Kosa ciera nellarticolo ihihi xd

Sbronza a mezzanotte

 Alci volanti.

Mucche che si infilano nelle prese!

Aaaah! Fa male! È davvero tutto un sogno?

Corro veloce, ma mi sembra di stare sempre fermo. Poi volo a caso, mentre le ciambelle luminose si avvicinano e diventano lumache giganti.

Fantasmi. Camminano e urlano, oppure sono sirene? Chissà, in questo prato viola dove nascono ragni con i piedi non è che sia tutto chiaro.

C‘era una volta una cicala che voleva essere un geco, ma poi io l’ho estinta con la mia alabarda che non ho.

Chissà cosa mi riserverà il domani, ma nel frattempo ho un gran mal di testa e vomito anche l’anima nel cesso.

Questo è quello che produce una sbronza a mezzanotte.

“Te lo chiedo come favore personale” dico a Gustav “Non portarmi mai più a uscire la sera a bere e fumare”

Gustav mi guarda perplesso.

“Tanto lo so che la settimana prossima farai di nuovo lo stesso ritornello. E adesso vomita, beone!”

Lo faccio, ma addosso alla sua faccia. Può capitare, no? Ma il vomito, che credevo fosse solo sporco e puzzolente, fa sciogliere il mio amico! Oh no! E adesso che cosa faccio?

Idea! Diventerò il famoso Uomo-Aspirapolvere, che ha avuto una grossa carriera fra i folletti!

Aspiro tutto quello che rimane di Gustav e magicamente divento io stesso Gustav. Oh no! Adesso devo badare a tre figli pestiferi e che sparano laser dalle dita!

Che fare, dunque? Specchio del bagno, tu puoi dirmi qualcosa in merito?

“No” risponde lo specchio. “E adesso chiedimi chi è la più bella del reame”

Spunta nuovamente Gustav. Ma come? Non lo avevo aspirato? Adesso ha in mano un’ascia!

“Adesso te la vedrai con quest’ascia di gomma! Solo così potrai diventare un’arma spaziale!”

Ma chi vuole diventare un’arma spaziale? Ci sono più contro che pro: ogni volta devi entrare nei corpi dei nemici, salutare il sangue, chiedergli come va, e poi uscire fuori… no, facciamo che rimango me stesso e…

D’un tratto, tutta la fantasia finisce e sono sul letto, il mattino dopo. Che serata!

Simulare.

Stiamo giocando la finalissima, e sto dribblando tutti i difensori, uno dopo l’altro, tutti e quattro, neanche se avessi i pattini agli scarpini mi verrebbe così bene. Nel frattempo risolvo anche un cruciverba.

Infine, ecco giungere la porta. Va bene, sono ben conscio che potrei risultare Oliver Hutton, ma non lo sono. Sono solo un po’ più bravo degli altri a giocare a pallone e adesso ho il pallone fra i piedi, e faccio finta che i miei compagni non esistono.

Ecco, come dicevo ho il pallone della vittoria fra i piedi. Vero, pallone?

“Certo, insieme sfonderemo quella porta e bucherò la rete!”

Adoro quando il pallone mi ascolta. E scarto uno, due, tre giocatori come fossero birilli. I difensori li avevo già scartati, ma li scarto di nuovo per fare scena.

Sono solo davanti al portiere e preparo un bel tiro ad effetto. Ho pochissime frazioni di secondo per decidere, altrimenti il portiere mi sradicherà il pallone fra i piedi e lui smetterà di essere mio amico, ma amico del portiere, che poi effettuerà la rimessa lunga.

Infatti il portiere si avvicina e… AHIA!

“PUNIZIONE!” Urla l’arbitro.

“Ma arbitro! Mi ha buttato a terra, come minimo doveva essere rigore ed espulsione!”

Ma l’arbitro invece mi ammonisce.”Non ti conviene simulare, superstar”

Mi chiedo chi l’abbia pagato. Mi ha anche ammonito! Non c’è più rispetto per gli attaccanti?

In ogni caso, si continua a giocare, e il pallone che non è più mio amico si permette di sparare laser ovunque, e tutti su di me, per colpirmi!

“Aahahaha, invierò anche le mummie mutanti, e ti squarteranno!”

E in effetti da sotto il campo un paio zombie fuoriescono facendo vedere prima la mano, come se fossero in attesa di qualcuno che li tira su.

“Hai simulatooooh…” borbottano, mentre mi inseguono. Aiuto, e adesso che cos’è questa scala?

Sono entrato in un UFO, e alcuni alieni mi offrono un infuso dal colore strano.

“VUOI DEL HFVGDITEEEE?” mi urla pure all’orecchio, questo dannato!

E io che volevo solo giocare una partita…

Tutorial: salvare capre e cavoli.

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Prova a risolverlo senza barca! 

SITUAZIONE A

Tutti noi conosciamo il giochino delle capre e dei cavoli, tuttavia voglio provare lo stesso a fare un tutorial per provare a risolverlo nella maniera più ignorante possibile!

Abbiamo le capre, i cavoli e una barca, il tutto osteggiato da un lupo che nella fotografia reale qui esposta non compare perché ha trovato traffico.

In realtà non compare nemmeno la barca.

 Per prima cosa, è notorio che le capre sono un ottimo investimento, sia per quanto riguarda il latte, sia per quanto riguarda il fabbisogno di carne durante le scampagnate.

Anzi, il capretto è protagonista di un noto modo di dire che si verifica quando uno rutto rumorosamente:

E che hai mangiato, capretto?”

Per cui l’unico modo di salvare le capre dal lupo è cuocerle alla griglia, magari mettendo come combustibile carbone e pigne.

“E salvare i cavoli?”

Beh, qualcosa come contorno dovrà pure esserci, no?

SITUAZIONE B

Mettiamo caso che il lupo sia già appagato di un pranzo già avvenuto in precedenza. Mettiamo caso che però arriva un altro lupo intento invece a mangiare le nostre caprette.

Che fare?

Dobbiamo contattare il primo lupo, quello sazio, e corromperlo affinché lui corrompa l’altro e non mangi le nostre povere caprette… che però attaccheranno i cavoli, e non può essere, quindi dovremmo far diventare carnivore le capre e far mangiare loro una bistecca di manzo.

SITUAZIONE C

I cavoli sono minacciati da un imprenditore che vuole costruire un centro commerciale, e credetemi che questa situazione è molto più sconvolgente dei lupi.

Che fare allora? Chiamo i lupi!

“The wolf in your eyes”

I lupi in branco sono pericolosissimi, e ottimi alleati quando devi scacciare l’uomo. Ce la fanno, il campo di cavoli è salvo e adesso bisogna salvare però le capre dai lupi, che giustamente vogliono essere pagati.

