Lei sei cose che ritengo impossibili.

Gianmarco e Pierpaolo stavano discutendo sul muretto della scuola.

“Sai, Pierparolo?” stava dicendo Robertangela. “Al mondo, ci sono solo sei cose impossibili”

“Beh” disse Pierpaolo “Elencamele, Gianmarco”

Gianmarco le contò mentalmente sulle dita, e vedendo che ne mancava sempre una, ci mise un bel po’ a rispondere. Nel frattempo, Robertangela elencò le sue.

“Ad esempio, è impossibile che la campanella suoni in un orario diverso delle otto del mattino”

“Giusto. Sono le sette e cinquantadue minuti” disse Pierpaolo.

“Un’altra cosa impossibile è chiaramente l’Uomo Lavavetri” enunciò la ragazza, che portava la cartella con solo una spallina.

“Cosa?” chiesero all’unisono Pierpaolo e quell’altro.

“Beh sì… insomma, chi mai si metterebbe a scrivere una serie a fumetti su un uomo lava vetri?”

Gianmarco capì dove aveva lasciato il sesto punto che aveva contato mentalmente e improvvisamente gli venne voglia di chiedere a Robertangela di uscire.

“La terza cosa impossibile” proseguì ingenua la ragazza “sono le mosche bianche. Non ne ho mai vista una, eppure si dice sempre eh, è una mosca bianca

“Evidentemente hanno sbagliato candeggio” rispose saggiamente Pierpaolo. “vai avanti, mi sto appassionando”

“Un’altra cosa impossibile, rimanendo nell’ambito scolastico, è che il professore di storia rilasci compiti di biologia. Cioè, sarebbe apocalittico”

“Già” disse Gianmarco “O prendere un’insufficienza in educazione fisica”

“No” scosse la testa la ragazza. “io parlo di cose veramente impossibili. Ad esempio, è impossibile che dagli occhi ci si senta e dalle orecchie si annusi”

“Già. Anche perché, col cerume, cosa vuoi annusare?” convenne Pierpaolo.

“Esatto” disse Robertangela. “L’ultima cosa che avevo pensato è ovviamente la cosa più importante di tutte, una cosa che è talmente ovvia che voi mi prenderete in giro sicuramente”

Ma nessuno dei due ragazzi lo stavano facendo, pendevano dalle sue labbra.

“Oh.. e va bene, lo dico. È impossibile che io diventi una marmitta!”

Gianmarco si spiazzò nel sentire quella rivelazione. “Oh, non direi, sai?”

“Davvero? Vuoi diventare una marmitta, Federico?” chiese Pierpaolo, utilizzando il soprannome dell’amico.

“Provate a mangiare un piatto di fagioli e vediamo se non diventate marmitte catalogate!”

 

 

 

 

 

 

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La Ropa Sucia/176

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Da quando Ramòn Fernandez era divenuto Sindaco era già passata una settimana. Nel frattempo, il Clan dei Bianchi non aveva mandato avanti nulla.

Analisa e Pedro erano tornasti alle loro rispettive case. Gli Espimas erano di nuovo tutti riuniti, ma non si aspettavano certo quella visita.

Ambrogio, il cameriere di famiglia, annunciò col suo solito aplomb chi aveva bussato.

“Raquel Garcia chiede udienza con Fernando Espimas, signore”

Fernando, il quale stava sorseggiando un buon tè, gli andò di traverso.

“F… falla entrare” biascicò.

Infine, Raquel entrò. Era più bella che mai, accompagnata da Luisa Ortega, la quale fissava la mobilia dall’alto in basso, come se ciascuna di essa le avesse fatto un torto personale.

“Ciao, Fernando” disse lei.

Quest’ultimo, ancora lacrimante per il tè andato di traverso, la guardò sfocata.

“Cosa… vuoi? Mi hai spezzato il cuore”

“Volevo solo ridarti l’anello” disse lei. “Adesso sto col massaggiatore, che mi ama davvero”

“Se vuoi Fernando, puoi prendere me” aggiunse Luisa.

“Zitta Luisa, ne abbiamo già parlato” la zittì Raquel.

Infine, l’anello cadde davanti al ragazzo. Era la fede del viejo, che lui gli aveva dato e che al tempo stesso non aveva saputo usare con saggezza.

