La Ropa Sucia/239

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“Che hai da ridere, stupido?” chiese Riquelme.

“Beh, Gonzalo è morto, no? Adesso gli eredi sono Pedro, Adele e Clara… gente troppo giovane per non cadere nella trappola dell’ingenuità” disse Javier Riquelme, che già assaporava la moneta sonante in tasca.

“Ma stai zitto, che ne sai te… peraltro è Rosa che fa di cognome Sanchez, non Clara. Clara non beccherà il becco di un quattrino, sempre che i pesos abbiano un… peso nel mondo. In ogni caso, il mio rivale è morto. Adesso posso davvero evadere e el muerto mi darà una mano”

Matìas si sentì interpellato. “Come, scusa?”

“Devi evadere pure tu, se non erro, per poter dare man forte alla tua compagna, o quello che è”

Matìas si sentiva al sicuro in prigione. Se non altro, non era costretto a vedere sua figlia, colei che non aveva riconosciuto e che peraltro ne aveva ucciso il padre adottivo.

Così sospirò. “No” disse. “Se vuoi evadere, sarai tu stesso a farlo. Fatti dare una mano da quel cretino, io me ne tiro fuori”

“E dire che ti facevo più combattivo… sei sfruggito ai voli della morte, no? E andiamo!”

Matìas sogghignò. “Tu credi proprio a tutto quello che ti si dice, vero?”

“In che senso” Ezequiel era curioso.

“Io non sono mai stato un desaparecido. Credi che davvero quei voli siano stati delle gite dove uno può scappare? Ho solo… tagliato la corda, mettendo su una voce falsa e meno male che il governo non mi ha mai trovato, altrimenti quel volo lo facevo davvero e sarei stato el muerto di nome e di fatto. È solo capitata la situazione: avevo messo incinta una donna, me lo ha comunicato dopo anni e l’unica cosa che sono riuscito a fare è stata scappare, per tre lunghi anni, in modao da far reggere l’alibi del volo della morte. Al che, la dittatura è caduta inaspettatamente e sono tornato”

Ezequiel era atterrito.

“Ti posso assicurare che mai e poi mai nessuno è mai sfuggito al volo”

Ezequiel seppe di non poter contare su un fedifrago e oltretutto senza il minimo coraggio. Si limitò a chiedersi solamente come fosse riuscito a sopravvivere tre anni in latitanza.

Poi, passò al livello successivo: come evadere, con uno che non voleva collaborare? L’unica era farsi cambiare di cella e essere assegnato con Javier, ma non era sicuro che la direzione del carcere lo avrebbe fatto spostare proprio lì.

Era un po’ come la relazione fra Elisa e el tiburòn, i quali stavano cercando il modo migliore di prendere la casa dei Riquelme stando lui a casa Gutierrez.

“Ricapitoliamo” disse Elisa. “Io sono la figlia dei Riquelme”

Purtroppo ogni tanto gli toccava andare a trovare la sua ragazza, che era stata praticamente schiavizzata da Sofia, che in effetti aveva un po’ l’umore migliorato da quando aveva quella figliastra da maltrattare, esattamente come faceva con José.

Elisa aveva pochi minuti di pausa fra un lavoro e l’altro, quindi el tiburòn colse spizzichi e bocconi del suo monologo.

“No, non dei Riquelme, ma di uno solo” disse Ramiro Paulo.

“Bene, guarda caso colui che è in prigione, mentre sua moglie mi tiene in cattività quando dovrei essere io a spadroneggiare” protestò Elisa, che una volta faceva l’infermiera.

“Tu non puoi protestare?”

Ramiro Paulo fece spallucce. Ci avrebbe provato, ma non pensava che Sofia sarebbe riuscita ad ascoltarlo. E comunque, la lavatrice continuava a girare…

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