Beh, basta in questo modo far scappare le capre dal recinto e far correre un po’ i lupi. Prima o poi si stancheranno… spero.

Questa situazione C è un po’ superficiale

Era un modo per spiegare che mi sono scappate le capre, ma non ditelo a nessuno.

Kaden e le Fontane di Luce/26

Capitolo 26

Kaden e i suoi compagni giunsero a piedi fino a Kashnaville, senza mai fermarsi in nessun villaggio.

Furono nove giorni duri: stare nascosti per timore di essere inseguiti, cibarsi di bacche e sfuggire ai Draghi che di tanto in tanto percorrevano la loro stessa rotta: non era facile, e non vi erano abituati. Solamente la guida esperta di Caleb, il quale esercitava un enorme terrore verso i sui avversari, impedì l’accadere di ostacoli più gravi.

In quei giorni nessuno di loro parlò molto, affranti com’erano da quanto era successo al Labirinto e dalle notizie sempre più nefaste che pervenivano a Caleb tramite corvi messaggeri spediti dalla Villa, adesso gestita da Frederick.

Il Mangiacuore era di nuovo fuggito e mieteva vittime su vittime, nella città di Perth, luogo natale di Kaden, la guerra era finita con la morte in battaglia di Cassius il Magnifico, lasciando Isaiah Hesenfield proclamarsi Lord dell’Ovest e fissare la capitale nel paesino marinaro di Port Hedland.

“Il che è una buona notizia per te” disse Klose a Kaden. “Adesso che è il fratello di Caleb a comandare, possiamo chiedergli che ne è stato di tuoi genitori e della tua famiglia”

Kaden deglutì. Era vero ciò che diceva l’arciere: in quel marasma e nell’apatia in cui erano caduti dopo gli avvenimenti del Labirinto, Kaden aveva del tutto dimenticato che aveva ancora delle persone che l’aspettavano in ansia, a migliaia di chilometri di distanza.

“È per quello che vado ancora avanti” disse Kaden, con la voce rauca non avendo parlato per giorni. “Per i miei… per la mia famiglia. Finché c’è una possibilità che siano vivi, vale ancora la pena aprire le Fontane”

“Che discorsi sono?” interloquì Caleb. “Allora se mio fratello Isaiah trovasse i tuoi genitori morti, smetteresti di punto in bianco la tua missione?”

“Caleb ha ragione” disse Mary, tenendo in mano un bastone per camminare con la nuova protesi. “Pensa a Shydra, pensa a… a…”

E proruppe in lacrime. Il nome del Cavaliere Corrotto aleggiò per un attimo sulla radura e Kaden capì di aver detto una stupidaggine.

“Scusatemi” disse.

Il giorno dopo quell’episodio, un altro corvo arrivò dalla Villa, e Caleb comunicò che la Fontana a Sydney era scomparsa.

Fu Klose il primo a commentare la notizia. “Non sapevo potesse succedere, e non immaginavo che Re Anthony desse alle stampe questa notizia in particolare. Voglio dire, tutti sanno, o meglio, la gente comune sa che le Fontane sono spente e non possono essere riaccese, tenendole lì come monumenti antichi e sempre più fatiscenti. Perché allora rimuoverla?”

“Deve essere una strategia” disse Caleb. “Ormai sono passati quasi sette giorni dagli avvenimenti alla Villa, e la morte di Abraham Hesenfield ha ormai fatto il giro del Triregno. Il che fa di me un ricercato, anche se dubito molto che colleghino la mia latitanza a quella del ragazzo delle Fontane. In ogni caso, probabilmente Re Anthony ha deciso di provocare Kaden o perlomeno Taider comunicandoci che ha nascosto la Fontana, chissà dove, in modo da preservare la sua immortalità e unitamente scoraggiarlo”

Tutti e tre erano profondamente ammirati da quella deduzione. Caleb si dimostrava ancora una volta un ragazzo intelligente e comandante navigato. Probabilmente, anche Taider sarebbe giunto alle stesse conclusioni e questo spinse Mary ad appoggiare quella tesi.

“Sì, hai ragione, Hesenfield” disse. “Be’, sarà meglio piombare a Kashnaville e concludere il tuo assedio, allora”

“Già, sarà meglio” concordò Caleb, non sapendo cosa avrebbe trovato in quella capitale. A quanto aveva capito, lady Margareth era tutt’altro che sconfitta e a quel che pareva il suo vice era persino morto in battaglia, allontanando la possibilità di mettere sotto scacco lei e quel che rimaneva del suo regno. Conveniva arrivare subito in quei luoghi, in modo da chiudere quella guerra e pareggiare con Isaiah, che aveva già concluso la sua.

Per quanto Caleb fosse il primogenito, infatti, era Isaiah ad essere più veloce, più abile con le mani, e più istintivo nella vita. Lui invece doveva sempre avere il controllo su tutto, altrimenti non riusciva a ragionare, e per inciso il non sapere bene come stesse andando la guerra a Kashnaville lo metteva in apprensione.

Alla fine, dopo oltre nove giorni di cammino, arrivarono. La città non era accessibile, visto che vi era l’accampamento della truppa di Caleb. Grosse torri di fumo nero accoglievano i folli viandanti che decidevano di entrare. Per di più, un Drago sembrava bombardare di fiamme la già martoriata città. Tutto attorno nuvole grigie persistevano compatte e un’aria pesante rendeva difficile una buona respirazione.

“Non è quello che si dice il miglior benvenuto” disse ironico Klose.

“Non temete” li rassicurò Caleb. “Adesso entrerò nel mio accampamento dove mi spiegheranno bene la situazione. Voi restate fuori, tornerò e vi dirò come entrare”

Dopo quelle che parvero ore, il primogenito della Casata più potente del Triregno uscì dall’agglomerato di tende.

“Tutto a posto” sorrise. “La città non è affatto sicura, ma rispetto a due giorni fa siamo noi ad essere in vantaggio e fra poco tempo Margareth cadrà, che sia la Fontana o no a tenerla in vita. La cosa migliore è che sia io a comandare le mie truppe, perché ho intenzione di sfondare con un attacco massiccio e dare il colpo di grazia a questa città. Nel frattempo voi dovrete mescolarvi in mezzo ed entrare, poi da lì entrerete nella piazza principale dov’è ubicata la Fontana, poi userete l’oggetto per cui avete tanto penato”

Kaden lo estrasse dalla tasca e tornò a guardarlo. Era un bel manufatto, anche se per prenderlo Taider aveva pagato con la vita.

“Bene” disse Klose. “Faremo come dici”

L’arciere lo disse, ma non poteva credere alle sue parole. Solamente dieci giorni prima, non si sarebbe mai affidato a un Hesenfield.