Senza dire altro, la ragzza gli voltò le spalle e andò via. Luisa Ortega, invece, si voltò e tentò di salutarlo con la mano, ma le venne recapitato un ceffone da parte di Raquel.

Fernando sospirò. Ambrogio venne da lui e portò via la colazione, senza però riuscire a tenere a freno la lingua per dire “I Garcia non sono come li si crede”

Fernando lo guardò di sbieco: “E tu che ne sai, Amb… rogio?”

Al che, gli venne un flash. Tutti i maggiordomi delle casate di Villa Nueva si chiamavano Ambrogio.

“Tu sei anche il maggiordomo dei Garcia, non è così?”

Ambrogio si bloccò sudando freddo. Si era reso conto della stupidaggine detta già da prima che l’erede degli Espimas parlasse.

“Sei anche il maggiordomo dei Riquelme e servi anche i Sanchez. Ora che ci penso, ti ho visto anche dai Gutierrez e, a questo punto, credo proprio che tu sia anche nella servitù degli Islas”

Ambrogio represse un brivido e se ne andò. Fernando non se la sentiva di giudicarlo, i salari erano bassi… ma perché aveva la necessità di avere tutti quei lavori?

E perché Ambrogio continuava a travestirsi, confidando nel fatto che nessuno avrebbe mai fatto caso a un maggiordomo? Che, lui non lo sapeva che prima o poi sarebbe venuto duori? E lui, Fernando, come avrebbe potuto usare questa informazione a suo vantaggio, o a vantaggio di Ambrogio?

Nel frattempo, anche a casa Garcia, che ormai era diventata un cantiere in mano agli Islas, vennero fuori cose mai viste.

Ad esempio, venne estratto uno scrigno enorme. Era il tesoro dei Garcia tanto declamato.

Ecco perché el pipa, che non si era mai mosso di lì per tutti quei giorni, ebbe la bava alla bocca, accompagnato dal suo nuovo amico Guillermo, e Rodrigo, che si era aggiunto poco dopo.

“Un tesoro per tre.” disse Guillermo.

“Fanno tre tesori” interloquì Rodrigo, l’ex fidanzato di Analisa.

Gli altri due lo guardarono.

“Beh, un per tre non dà forse tre?” spiegò il ragazzo, mentre gli altri due si sentirono scemi.

Ma la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/172

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Nel frattempo, José Riquelme cominciò a fare notevoli progressi. Una volta rinunciato a ricamare, visto che non ne era proprio in grado, cominciò quindi a giocare a scacchi. Fece una sola partita, contro se stesso, e perse.

Tuttavia, quella sconfitta gli insegnò molte cose sulla strategia e adesso capiva come poteva sentirsi Ana Lucia Sanchez nel tenere le redini di quella situazione. Lui e sua madre, Sofia Riquelme, praticamente erano stati confinati in quella casa. Sua moglie Adele viveva da sola nella villetta che avevano costruito in mezzo alle due tenute rivali e il figlio che aspettava cresceva incessantemente. Forse scalciava, ma lei non ne parlava mai.

Stava aspettando un segno da parte del padre, che dal carcere poteva ancora escogitare molte cose per distruggere i Sanchez. In realtà né lui né Sofia erano ancora andati a trovarlo, quindi poteva anche prendere in considerazione l’idea che potesse rovinare anche loro.

Dal canto suo, Ezequiel non aveva ancora avuto nessuna idea per poter rovinare nessuno, nonostante l’alleanza messa in atto col muerto, suo compagno di cella.

“Questa situazione mi ricorda molto quando ero un prigioniero della dittatura”

Era già la sesta volta che lo ripeteva, ma Ezequiel non sapeva come rispondere.

D’altro canto, in un’altra cella poco distante, risposava Javier Garcia, che era stato separato dalla moglie in attesa della condanna definitiva per rapina.

“E dire che noi siamo innocenti” ripeteva dal canto suo. Era rimasto senza compagno di cella e aveva quindi preso l’abitudine di parlare da solo.

A Ezequiel mancavano quei manigoldi sconosciuti con cui era stato, era molto più semplice impartire ordini. Ma così, con un Gutierrez, che cosa mai avrebbe potuto dire?

