

Ah, già. Ucciderti.

Con affetto

tuo fratello,

Spencer

La Ropa Sucia/300

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Così la signora Espimas, volendo non disturbare suo marito che metteva in riga quei perdigiorno, andò dai Gutierrez, che in quel momento erano composti solo dal tiburòn e sua madre, Pepa, colei che era ricercata per essere evasa ama che per qualche motivo la polziia non riusciva ad acciuffare. Martina sapeva che le volanti del Commissario pattugliavano la zona e entravano a qualsiasi ora del giorno e della notte per controlli a soprepsa, ma Pepa non si faceva mai trovare. Il Commissario aveva anche arrestato el tiburòn per favoreggiamento e interrogato lui non aveva detto nulla. O comunque quel che aveva detto non era stato sentito.

Martina sperava di avere più fortuna, così bussò, trovando Ambrogio.

“Ciao, Ambrogio” disse lei, squadrando quello che era anche il suo maggiordomo fare il lavoro nelle case degli altri.

“Signora Espimas” salutò l’altro.

“Voglio incontrare Pepa Gutierrez” disse lei.

“Un attimo solo”

Così Martina attese. Sarebbe stato un ottimo momento comico se nel frattempo le pattuglie arrivassero proprio in quel momento, mettendo fine alla latitanza di Pepa. Poi però Pepa ce l’avrebbe avuta a morte con lei, dicendole che era amica delle guardie e cose del genere, esattamente com’era successo quindici anni prima, in cui le due donne erano state coinvolte in un’organizzazione di graffitari ed erano state gravemente multate. Erano state denunciate da un amico delle guardie, che poi si era rivelato Carlos Espimas. Pepa quindi non odiava, né amava, Martina, così decise almeno sette minuti prima di scendere a vederla. Poi ricordò che lo scorso Natale Martina aveva effettivamente regalato a Pepa un tagliacarte e quindi si sentì in dovere di vederla. Sulle prima lo aveva considerato un ottimo regalo, era abbastanza tagliente per poterlo passare sulla gola del pipa, ma poi le cose si erano messe benissimo per lei e aveva potuto lasciarlo proprio il giorno del compleanno del viejo, facendogli ancora più male che se lo avesse davvero ucciso in quel modo.

“Ciao, Martina” disse lei, assonnata e con l’accappatoio.

“Salve, Pepa” rispose lei, che giudicava le persone che si presentavanmo alla soglia della porta senza nememno curarsi. “Volevo solo dirti che c’è il modo per fermare i Sanchez e i Riquelme, ed essere noia  comandare. Praticamente c’è Alvaro, che adesso è noto come Alfredo, che è arrivato a Villa Nueva”

Pepa sgranò gli occhi. Era la seconda volta cher Martina le faceva un favore

“Alvaro… oh mio Dio. Entra, Martina, entra”

La donna entrò e si vide servire tè e biscotti, e anche i cornetti per Pepa che quindi approfittò del momento per fare colazione.

“Devi sapere che Alvaro non è solo conosciuto da Adele Sanchez” rivelò Pepa come se fosse ovvio. “So tutto su di lui, anche s ela nostra differenza di etrà eè abbstazna elevata per chiunque ci osservi”

“Ah sì? Sei stata con un ragazzino?” chiese Martina, assolutamente disgustata e continuando a giudicare.

“No, che hai capito?” disse Pepa muovendo la testa come per scacciare un’immagine strana. “Alvaro è il mio fratello minore”

Fuori risuonò un brutto temporale, condito di tuoni e pioggia e le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/289

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Analisa Islas era la versione mora di Catalina Salcido, e quello era chiaro a tutti.

Tant’era vero che Joshua, l’enigmatico ex ricco di Analisa, pur di averla era stato disposto a comprare una lavatrice, farsela mettere nel suo studio e azionarla, non senza qualche difficoltà.

Adesso le lavatrici erano diventate tre, in un modo che pochi avrebbero capito, in un modo che nessuno poteva sfuggire.

E passarono due mesi.

La sagra dell’asado, a Villa Nueva, era sempre motivo di grande caos e confusione, anche se si svolgeva in piena Pampa e non in città. Tecnici che andavano e venivano, artisti che volevano gli stand, gastronomi, critici, giornalisti, esperti di culinaria e quant’altro dipingevano Villa Nueva di nuove leve.

Gli Islas e i Cascada non pensavano che si sarebbe tenuta anche quell’anno, invece era già giugno e molte cose erano cambiate.

Ad esempio, Alfredo il misterioso ombrellaio, come lo aveva chiamato Analisa, girava spesso per la città. Molti credevano che fosse morto e quello in realtà fosse lo spirito.

Inoltre, Jùan e il piccolo Benjamin avevano avuto la loro torta, e l’avevano mangiata. I fratelli Fernandez non riuscì a trattenerli più a lungo, però, perché i due discoli scapparono continuando con le attività del loro clan.

Nel frattempo, però, all’aeroporto di Buenos Aires erano tornati Rosa, la chica formosa e el loco, proprio loro, quando tutti li avevano dati per dispersi.

“È stata una bella vancanza, vero?” disse Ambrogio, che era venuto a prenderli con la limousine e sfoggiando un sorriso che sembrava vero, ma che in realtà nascondeva abilmente una certa paura di chiedere loro qualcosa. “Che cosa avete visitato?”

“Beh, sai, Ambrogio” disse el loco mentre osservava il maggiordomo mettere i bagagli nel bagagliaio “essendo che siamo stati nella Germania Ovest sarebbe strano se io ti dicessi qualcosa di diverso dalla Germania Ovest, vero?”

“Già” rispose Ambrogio. Ma lui voleva sapere cosa era successo! Tentò dunque con Rosa.

“E tu, Rosa? Che mi dici?”

Rosa piazzò un anello nuziale davanrti al naso di Ambrogio.

“Mio Dio…” borbottò, poer una volta mente e cuore all’unisono. “Vi siete sposati in Germania?”

“Esatto!” Rosa saltellò dalla gioia. “Mio marito, colui che viveva a Bonn, è morto per circostanze misteriose e quindi essendo vedova ho potuto sposare l’uomo più loco della mia vita!”

Morto in circostanze misteriose… il marito di Rosa lui lo conosceva bene. Era stato un matrimonio combinato, perché in quel periodo gli Espimas avevano un gran bisogno di combinare un matrimonio. Capricci da ricchi, immaginòl in quel torno di tempo, ma stettte di fatto che Rosa sposò un uomo che vide solo il giorno del suo matrimonio, ed era ancora diciottenne. Erano passati dieci anni almeno da quel giorno, ed effettivamente Rosa aveva raggiunto un’età parecchio matura, quindi non c’era da stupirsi se quell’uomo era morto, sppure in circostanze misteriose.

Quindi, Ambrogio doveva assolutamente vedere in che modo quel matrimonio avrebbe trovato il suo corso negli eventi.

Nel frattempo che tornavano a Villa Nueva, la limousine dovette fermarsi per fare il pieno, così Amborgio parcheggiò in una stazione di servizio, sperduta in piena Pampa anche quella, a metà strada fra la capitale argentina e il paesino di destinazione.

Fu allora che el loco, mentre provava alcuni occhiali da sole, vide nel minimarket un uomo abbronzato con un sombrero vedere qualche pacco di patatine, chiuso nella sua camicia hawaiana.

Gambe da runner…

El loco si avvicinò proporio a quell’uomo, senza sapere perché, per puro piacere personale.

“Hola, Roberto”

E le lavatrici continuavano a girare…