Così accadde che, dopo l’usuale discorso di incoraggiamento, Klose, Kaden e Mary videro coi loro stessi occhi l’imponenza e la maestosità della macchina da guerra progettata, pensata e voluta da Abraham e compiuta dai figli. Nessuno dei tre Re poteva avere quello spiegamento di forze, quelle armature bianche e nere, quelle spade di ottima fattura, quei guerrieri con gli occhi iniettati di sangue e Caleb era riuscito ad arruolare anche qualche gigante, e anche due battaglioni di Plexigos inferociti e muniti di picche.

“Ma quanti sono?” chiese Kaden impallidito. Aveva sempre sentito parlare della guerra, ma non aveva mai afferrato cosa significasse davvero.

“Almeno mille sicuro” disse Mary, infiltrandosi fra le file. “Non perdiamoci di vista e teniamoci per mano, qui è facile che ci travolgano”

In quel modo, Mary che teneva Kaden e quest’ultimo che teneva Klose, entrarono, non vedendo purtroppo la spettacolare esplosione di una parte delle mura di cinta per poi deviare verso la piazza principale, mentre le truppe reali e quelle di Caleb si davano battaglia in ogni via.

Esplosioni, tempeste di sabbia, tutto divenne confuso e le urla contribuirono alla concentrazione, e morti su morti, usati come barricate umane, sbarravano loro la strada.

Infine, nessuno dei tre capì come poterono arrivare intatti alla piazza principale, dalla quale si ergeva un’imponente torre.

“Eccoci” annunciò Klose. “Ma la Fontana non la vedo… eppure mi era stato detto che si trovava dirimpetto al Palazzo Reale”

I tre guardarono la piazza nel suo perimetro, ancora estranea alle lotte furiose che stavano concentrandosi in periferia.

Vi era la torre, svariati edifici monocromatici e una cattedrale, che probabilmente era servita nei giorni del Cattolicesimo, e che forse serviva ancora, ma per altri scopi. Ad esempio Klose sapeva che la cattedrale di Perth era stata riutilizzata come piccola infermeria, dove stuoli e stuoli di persone boccheggiavano attendendo la morte o la guarigione.

“Dobbiamo interrogare la Regina, per sapere dove si trova la Fontana, il che vuole dire consegnarci spontaneamente a coloro che ci cercano” dichiarò l’arciere, distogliendo la mente da quelle raccapriccianti immagini. “Sei pronto ad affrontare il tuo destino? Dovrai aprire la seconda Fontana”

“Certo, sono partito per questo motivo” rispose Kaden, concentrato più che mai.

Per tre criminali ricercati in tutto il Continente, entrare in quel modo dalla porta principale sarebbe risultato quantomeno irriverente, tuttavia lo fecero e parlarono col portiere di guardia ai portoni.

“Siete voi” disse quegli, osservando la foto nelle taglie e confrontandole con le facce che aveva di fronte. Certo, avevano molta più barba e profonde occhiaie, oltre ad essere sciupati, e Mary aveva ferite profonde, ma erano inequivocabilmente loro.  Anzi, l’essere in quelle condizioni testimoniava la loro identità. “Vi state consegnando, eh? E va bene, non c’è nemmeno bisogno che vi faccia uccidere, sarà lei stessa a farlo”

“Sì, infatti” rispose Klose. “Possiamo entrare, dunque?”

“Certo, non c’è problema. Un po’ sciocco consegnarvi, vi pare?” li congedò il portiere.

Ad ogni modo, penetrarono nell’edificio, che constatarono essere del tutto vuoto, a parte una rampa di scale in fondo alla sala che portava al piano superiore.

“Buon pomeriggio.” Esordì una voce femminile. “Vi sembrava che questo fosse ancora il mio palazzo reale, vero? Non sarei mai stata alla mercé di voi stupratori e assassini. Piuttosto voglio vedervi morti, così ho adibito il mio vecchio Palazzo reale a Torre di Guardia per la mia Fontana, che così non può essere aperta da tutti, come quello sciocco del Re Walter”

“Ne deduco che l’apertura della Fontana si trovi all’ultimo piano, fungendo da estremità, no?” chiese Kaden.

“Non arriverete mai all’ultimo piano, consegnandovi avete già firmato la vostra condanna a morte” rispose la Regina Margareth, la quale osservava tutto dalla telecamera nascosta.

Non avrebbe mai perdonato, mai, la morte di sir George e la conseguente disfatta totale che aveva subìto nei territori ad Ovest, dove adesso comandava Isaiah Hesenfield e lei non aveva più notizie di nessun soldato ancora fedele. Piuttosto, conoscendo il carattere impulsivo e focoso del ragazzo, avrebbe potuto voler far piazza pulita in maniera totale e dare una mano al fratello gemello con le nuove truppe spingendosi ad Est circumnavigando l’Australia e sorprendendo Anthony dal mare, in modo da vendicare il padre morto per misteriosi motivi. Com’era che un uomo apparentemente in salute morisse così? E anche lord Jakob?

Margareth non aveva idee, ma le bastava un solo indizio per potersi intromettere fra quegli ingranaggi che sembravano inarrestabili e rovesciare così la situazione che altrimenti sarebbe rimasta disperata.

Pertanto le crisi di nervi e gli esaurimenti nervosi che aveva avuto in quei giorni erano stati tanti, e per di più il suo figliastro aveva dichiarato che non gliene sarebbe importato, ma che piuttosto avrebbe preservato in maniera originale la propria Fontana.

“Possiamo considerare i territori dell’Ovest perduti, momentaneamente” aveva dichiarato Re Anthony. “Per fortuna, anche lord Abraham Hesenfield è morto, e anche se l’eredità è andata a lord Caleb non dovrebbero esserci più problemi dagli Hesenfield, a parte il Mangiacuore, che ufficialmente risulta disperso. Isaiah ha subìto molte perdite e Caleb stesso è latitante. La cosa migliore da fare è proteggere le nostre Fontane, da ora in poi mantenere il nostro primato sarà più facile che mai. Non angustiarti, gli Hesenfield cadranno da soli. Hanno già perso due pedine e la truppa di lady Isabel, che anche lei aveva velleità militari, è sconfitta”

Così si era pronunciato Anthony, ma non aveva rivelato a nessuno la nuova ubicazione della sua Fontana. Ad ogni modo, lui non sapeva che Isabel e la sua truppa, invece di spingersi a est, aveva preso piega verso Ovest, forse per dare man forte a Caleb.

Sarebbe caduta? Tutto dipendeva da quell’assedio e (dal) far luce sulla morte di Abraham. Per farlo, avrebbe dovuto interrogare quei tre e già averli in pugno la considerava come la prima vera bella notizia da settimane.

Ed ecco perché interruppe le comunicazioni con loro e li lasciò al Primo Livello.

Kaden provò ovviamente a salire le scale senza aver affrontato nessun ostacolo, ma un laser gli tagliò la strada appena prima di affrontare il primo gradino.