Però poi l’idea arrivò. Era tutto così semplice che si malediceva da solo per non esserci arrivato subito.

Muerto” chiamò. Matìas si alzò dalla branda che gli apparteneva e si avvicinò al compagno, incuriosito e preoccupato al tempo stesso.

“Temo che dovremmo utilizzare i tuoi nipoti” disse Ezequiel.

“Non sono miei nipoti” buttò lì Matìas. “Per quanto mi riguarda, uno che si fa chiamare loco e un altro che non parla non sono miei nipoti, proprio no”

Ezequiel sospirò. “Sempre meglio che avere un figlio che sposa la figlia della casata rivale” osservò. “Peraltro, non l’ha neanche messa incinta, era già incinta per i fatti suoi e inoltre ha accettato di essere padre adottivo di quel bastardo”

“Dura la vita” disse el muerto.

“Comunque, mi servono proprio i figli di Pepa Gutierrez, che peraltro è stata arrestata anche lei. Chissà dove si trova”

Nel frattempo, Pepa Gutierrez fece un respiro porofondo: adorava l’aria di campagna all’aperto di prima mattina.

Era appena evasa.

“E adesso” disse lei. “attuerò la mia vendetta su questa città infame e corrotta”

La prima cosa chge fece fu prendere un taxi come se si potesse fare e andare a Villa Nueva, più precisamente a casa Salcido.

“Cerco Catalina Salcido. È in casa?” chiese una volta giunta sulla soglia, dove ad aprirle era stato Ambrogio, il maggiordomo.

Senza dire nulla, il maggiordomo andò e quella scese, in vestaglia e scarmigliata ma di una bellezza sconvolgente.

“Buongiorno, Catalina Salcido, cofondatrice del Clan dei Bianchi. IN cosa posso esserle utile?”

Pepa Gutierrez sogghignò. Era quello che voleva sentirsi dire.

“Conosco il luogo esatto dove si trova Francisco Miranda, il sindaco”

E la lavatrice continuava a girare…

Se gli occhi potessero combattere.

“Hai dei begli occhi”

Questo complimenti mi lascia sempre perplesso.

“In che senso?” chiedo. “Secondo quale scelta di parole dovrebbe compiacermi questo complimento? Che forse ho gli occhi tipo barocco? Stile gotico? Le pupille come rosoni in una chiesa che ha tale struttura?”

La mia interlocutrice rimane spiazzata. Ci  pensa su.

“Pensa che una volta, a proposito, avevo detto hai dei bei capelli a uno capellone e mi ha cominciato a dire In che senso? Pensi forse che i miei capelli siano ondulati come il mare? Che i fili del mio cuoio capelluto siano affascinanti come le corde di una chitarra? Al che, mi frustro, sai?”

Ciò che mi dice mi lascia indifferente. Se non sa fare i complimenti non è mica colpa mia!

“Sai” dico “dovresti provare a fare un complimento a una parte del corpo che non sia sensibile”

La tizia dice “Ok… hai un bel pancreas”

Il Pancreas tossisce tutto fiero, lo sento dentro di me.

“Visto fegato? Sono più bello di te”

Il fegato dona due euro per una scommessa precedente e io ci penso su. Forse è meglio tornare agli occhi.

“E quale occhio è più bello? Il destro o il sinistro?”

Non l’avessi mai detto… l’occhio destro e il sinistro se la giocano a pari e dispari. “Ehi ehi! Ho vinto!” dice il sinistro, che avevo giocato dispari. Al che il destro, che aveva detto pari, tira fuori la spada laser. “Allora ce la ragioniamo alla vecchia maniera!”

I miei occhi cominciano quindi a duellare. Non deve essere un bello spettacolo, infatti la ragazza che mi aveva fatto quel complimento iniziale dice “Ma io non intendevo scatenare una guerra civile!”

“Troppo tardi” rispondo. L’occhio destro ha come alleati la narice del naso sinistro e l’orecchio destro, mentre l’altro ha convinto il Pancreas, la Milza e uno dei polmoni a combattere con lui.

“Così, se dovessi perdere, almeno mi faccio un panino!” ha pensato.

La ragazza, vedendo i bombardamenti sulla mia faccia, segnati da quella che preferisco chiamare acne) se ne va stizzita. “Ma uno che deve fare per rimorchiare?” chiedo al cuore.

Il cuore risponde “Devi odiare le parole: scrivi parola su un foglio, appendilo e ci giochi a freccette, vedrai che le tipe cadranno ai tuoi piedi”

Già.

A meno che non siano colpite dalla guerra fra gli occhi!

 

 

La Ropa Sucia/138

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Javier Garcia ed Emilia sua moglie non avevano mai creduto di potersi trovare in quella situazione. In gattabuia, a pane ed acqua, in compagnia di alcuni detenuti e in attesa di un processo che sarebbe stato tutto da vedere e che avrebbe impegnato molti salotti dell’epoca.

“Pazzesco” si disse Javier. “Non abbiamo fatto niente eppure questo sistema marcio ci ha sbattuti in glaera copme se fossimo i peggiori dei criminali. Colpa tua che devi mettere sempre becco su tutto!”

“Io? Ma figurati!” esclamò Emilia. Due coniougi messi entrambi nella stessa cella, perlopiù di malumore, era considerata una punizione molto severa a Villa Nueva.

“Sembra che abbiamo qui una lite familiare… posso esservi utile in qualche modo?”

Una voce proveniente dalla cella di fronte distrasse i due dai loro litigi.

“E tu chi saresti?” chiese Javier. L’uomo ridacchiò, sporgendosi dalle sbarre per guardare meglio la nuova coppia.

“Io so chi siete” disse lui. “E vi informo che sto per uscire di galera, poiché ho scontato la mia pena”

“Ebbene?” chiese Emilia. “Perché mai dovrebbe interessarci?”

“Certo, Emilia Garcia, che le parole non ti rendono giustizia…” sussurrò l’uomo. “Sei molto più hermosa di quanto sio dice”

Emilia, che non riceveva compolimenbti da quando si era sposata, arrossì e si toccò i capelli. Poi tornò col suo tipico contegno. “Allora? Dimmi cosa vuoi da noi!”

“So chi ha ordito il furto a casa Sanchez, depositando la refurtiva a casa di Romàn Garcia” annunciò lui, come se stesse parlando del meteo. “Volete saperlo?”

“Silenzio laggiù, ehi!” esclamò urlando un secondino, sbattendo una spranga su una cella e rendendo sordo l’inquilino di quella.

“Cosa vuoi in cambio?” scandì Emilia senza emettere alcun suolo.

“Cinquanta mila pesos da prelevare una volta uscito alla vostra banca” rispose quel detenuto, gesticolando per aiutarsi visto che anche lui adottò quello stile di comunicazione. “E una palpata”

Emilia si toccò istintivamente le zone dove quel criminale avrebbe voluto palpare e arrossì violentemente “Non ti farò mai palpare! Scordatelo!”

“Quindi te ne freghi dei cinquantamila pesos purché io non ti tocchi?” rispose lui. “E inoltre preferiresti marcire qui in galera, sacrificando i tuoi floridi anni in compagnia di quell’essere abominevole?”

Da ricordare che stavano comunciando totalmente senza voce.

Emilia sbiancò come segno di aver recepito cosa quello strano interlocutore aveva detto. Voleva davvero continuare quello stile di vita? Cosa erano cinquanta mila pesos e una palpata, in cambio della libertà?

“Posso darti sessanta mila pesos, ma non ti faccio palpare” disse infine la donna.

Il detenuto sospirò. “Centomila e non se ne parla più”

Emilia, ignorando le mute proteste del marito, annuì. Il detenuto disse “è stato Ezequiel Riquelme a dire a Oscar Larrondo, un altro nostro compagno di cella, a dire di penetrare nella casa dei Sanchez, in modo da farli rovinare. Tuttavia le cose sono andate diversamente e in maniera del tutto imprevista quell’argenteria è finita nel cassetto di Romàn Garcia. Non chidedetemi come e quale meccanismo sia stato usato, io so solo la prima parte della storia”

“Oh” disse Emilia, riflettendo intensamente. Valeva la pena spendere centomila pesos per acquistare solo metà storia? Non sarebbe stato meglio farsi palpare?