Un esercito di Plexigos, almeno due dozzine, sbucò fuori dal nulla tagliandogli la strada.

Kaden suppose che avrebbero dovuto farli fuori tutti, per poter salire al piano superiore.

“Klose! Hai le tue frecce? Mary, hai la tua spada?” chiese, mentre lui estraeva Giustizia

“Oh, ma certo. In questi giorni ho particolarmente curato le mie nuove creazioni” rispose lui, toccando la faretra di nuovo piena e costruita con le sue stesse mani.

In effetti, anche se non aveva comunicato con Kaden, Klose aveva pensato bene di costruire da sé le nuove frecce.

Invece Mary rispose: “Certo, Kaden, ho proprio voglia di testare la mano destra immobile e quanto può essere devastante!”

In questo modo era pronto per dare una mano a Kaden, contro tutti quei mostri, che si muovevano senza un ordine preciso, ma che avevano tutti lo stesso scopo: uccidere.

Nel frattempo Kaden ne stava affrontando uno alla volta, in quanto i suoi avversari preferivano affondare l’attacco e poi sparire piuttosto che tenere uno scontro a lungo termine, in quel modo il ragazzo però era costretto a cambiare ogni volta avversario senza riuscire ad eliminarne nessuno.

Ecco che quindi se un Plexigos arrivava da lui per attaccarlo con uno dei loro pugni potenti, Kaden lo respingeva con la semplice lama di Giustizia, ma poi era costretto a sorbire un calcio sulla schiena che lo costringeva a terra.

Kaden si rialzò dunque per l’ennesima volta, mentre assisteva impotente alla distruzione di quella sala. Quelle bestie immonde erano troppo pericolose per essere lasciate in uno spazio così chiuso.

Eppure lui poteva farci ben poco, come detto. Quelle bestie non sembravano disposte a uno scontro fisico.

Gettò un’occhiata a Klose. Anche lui sembrava avere qualche difficoltà, aveva ancora la prima freccia incoccata e le labbra arricciate, poiché faticava a prendere la mira con quei bersagli molteplici in movimento. Mary invece presentava difficoltà con la protesi di legno e usare la sinistra non le era mai stato semplice, tuttavia la situazione sembrava ancora gestibile per lei.

Ciò nonostante, entrambi dovevano fare qualcosa, altrimenti non sarebbero mai potuti salire al livello successivo con lui.

“A quanto pare, ai Plexigos interessa solo che noi rimaniamo qui. Non sembrano volerci uccidere” affermò a un certo punto Klose.

“Davvero? Io credo invece che fra poco mangeranno le nostre carcasse fino all’ultimo osso!” rispose Mary, profondamente turbato da quei mostri, che l’avevano già colpita in diversi punti. “Secondo te come faremo anche solo a colpirli?”

Klose rifletté intensamente. Non vedeva l’ora di provare le frecce che aveva progettato, ma allo stesso tempo occorreva farlo con prudenza. Quel nemico che si rifiutava di combattere era una novità anche per lui che ne aveva viste tante.

Klose aveva sempre odiato le situazioni di stallo, le trovava irritanti. Perlomeno, nei giorni in cui si marciava, quello si faceva e quindi dava la sensazione di movimento, ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava appesa a un filo anche se non palesemente minacciata, lo metteva in soggezione.

I molteplici Plexigos si muovevano velocemente, senza attaccare, a meno che i due non si avvicinassero troppo alla scala.

“Bene, il fatto che non ci attaccano gioca a nostro vantaggio” tentò Kaden, mentre ne uccideva uno. “Che ne dite se li affrontassimo qui, al lato opposto della sala? In questo modo non ci attaccano e noi li uccidiamo senza subire particolari ferite, non vi pare?”

Klose considerò la proposta. “Idea stupida” concluse. “Mettiamo caso che sia io il Plexigos che non ti lascia passare. Se non ti attaccassi  e tuttavia tu mi riempissi di legnate, come puoi pensare che io non ti attacchi a mia volta?”

“Hai ragione” rispose Kaden. “Però, restando fermi, è anche vero che non concluderemo niente, e molta gente attende che le Fontane si riaprano”

“L’unica” concluse Klose “è attaccare i Plexigos con le frecce.”

Così, senza aggiungere altro, prese la mira e scoccò la prima. Aveva guadagnato un’ottima velocità, e infatti un Plexigos cadde stecchito, proprio mentre balzava da una parte all’altra della stanza.

“Oh, Klose!” esclamò Mary, fiera di lui.

Qualche colpo andava fuori tiro, ma la maggior parte li centrava. E così, dopo venti frecce, erano morti nove Plexigos.

“Non ne sono morti neanche la metà” osservò Kaden, molto deluso dalla faretra finita, ma l’arciere con sua sorpresa si mise a ridere.

“L’ho fatto apposta, voglio vedere come te la cavi tu con Giustizia”

“Sei uno stronzo, Klose” ridacchiò Mary, che nel frattempo uccideva i suoi.

“Sì, come no, in realtà sei scandaloso, ammettilo” lo rimbeccò Kaden, ma ormai la sua concentrazione era rivolta ai Plexigos.

Aveva Giustizia, un’arma che fino a quel momento era stata poco utilizzata. Davanti a lui quindici Plexigos a guardia della rampa di scale.

“Che Giustizia cali su di voi!” esclamò Kaden, e attaccò uno per uno i Plexigos, dimostrando ottimi riflessi. Purtroppo però, dopo appena tre vittime, un modello Canguro lo atterrò posando tutto il proprio peso sulla schiena del povero ragazzo.

“Nove a tre, mi sa” sentenziò l’arciere, che era intervenuto appositamente per rimuovere il mostro dalla schiena del ragazzo. “Non sei molto forte, anche se eliminare tre Plexigos di fila è comunque un risultato ragguardevole. All’inizio di questo viaggio non saresti nemmeno riuscito a impugnare una spada come Giustizia, ti ricordi?”

“Certo” disse Kaden. “Ammettilo che sei venuto fin qui per recuperare le tue frecce!”

“Ma certo che no” tagliò corto Klose anche se fu contento di riaverle sane e salve. “Vogliamo dare il via a un’azione combinata? Magari riusciamo a distruggere tutti gli ostacoli!”

“Sì, certo, fate comunella voi due!” esclamò Mary indignata, ma entrambi i ragazzi sapevano che lei non avrebbe mai accettato nessun aiuto.

E così, messisi spalla contro spalla, riuscirono a distruggere tutti i Plexigos, chi con la spada, chi con la freccia, e alla fine un grande tappeto di Plexigos morti e sangue viola si presentò ai loro piedi, così come avevano preannunciato.

“Ottimo” commentò alla fine Kaden. “Tu quanti ne hai uccisi?”