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/75

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Adele a un certo punto pensò ad Alvaro.

Non era quindi José Riquelme il padre di colui o colei che stava crescendo dentro di lei, ma era quel bellimbusto che era stato suo compagno a scuola. In effetti, i tempi coincidevano di più, anche se Adele aveva sperato tantissimo che il padre fosse José, e anche quest’ultimo aveva deciso di essere il padre e prendersene la responsabilità, accettando di sposarsi.

Il fatto era che adesso quel matrimonio era soltanto una copertura. Si trattava semplicemente di due conoscenti che avevano avuto una notte, o meglio, qualche minuto, chiusi nel bagno dei Gutierrez e che adesso stavano per partire in viaggio di nozze a Parigi.

Adele pensò a cosa aveva provato con Alvaro e a quello che invece era successo con José. Non c’era paragone.

José era così hombre

Al suo matrimonio era venuto fuori che era impotente, tanto da impedire la prima notte di nozze, poi sostituita con la veglia in omaggio al viejo. Ormai si trovava all’aeroporto, perciò non poteva presenziare al funerale, in cui ci sarebbero stati tutti, persino quei due enigmatici fratelli che avevano fatto la loro comparsa per la prima volta alla cattedrale di Cordova. Era incredibile come le cose accadevano e sembravano particolarmente concatenate fra di loro. Ad esempio, comparivano due fratelli di cui nessuno sapeva nulla e successivamente Fernando trovava un anello di fidanzamento molto costoso nella sua tasca. El viejo stava per dire una scomoda verità alla nonna Ana Lucia e colto da un infarto improvviso era morto stecchito mentre tutti stavano festeggiando.

Infine, com’era ovvio, lei e la sua famiglia doveva fare i conti con la lavatrice, che continuava a girare imperterrita e indifferente alle cose del mondo.

Nel frattempo, vide arrivare José, carico di bagagli.

“Finalmente! Ma quanto ci hai messo?” chiese lei. “Il gate sta per chiudere!”

“Lo so, Adele” rispose lui, ansimando. “Ma i miei genitori dovevano lavare a mano e quindi mi hanno messo a pulire”

“Capisco” mentì Adele, per poi avviarsi al gate che li avrebbe portati a Parigi, dove sarebbero rimasti due settimane.

Il funerale nel frattempo era cominciato e finito, ed era giunto il momento di dare l’ultimo saluto a nonno Alfio.

“… L’eterno riposo, dona a lui, o Signore, e splenda in lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen.” Recitò il parroco di Villa Nueva, don Sebastiàn, che aveva sentito confessioni scabrose, e guardava chi gli stava attorno con un misto di disprezzo e imbarazzo.

Tutti piangevano. I Gutierrez al completo, e poi i Sanchez, i coniugi Riquelme, e poi gli Espimas, che erano convenuti. Insomma, tutti quelli che avevano conosciuto Alfio sapevano quanto fosse stato importante per Villa Nueva e sapere che non ci sarebbe più stato nessun compleanno da festeggiare era una notizia triste, davvero. Oltre alla coppia di sposini, Pedro Sanchez mandò un pensiero a sua nonna, Ana Lucia, che era assente in quel giorno di pioggia, così strana in quel di marzo di fine estate.

Anche Ana Lucia lanciò un pensiero alla sua vecchia fiamma dei giorni ormai andati di chissà quale anno. La figlia che avevano avuto aveva poi avuto una figlia, che adesso stava col figlio del viejo.

Eppure, c’era ancora una verità che era adesso sepolta con lui: che cosa diamine poteva essere? Non era che forse conosceva il segreto della lavatrice?

Oppure, in quei mesi si faceva tanto parlare di alieni, UFO e quant’altro. E se anche Alfio fosse un extraterrestre? L’avrebbe saputo, alla fine lo aveva visto nudo.

Ma allora…?

E allora Ana Lucia continuò a sferruzzare, concentrata non tanto sul lavoro a maglia, ma su cosa el viejo doveva dirle.

Nel frattempo Catalina Salcido e il suo fidanzato Guillermo erano legati e imbavagliati a casa Garcia, alla mercé di un adirato Javier, che con la carabina era molto pericoloso.