“Otto” rispose Klose. “Il che vuol dire che tu ne hai ammazzati sei, che sommati ai tre iniziali vuol dire nove. Alla fine della fiera, rimango molto più forte di te”

Kaden ridacchiò e insieme salirono i gradini, perfettamente ignari che un’ombra li stava seguendo.

Quell’ombra era Caleb, il quale era riuscito a districarsi fra le vie ed andare in avanscoperta da solo, intento e desideroso com’era di uccidere Margareth con le sue stesse mani.

Nel frattempo, si era fatta strada in lui l’idea di andare a far visita a sua madre e sua sorella. Quanto gli mancavano? E come avevano preso il lutto del padre e del fratello Jakob, il figlio perduto?

E, per di più, un buon Re avrebbe fatto visita alla sua famiglia, cercando il più possibile di riunirla.

Tutorial: potare le piante.

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Ecco il nostro Uomo Esemplare che affronta un cespuglio folto. Chissà cosa ne verrà fuori!

Va bene, diciamo che abbiamo una pianta da potare, che sia un cespuglio, un pino o semplicemente un cactus.

Questo è il tutorial che fa per voi, un tutorial che fa venire il pollice verde automaticamente!

Bene, innanzitutto bisogna non necessariamente prendere alla lettera l’esempio artistico che ho messo come immagine esemplare, perché sono sufficienti anche un paio di tronchesi.

Quindi, con questo paio di tronchesi in mano, dobbiamo essere capaci di scovare la pianta che fa per noi.

Sono facili da individuare, lì’importante è che siano un po’ troppo spettinate e che diano intralcio sia alla vista che al passaggio pedonale. È possibile infatti che i cespugli escano fuori dalle abitazioni e vadano a occupare i marciapiedi.

E se abitate al nono piano la cosa comincia a diventare un problema.

Ebbene, bisognerà armarsi si pazienza e…

“Scusa Aven mi sembrava che volessi insegnare alla gente come fare le sculture con le siepi”

Pensavi male.

Invece io volevo solo dire una cosa, e la farò dire dal Tronchese, che ha rilasciato un’intervista in esclusiva per noi:

“Potatura? Mi ricorda quella volta che ero al bar, e un tizio strano con due occhi immensi mi fa Ehi, Joe! Allora io gli ho risposto Non sono Joe, mi chiamo Tronk Ese e allora lui ha alzato le spalle e mi ha detto Guarda che sono un tuo parente, mi chiamo Forbice e allora io distolgo il mio sguardo dal mio whisky e gli faccio Senti Forbice, vai a tagliare un po’ di capelli, ché io ho parecchio da fare! E lui se n’è andato”

Dopo questo interessante intermezzo, posso proseguire col tutorial. La morale della favola è questa: quando si potano le piante, non è importante potare per fargli fare le sculture, l’importante è che gli si diano una forma accettabile!

E quale sarebbe?

Una forma da pianta!

Kaden e le Fontane di Luce/24

Capitolo 24

Caleb ricordava bene l’infanzia sua e dei suoi fratelli a Villa Hesenfield.

Jakob ad esempio non sarebbe dovuto nascere, i medici avevano detto a Lady Katrina che non sarebbe arrivata al sesto mese di gravidanza. Eppure ora era giunto fin lì, a rivendicare il suo posto nel mondo, assieme a lui e Isaiah, più piccolo di Caleb di dodici minuti.

Ecco a cosa stava pensando il primogenito della Casa quando aveva finito di leggere una missiva del terzogenito che comunicava la morte del padre.

Una volta c’era stata una giornata in cui lui, Isaiah e Jakob erano andati col padre a caccia. In quell’occasione, fu il solo terzogenito a catturare un cinghiale con le proprie mani e Abraham lo aveva guardato con occhi di predilezione.

“Siete i primogeniti eppure vi siete lasciati battere” osservò Abraham, ridacchiando. “Sarebbe anche ora di prendere il posto che vi compete. Vero, ragazzi?”

“Uffa, ma padre! I cinghiali sono pericolosissimi!” aveva protestato Isaiah, e lui stesso si era difeso con “Sì ma io stavo puntando al cervo”

“Però ti è scappato” lo aveva canzonato Jakob. “Chi arriva ultimo alla villa cambia il pannolino a Josafat!”

Siccome il piccolo Josafat era uno di quei neonati che odiava essere anche solo toccato e tuttavia produceva quantità industriali di feci, nessuno voleva arrivare ultimo, e fra le risate generali Jakob, con in  mano la vittoria, si ritrovò ad inciampare proprio sul finale.

“Che giochi stupidi” borbottò Abraham, mentre Isaiah e Caleb sghignazzavano.

Ed ecco, Caleb si riscosse dai suoi ricordi notando una macchia umida sulla lettera scritta di fretta.

“Mio signore…” esordì una delle serve, che si occupavano dell’accampamento militare situato a sud dell’Australia, che ormai aveva conquistato l’intera città di Adelaide.

“Il posto in cui devo essere è quello che ho appena lasciato” rispose Caleb con voce rotta e, alzandosi in preda allo sconforto, prese il volo diretto alla Villa.

///

Intanto, nel Labirinto, Klose l’arciere si riscosse dal torpore, infastidito dalla pioggia battente che lo aveva infradiciato. Aveva sentito delle esplosioni e un urlo provenienti da dentro la villa… che cosa era successo? Perché gli Hesenfield dovevano essere tutti degli spostati?

Klose decise dunque di tornare sui suoi passi per andare a riprendere Kaden, quindi tornare dentro il Labirinto e fuggire da quella Villa maledetta, già probabilmente bagnata col sangue di un uomo. Si era appena reso conto di non voler sapere cosa il Labirinto nascondeva e se ci fosse davvero un oggetto da recuperare per aprire le Fontane. Una volta giunti a Kashnaville, poi, avrebbero riflettuto sul da farsi.

Il problema era che il Labirinto era molto ampio, a parte i Plexigos, i Demoni e le magie architettate per scoraggiare l’intruso, le biforcazioni e gli inganni non si contavano, quindi anche l’idea di recuperare Kaden si presentava ai limiti del possibile.

Tuttavia, non vide nulla. Klose si ritrovò la strada spianata più e più volte, senza nemico alcuno ad attentargli la vita. E fu così che vide Kaden e Mary dopo qualche minuto, a diversi metri da lui, intenti a fuggire dal Mangiacuore, che avido di sangue era sulle loro tracce. Era spaventoso e orribile alla vista, figuriamoci cosa stessero provando i suoi amici.

Così, gli venne in mente solo una cosa da fare, la soluzione più razionale. Aveva ancora una freccia nella faretra, così incoccò e mirò alla spalla del più piccolo fra i figli di Abraham.

Il Mangiacuore venne colpito, ma non era certo un colpo che lo avrebbe ucciso, tuttavia si limitò a fuggire spaventato, lasciando così Kaden e Mary vivi ma in stato di shock.

“Sono… stanchissima. Questo Labirinto è un incubo” disse Mary, fiatoni. Klose si guardò attorno e notò che non c’era più davvero nessuno. Poco prima aveva sentito un urlo e un’esplosione, e si vedeva del fumo nella parte sinistra della Villa. Che cosa voleva dire?

“Secondo me non abbiamo più niente da temere” disse dunque. “Innanzitutto ho risolto il labirinto arrivando al traguardo, poi tornando indietro per salvarvi ho notato che non ho incontrato difficoltà, il che mi fa pensare parecchio”

“Non ne ho idea” disse Mary, alzandosi, poi ebbe un conato di vomito.

“Oddio, Mary!” esclamò Kaden, parlando per la prima volta. “Dobbiamo assolutamente uscire da questo inferno! Davvero hai risolto il Labirinto? Andiamo, allora!”

Presero la ragazza sulle loro spalle e proseguirono lentamente, chiedendosi per quanto tempo il Mangiacuore sarebbe rimasto nascosto. Nel frattempo la spadaccina ripercorse con la mente quei terribili momenti in cui era stata preda di Josafat Hesenfield.

Il suo fetido odore di morte e sangue… non avrebbe mai dimenticato quegli occhi vuoti e quei capelli unti, e quella man o che così tante volte aveva ucciso, e la disperata fuga dalle sue grinfie che l’aveva ridotta in quello stato.

“Lo vedo… lo vedo…” disse in perda al delirio, preoccupando i due amici.

“Sai dove cazzo è finito Taider?” chiese Kaden. “È scomparso senza lasciare traccia, e uno come lui dovrebbe avere risolto il Labirinto, no?”

“Stanno succedendo un sacco di cose strane, Kaden” si limitò a rispondere Klose. “Ce ne dobbiamo andare”

“Ti riferisci a ciò che hai sentito? Io non mi sono accorto di niente“ disse lui. “E vorrei vedere, con il Mangiacuore alle calcagna e il tuo stesso cuore che fa tipo la lavatrice!”

Klose annuì. “Molto vero” e alla fine notò il corridoio in cui si era addormentato. “Eccoci arrivati, vedi quella porta in ferro battuto?”

“Sempre questo simbolo di merda” commentò Kaden. “Va bene, adesso entrerò e prenderò questo coso”

Detto quello, spalancò la porta, mentre un altro tuono riempì le sue orecchie. Al suo interno non c’era altro che una stanza fatta di muri d’erba illuminata da due candele poste ai lati della stanza, con al centro un piccolo altare che sorreggeva nient’altro che una manopola da lavandino a forma di croce, con al centro incastonato un piccolo globo smeraldino.

Sotto di esso, un paio di righe scritte a mano:

Se la Fontana devi aprire, questa manopola, e non altre, devi inserire.

“Ma no, davvero?” chiese sarcastico Kaden alla scritta, così la prese e la intascò, per poi uscire.

“Allora? Che c’era dentro?” chiese Klose. Kaden mostrò l’oggetto e l’arciere sbuffò.

“Tutto questo casino per una manopola” commentò. “Chissà cosa ne pensa Taider…”

Una volta nominato il cavaliere Corrotto, Kaden e Klose si guardarono tristi e rassegnati, come se l’ineluttabilità della vita non avesse poi bisogno di tante parole. Poi rivolsero lo sguardo a Mary, che stava piangendo tutte le sue lacrime, mentre si confondevano con quelle del cielo.

“È morto” disse singhiozzando. “È morto… e n-niente potrà r-riportarlo i-indietro, vero?”

Né Klose né Kaden risposero. L’arciere, tuttavia, sentì una fitta al cuore: Mary avrebbe amato per sempre l’idea del Cavaliere, e non lui.

///

Intanto Caleb era entrato in Villa spalancando la porta, così non si accorse che c’era anche Isaiah, che teneva sulle spalle un Josafat ferito al braccio, e curato con una fascia grezza macchiata di sangue rappreso.

“Che dannazione è successo in questa casa?” chiese Caleb, furibondo, al gemello incolpevole, che si limitò a scrollare le spalle come a dire “ne so quanto te”.

I due dunque salirono le scale diretti allo studio del padre, aperta la porta, trovarono l’apocalisse.

Tutto era sconquassato, pieno di polvere di calcinacci, muri crepati e pagine di libri svolazzanti, e i lampadari di cristallo frantumati, e il pavimento si era allagato a causa della pioggia, che era entrata perché i vetri non erano più. La scrivania era ridotta a pezzi, ma ciò che i due notarono per primo era il cadavere di loro padre coricato prono, esibendo una vistosa ferita da spada lungo la parte sinistra della schiena, lì dove dall’altra parte c’era il cuore.

Davanti a lui, giaceva l’arma del delitto, ancora scarlatta e infine i gemelli videro un ragazzo seduto rannicchiato intento a piangere tutte le sue lacrime, col volto nascosto fra le gambe.

Un altro tuono rimbombò nelle vicinanze.

“Jakob…” chiamò Caleb, mentre Isaiah poggiava Josafat in un altro angolo. Era la prima sentenza che emetteva da capofamiglia, ma non voleva essere troppo duro. “Hai ucciso nostro padre, vero?”

“NON È NOSTRO PADRE!” si ritrovò a urlare Jakob. In realtà non sapeva neanche lui perché si era messo a piangere. “Perlomeno, quest’uomo non è mio padre… se sapeste… se sapeste cosa ha fatto…”

“Tuttavia l’hai ucciso” interloquì Isaiah. Caleb vide il gemello per la prima volta con l’espressione seria. Non l’aveva mai riservata, nemmeno per le battaglie. “Caleb adesso deve ucciderti, lo sai, vero?”

Caleb sentì d’un tratto un peso enorme piombare sulle sue spalle e un rivolo di sudore freddo tutto sulla pelle. Uccidere uno dei suoi fratelli? Pazzesco! Ma che stava succedendo? E che cosa era saltato in testa ad Isaiah?

Poi capì. Toccava esattamente a lui, adesso, riparare agli errori dei suoi familiari e, per inciso, l’omicidio di un consanguineo negli Hesenfield prevedeva la morte.

Jakob, sapendo anche lui tutto questo e avendo comunque deciso che la scelta giusta era quella di allontanarsi dalla famiglia e assumere il cognome della madre, si alzò, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, tuttavia sembrava determinato ad andare fino in fondo nella sua opera folle.

“E se fossi io a eliminare lui? Ci giochiamo l’eredità, va bene?”chiese, raccogliendo la spada ancora sporca da terra.