La lavatrice continuava a girare.

Cara Valigia

Cara Valigia,

Non capisco perché,ma ogni volta che devo partire non riesci mai a chiuderti! Perché, eh? Ad esempio: devo andare in questo posto e tu mi chiedi, tanto per cominciare: “Ma dove devi andare? Perché?”

Allora io, non rispondendoti, perché so bene che per nessuno, nemmeno per una valigia, è semplice essere risvegliati, comincio a estrarre fuori dalla casa tutte le cose che mi servono per partire. Innanzitutto l’asciugamano: parto senza asciugamano? E per coprirmi la testa come farei? Per sventolarlo nel caso passasse un toro, cosa sventolerei?

Dopodiché, posso prendere le magliette: possono essere di tutti i tipi. All’ora della partenza ne spuntano davvero di ogni specie, forma e colore. Soprattutto, una maglia che erto sicuro di avere buttato, ma che è tornata impunemente ad occupare il mio guardaroba!

Tant’è vero che me lo chiedi tu stessa, valigia: “Ma questa maglia non l’avevi buttata?”

“Ssssh! Zitta, sbirra!” Esclama la maglia.

Va beh. Come diceva la mia professoressa delle scuole medie “Vestitevi a cipolla!”; quindi aggiungo un bel costume da cipolla, in onore dei vecchi tempi.

“Immagino l’odore” mi dici. È vero, ma metti caso che serve fare un soffritto in piena autostrada! Con 40° all’ombra, le auto possono essere ottime padelle!

Dopo le maglie e l’asciugamano, posso passare certamente a lamette, deodoranti, dentifrici, calze, pantaloni, occhiali, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale.

Ora è il momento di chiuderti, o valigia, che è un po’ il motivo per cui ti sto scrivendo questa lettera. Provo una volta… niente.

Provo una seconda… e lanci tutti i vestiari!

Provo una terza, ma ti ribelli. Non buoi chiuderti!

Quando imparerò a non portarmi da casa… tutta la casa? E poi, non è che tu, valigia, una volta entrata nel gate tiri fuori tutto, magari lanciando lontano per prima la mia amata tazza di Pac-Man?

Comunque, se vuoi la verità, ti dico: l’anno prossimo mi compro una piscina.

La Ropa Sucia/36

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Erano passate due settimane e mezzo dal compleanno del viejo, e in effetti ad Adele non era venuto il ciclo. Adele, alla quale stava mancando il fiato, realizzò una cosa importante.

“Sulla pasta al sugo, il formaggio è la morte sua”

No, aspetta…

“Il bambino… è di José Riquelme!”

Ecco, questa.

Erano tutti sconvolti, tranne il dottore. Di sicuro, era la prima volta in tutta la sua carriera che invece di reagire positivamente a una notizia come quella, si reagiva in maniera perplessa, percossa e attonita, sbalordita e basita.

“Impossibile” fu la prima parola che disse Pedro Sanchez, il neo zio, lo zio che aveva anche un neo sotto l’occhio destro. “Impossibile. Io non sono zio di un bastardo”

“E calmati! Non è ancora nato e già lo insulti?” chiese Marìa scandalizzata.

“Non hai capito” intervenne Violetta, la nonna di casa. “Bastardo è il figlio di due genitori non sposati, e comunque un bimbo non riconosciuto dal padre”

“E il padre è José Riquelme!” esclamò Clara Sanchez, che non aveva mai smesso di sgranare gli occhi stupefatta. “Impossibile”

Pedro cominciò a giocherellare con l’interruttore di una delle due abat – jour anonime messe nell’angolino. Era curioso il fatto che se le accendeva o spegneva, queste starnutivano o ridevano. Erano oggetti che non ricordava di aver comprato.

“Impossibile” interloquì Gonzalo Sanchez. “Noi non abbiamo soldi nemmeno per noi stessi, come potremmo nutrire la povera creatura?”

Marìa sapeva che il capofamiglia mentiva sapendo di mentire, ma la notizia che loro fossero poveri in canna aveva catturato tutta Villa Nueva e per il momento conveniva che si sapesse così.

“Infatti, è impossibile” commentò Diego Sanchez, sconvolto. “Io sarei… prozio o qualcosa del genere?”