Caleb estrasse la sua e annuì. “Va bene. Oggi si deciderà il destino di questa Casa”

Le due spade si toccarono esplodendo in un fragore assordante. Entrambe le lame rifiutavano di ferire l’altro, come se sapessero che i due possessori erano legati da un legame di sangue. Entrambi i fili stridevano, l’uno sull’altro.

Sia Caleb che Jakob digrignavano i denti, con le lacrime agli occhi. Erano così simili, in quel momento.

Eppure, così diversi. Diversa la posizione sociale, diverso il carattere.

“Hai ucciso nostro padre” borbottò Caleb. “Devo punirti, lo capisci? Mi perdonerai?”

“E tu mi perdonerai dopo che ti avrò sconfitto? Non costringermi ad abbassare la mia spada contro di te anche se sei uno dei miei fratelli. Non farmelo fare, te ne supplico” disse Jakob, scoprendosi ancora legato affettivamente ai gemelli e a Josafat.

Caleb tuttavia era più furioso che disperato e rispose nervoso: “Eh, certo! Dopo aver ucciso nostro padre non ti farai scrupoli ad uccidere un altro membro della tua famiglia? No, Jakob, non funziona così!”

E, con un grande sforzo, spinse a terra il fratello minore.

Gli puntò Mezzanotte alla gola, in modo che non potesse rialzarsi.

“Ti offrirò un’altra via, Jakob. Pentiti e cambia cognome, in quanto tu non sei più degno di rappresentare la Casa, né tantomeno me . Sei solo un egoista, non avendo voluto ascoltare le ragioni che nostro padre avrebbe voluto darti, per fare qualsiasi cosa abbia fatto. Pentiti, dunque, e compiremo le ultime volontà di nostro padre. In questo modo l’onore degli Hesenfield sarà salvo e io diventerò un Re senza macchia”

Jakob rise amaramente. “Certo. Adesso che l’ho ucciso tu diventerai Re, vero? Non vedevi l’ora, sin da quando eri piccolo. Dicevi sempre quando sarò Re, quando sarò Re… ma in realtà sei solo uno sciocco viziato, che non ha mai amato nessun…”

“BASTA!” urlò Caleb, infilzando Mezzanotte nella gola del fratello. “Basta” ripeté Caleb, tenendo ancora in mano al spada mentre la vita di Jakob si spegneva.

Isaiah distolse lo sguardo e guardò Josafat. Per fortuna, il fratello più piccolo si era addormentato, e non poteva essere testimone di quell’atto così crudele. Isaiah si rivolse a Caleb. “Perché è diventato pazzo? Che cosa abbiamo sbagliato?”

Caleb non rispose nulla, prorompendo in lacrime amare, poggiandosi sul petto del fratello appena ucciso.

“Io vado a vedere che fine hanno fatto quelli delle Fontane” disse Caleb. “Tu che farai?”

Isaiah scrollò le spalle. “Ho bisogno di sfogarmi. Tornerò dai Centauri, stavamo conquistando l’Ovest, una volta” e detto quello, volò in quella direzione.

Dopo averlo visto sparire fra le nuvole nere, anche Caleb si diresse verso Kaden, Klose e Mary, i quali erano ancora fermi nel Labirinto, che stavano discutendo sul da farsi.

Il primogenito degli Hesenfield atterrò e li guardò tutti e tre. Un momento, erano tre? Dov’era Taider, il Cavaliere Corrotto?

Poi si ricordò che Jakob si era ribellato a suo padre e ne dedusse che quel suo colpo di testa doveva essersi esteso anche a quei tre viaggiatori innocenti quanto ingenui. Essere arrivati in quella Villa… che scelta triste.

Kaden e gli altri osservarono il nuovo arrivato e attesero che dicesse una parola, che non arrivò, piuttosto la pioggia scendeva sconvolgendo gli animi, senza però purificarli.

“Non ho parole per la condotta di mio fratello” esordì infine Caleb. “Sono cose che non sarebbero dovute accadere…”

“E invece sono accadute!” esclamò Mary, correndo verso Caleb con l’intenzione di picchiarlo con l’unico braccio rimasto. Batté violentemente sul torace di Caleb, senza però spingerlo o fargli male, per poi smettere piangendo ancora, ed inginocchiandosi davanti a lui disperata.

“L’unica cosa che posso dire” continuò “è che per farmi perdonare, vi accompagnerò a Kashnaville, tanto stiamo percorrendo la stessa strada. Spero che abbiate comunque perso l’oggetto di cui parlava… mio padre”

Kaden notò che Caleb aveva esitato parlando di suo padre, tuttavia non fece domande, sapendo anche dei sospetti di Klose. Non poteva negare a se stesso che, se fosse morto Abraham, aveva fatto un favore all’umanità. Comunque rispose: “Sì, Caleb, lo abbiamo”

“Bene” disse lui. “Adesso andiamo”

Tuttavia, invece di prendere l’uscita, Caleb rientrò nel Labirinto, sgombro di qualunque nemico o trappola magica. Era surreale quella calma, interrotta solo dal costante rumore della pioggia sul terreno inzuppato e fangoso.

Infine, i tre viaggiatori si resero conto che Caleb era proprio andato in un punto preciso del Labirinto, nel punto in cui loro avrebbero fatto i conti con la verità concreta.

Il cadavere di Taider giaceva lì, dormiente, ignaro ormai delle sorti del mondo.

“Direi di seppellirlo” disse Caleb, scavando una fossa semplicemente agitando la terra con l’arte magica.

Lui e Klose depositarono Taider delicatamente e, dopo aver bloccato Mary che era corsa ad abbracciarlo un’ultima volta, sembrava che dormisse mentre il tumulo che lo avrebbe coperto per sempre si accumulava.

Grazie all’arte magica della terra era possibile anche creare fiori dal nulla, e Caleb regalò al Cavaliere Corrotto un grazioso prato. Poi gli venne in mente che non aveva fatto la stessa cosa né a suo padre, né a suo fratello. Si disse che la loro immagine era insopportabile da vedere e, taciuta la coscienza, fece cenno ai tre compagni di mettersi in marcia, verso Kashnaville.

Bacio.

Questa storia partecipa al Contest non Competitivo indetto dal blog “Raynor’s Hall“. Il tema uscito è stato “Bacio” e io sono felice di proporvi questa storia qua.

Di quei violini suonati dal vento
L’ultimo bacio mia dolce bambina
Brucia sul viso come gocce di limone
L’eroico coraggio di un feroce addio

(L’Ultimo Bacio – Carmen Consoli)

“Allora è finita?”

La guardo negli occhi. Sì, è finita.

È finita perché io ti ho dato tutto, e anche più di tutto, ma tu non mi hai mai visto, neanche per un momento. Il solo motivo per cui volevi capire se qualcosa non andasse in me, era per accertarti che tu non avessi fatto niente di sbagliato nei miei confronti.