“In ogni modo” interloquì il medico di famiglia “si riguardi, signorina Sanchez. Io sono anche, fra le tante altre cose anche ginecologo, per cui prenda queste medicine – scrisse una ricetta – e si presenti da me ogni mese, okay?”

“Sì…” disse Adele, cercando di decifrare quelle che sembravano semplicemente linee rette orizzontali, mentre il dottore se ne andava.

Era incredibile come la vita potesse cambiare da un momento all’altro, e lei era stata abbastanza scema da non cogliere i segnali. Era stata anche a cavallo della sua amica, invece di pensare al bambino. Tutto per un runner.

Il bambino… se maschio, doveva chiamarsi Juan Carlos Filippo de la Vega. Se femmina, Clara Pepa Filippa Carola de la Vega.

Una volta uscita da quella fantasticheria, annunciò: “Lo tengo.” Suscitando un altro acceso dibattito sulle nascite e sulla genitorialità.

Nel frattempo, José Riquelme starnutì platealmente davanti alla sua famiglia. Era l’ora di cena, e come sempre i tre Riquelme si ritrovavano seduti nello stesso tavolo.

“Allora, mio buon José” esordì il padre, dopo aver visto il figlio starnutire “Hai trovato il lavoro che più ti aggrada? Se così, farò pervenire tutti i pesos di questo mondo al capo dell’agenzia, stai tranquillo”

“In realtà, io vorrei fare il calciatore” annunciò José. “voglio dire, sono nato nello stesso anno di Diego Armando Maradona, no? Potrei anche io giocare nel Barcellona come lui e fare una bella coppia”

“Bah” disse José. “In realtà, non mi fido troppo del calcio. È uno sport così… sconveniente, per noi nobili. Perché non giochi a polo? O a cricket?”

“No, io voglio fare l’attaccante” insisté José.

“José, perché tutta questa passione per il calcio, tutta in una volta? Non hai mai voluto fare niente, ora hai un sogno. E un sogno strano, considerate le tue… inclinazioni da perdigiorno” disse la madre, tagliando con fare nobile il proprio filetto.

“Ho visto che i calciatori attirano moltissime ragazze, soprattutto in Europa” spiegò José. Si vedeva già, col numero 11 accanto alla 10 blaugrana di Maradona, a fare strage di gol e ragazze nelle ramblas catalane.

In quella, squillò il telefono, che venne prontamente portato da uno degli inservienti.

“Pronto, qui casa Riquelme” disse il padre che, da divertito a causa dell’annuncio del figlio, si corrucciò ogni secondo che passava. Alla fine, divenne sconvolto.

“José…” disse, una volta chiusa la cornetta ed essersi congedato. “José!”

José non capì cosa stesse succedendo. Il padre aveva anche sbattuto una mano sul tavolo, facendo sobbalzare tutto, anche una saliera che prima non c’era.

“Sei diventato padre! Hai ingravidato quell’oca di ADELE SANCHEZ! Sei un disgraziato!”

José divenne viola, dopo avere sgranato gli occhi.

E la lavatrice continuava a girare…

Tommaso è una mosca?

Tommaso è una mosca. Di solito le mosche volano; ma la maggior parte di loro preferiscono avere una precisa destinazione, ossia i vetri spalancati delle finestre.

 

Perché, se la luce ci passa, perché loro non dovrebbero? Allora, Domenica, la mosca polemica, invita Tommaso per il nuovo gioco dell’estate: “Forza, vieni a schiantarti con noi sui vetri! Chi va più veloce vince un sacco di punti! Andiamo a schiantarci a 130, dai!”

 

Ma a Tommaso non interessava tanto. Anzi, per tutta risposta afferma: “Ma lo sai che più sbattiamo contro le finestre, più diventiamo sceme? E siccome il vero potere è la conoscenza, mi sa che andrò a conoscere quel naso laggiù!”

Dopotutto, Tommaso è una mosca semplice: vede un naso, ci si posa su.