È finita, mi chiedi. Ma io mi chiedo se sia mai iniziata. Se chiedi “è finita”, presuppone che sia in effetti qualcosa. Non può finire qualcosa che non è mai iniziato.

E poi il treno sta per partire, quindi mi chiedo come mai questa domanda.

Mi ha avuto sotto gli occhi per anni, e non mi ha mai considerato. ha sempre preferito altre compagnie, relegandomi nella fastidiosa posizione di amico di serie B.

Quindi sì, è finita. Adesso è tempo di ricominciare una nuova vita, lontano dai suoi occhi, lontano dalla sua influenza negativa.

Il fatto è che sono rimasto ossessionato da lei. Non ci dormivo la notte, per avere anche solo un suo saluto.

E adesso parto. Adesso, il treno non mi aspetta, quindi vale la pena salire dentro la carrozza.

“Sì, è finita” rispondo ad alta voce, con ancora tutte le immagini che hanno accomunato me e lei scorrermi nella mente. E, davvero, c’è poco di che rimpiangere. Mi piaceva, forse ne ero innamorato, ma lei non mi ha mai considerato, quindi come può mancarmi una cosa che non ho mai avuto?

“Stammi bene, allora” risponde lei, e si avvicina per darmi un bacio. Anche io mi avvicino per darmi un bacio.

È un attimo, ci confondiamo e…

È successo. Le nostre labbra si sono appena sfiorate. Una cosa non voluta, improvvisa e involontaria, certo, nessuno lo nega.

Ma, guardandola oltre il finestrino mentre il treno mi porta via da lei, la guardo toccarsi le labbra e non posso fare a meno di sorridere, mentre mi passo una mano sugli occhi.

Le avventure di Isda/45

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Il buono, il brutto, Isda

La Coda di rospo corre con quanto fiato ha in corpo, cercando di sfuggire alla polizia delfina.

“Fermo! Devi risarcirci!  Hai spaventato la povera Acciughina, e adesso dovrai scontare sei mesi di prigione!”

Ma la coda di rospo non lo fa apposta: ha questo aspetto di natura, e se le acciughe sono facilmente impressionabili non può farci niente.

“Ahahaha! Preso!”

Compare un calamaro che, sparando il proprio liquido sugli occhi della coda di rospo, lo cattura.

“Bravissimo, Calamaro” dice lo sceriffo, il perfido Delfino. Si distingue dagli altri delfini perché ha un distintivo arrugginito caduto in mare da uno sceriffo vero un po’ distratto. “Riceverai una fornitura per un anno di… ma che cosa mangi tu?”

Il calamaro sta per rispondere quando arriva un pesce spada femmina dotata di spada laser.

“Isda! Sei ricercata!” esclama furibondo lo sceriffo, rivolto all’ignara pesciolina. Che pesciolina non è, visto che è enorme.

“Insomma, Delfino, ma cosa vuoi dalla mia vita? Mi fermi ogni volta che mi vedi, non è che ti sei innamorato di me?” chiede seccata Isda.

“Poseidone me ne scampi, ohibò!” esclama lo sceriffo. “Sei in arresto per possesso illegale di spada laser!”

“COSA? Ma è il mio naso!”

“Ah sì? E allora come mai nessun tuo simile porta con sé una spada laser?”

“E che devo dirti” ribatte Isda. “Tutti i miei simili sono deficienti”

Tutto il mare si ferma a guardare Isda, persino le alghe.

“Hai una bella considerazione dei tuoi simili, e tieni presente che hai migliaia e migliaia di fratelli, quindi offendi anche al famiglia” osserva il buon Calamaro.”Ed io che pensavo di fare un bene alla società catturando questa bruttura!”

“Ehi, come osi?” protesta la coda di rospo. “Devono esistere per forza i pesci belli?”

“Che ne dite di risolverla in un triello?”

La proposta dello sceriffo cade proprio a fagiolo.

“Per una volta hai detto una cosa giusta”

Così, ognuno con le sue motivazioni, Isda, il calamaro e la coda di rospo si ritrovano in uno spiazzale, e molti pesci sono accorsi a vedere.

“Assaggerete la mia spada tanto bistrattata!” esclama il pesce spada, e con uno scatto, frigge il calamaro e la coda di rospo, non lasciando loro il tempo di fare nulla.

“Caspita, scappiamo!” esclamano le sardine, che ignare di tutto compaiono inopinatamente sulla scena.

Ed anche lo sceriffo Delfino, da allora deve pensarci due volte prima di arrestare Isda.

Piliffo e gli Unicorni fastidiosi.

 

 

 

Piliffo non era un ragazzo come tutti gli altri, e questo lo aveva sempre saputo. Ma da qui a vedere gli Unicorni ce ne passava!

Andava a scuola e gli unicorni si appostavano appena davanti all’ingresso per salutarlo_: “Ehi, sai che il nostro corno si può mangiare?”

“MA PORCA MISERIA!” si ritrovò a urla Piliffo, con tutti gli studenti e un gruppetto di ragazze che lo guardavano stranito, mentre a lui batteva il cuore velocemente per lo spavento.

Gli Unicorni si palesavano a lui anche al ritorno da scuola, quando sua madre lo andava a prendere con la macchina.

La donna girava spesso le manopole della radio e una volta beccata la sua stazione preferita, Piliffo sentiva “La ricezione è giusta? Piliffo, non puoi ignorare gli Unicorni! Davvero, mangia il nostro corno! Ti garantisco che il bolo non è così grumoso come gli altri!”

“LASCIAMI IN PACE!” esclamò quindi Piliffo, e sua madre lo squadrò disgustata. “Non  ci si rivolge così a tua madre, Piliffo. E pensare che non ti ho nemmeno chiesto come ti è andata a scuola, perché so che risponderesti sempre con Niente. E per quanto riguarda i voti, la sufficienza dobbiamo cercarla con la lanterna!”

Piliffo lo sapeva non studiava, ma che poteva farci? Gli Unicorni spuntavano anche quando faceva i compiti.

“Mangia il nostro corno… Piliffo, mangialo e ti possiamo garantire un reale rimedio contro i compiti!”

“No sentite, dobbiamo trovare un equilibrio! Voi mi lasciate in pace se mangio il vostro corno?” chiese disperato il ragazzino.

“Dipende” rispose l’Unicorno.

“Da che dipende?” riprese Piliffo, curioso.

“Da che punto guardi il mondo, tutto dipende” osservò criptico l’Unicorno. “Ad esempio oggi siamo noi a disturbarti, ma se domani fosse… l’UOMO-CACIOCAVALLO?”

Piliffo sgranò gli occhi nella visione di quello strano tizio, magari grasso e maleodorante come quel formaggio, e si disse che forse gli unicorni erano meglio.