 

Nel frattempo Gianalfonso è un uomo importante d’affari. Si dà il caso che stia leggendo un’importante giornale di economia e quando lo fa non gradisce essere disturbato. Ebbene, Tommaso la mosca si appoggia proprio sul naso di quest’uomo, e prontamente con la mano lo scaccia via, non prima però che Tommaso possa dire: “È stato un piacere conoscerti, Naso!” e il naso: “Anche io, Tommy! Non abbandonarmi!”

 

Al che, Tommaso non se lo fa ripetere due volte e torna sul suo naso preferito. “Secondo te quale attività di amicizia possono fare una mosca e un naso?” chiede Naso.

 

Tommaso non risponde, preferendo sfregarsi le zampe senza soluzione di continuità, mentre l’importante uomo d’affari sta ormai… meditando profondamente sul crollo della borsa.

 

Il naso incalza. “Allora? I miei peli fremono e ho voglia di starnutire!” ma Tommaso sembra immobilizzato dal suo interminabile sfregare le zampe. Alla fine, il naso finisce per dare uno starnuto particolarmente violento, che spaventa la povera mosca, provocandogli un bel volo e farlo finire proprio sulla finestra. Tutte le altre sue amiche mosche fischiano e ronzano, allibite e stupefatte.

 

“Caspita, Tommaso!” dice Domenica, la mosca polemica. “Hai fatto un volo da record! Hai vinto una fornitura per un anno di cassonetti dell’umido!”

 

Ma Tommaso in mezzo agli applausi, ha in mente solo una cosa: l’amicizia fra le mosche e il naso non s’ha da fare.

 

La vita di noi sassi

La vita di noi sassi

La vita di noi sassi è dura.

 

“Certo che se già cominci a dire cose ovvie… i sassi sono duri, la vita di conseguenza non può essere morbida”

 

Zitto, gabbiano. Ora, come dicevo, la vita di noi sassi è dura. Dura come un sasso. Soprattutto in estate! Se in inverno veniamo lasciati tranquilli dalle persone, nel periodo fra aprile e settembre veniamo continuamente, schiacciati, lanciarti, beccati dai gabbiani, e insomma in generale veniamo infastiditi continuamente dai tappi fastidiosi di bottiglia…

 

“Stai parlando di me, eh? Eeeh, che dire, sono sempre nei tuoi pensieri! Metallo – minerale – sasso! Siamo così simili… e poi, come dissetiamo noi tappi non disseta nessuno!”

 

Silenzio, Tappo. A parte loro, ci infastidiscono anche coloro i quali vogliono fare per forza un castello. Ma non possono usare le conchiglie? Per forza noi?

 

“Ma insomma, a voi pietre che cosa vi piace fare?”

 

La domanda del gabbiano è tutt’altro che scontata. la cosa preferita di noi sassi è una e una sola, ovvero quella di abbrustolirci al sole diventando incandescenti e…

 

Oh, NO! Un ragazzino ha appena lanciato un sasso a pelo d’acqua per vedere quante volte strisciava!

 

No, adesso basta. È il momento di vendicarci.

 

Il nostro Pietro, supereroe duro con la testa dura, darà una lezione a tutti i gabbiani, alghe e tappi di bottiglie che osano sfidarci!

 

Dov’è, a proposito? Qualcuno ha visto Super Pietro?

 

“No” mi si risponde.

 

“Io l’ho visto!” interviene un sassolino, di quelli che si divertono a entrare nelle scarpe delle persone.

 

“Ah sì? E dov’è? Dobbiamo affidargli una missione importante!”

 

“Temo che sia impossibile… Super Pietro sta adempiendo l’incarico delicato di formare la data di oggi con tutti gli altri sassi usati al Foro Italico! Pensa se si levasse, nessuno saprebbe che giorno è!”

 

“Ah” dico io. Insomma, c’è poco da fare: la vita di noi sassi è dura. Dura come un sasso.

 

Tuttavia di una cosa sono fiero: sasso batte forbice.

 

“Cosa c’entra?” chiede il gabbiano, masticando vistosamente un verme. “Beh, metti caso che una forbice gigante spaziale spunti all’orizzonte? Sapremmo difenderci, no?”

 

“Già… peccato che nessuno ne ha mai vista una!” dice il gabbiano, deludendo le mie speranze.

 

Vuoi vedere che anche per noi sassi la vita è mai una gioia?