La Ropa Sucia/228

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“MALEDIZIONE!”

Il signor Salcido aveva battuto un pugno sul muro, nel vedere che ogni tentativo di salvare Gonzalo si rivelò inutile.

L’uomo si sedette accanto al cadavere, mentre Ambrogio e gli altri servitori lo stavano coprendo con un lenzuolo in atetsa di ordini. Il suo sgrando si posò sulla cella vuota di Roberto. Lo aveva ucciso e poi fuggito? E che fine aveva fatto sua madrer? Non c’era da stupirsi di quel colpo di testa, un uomo che colpiova una donna in quel modo poteva essere ben capace di colpire un altro uomo col coltello, stavolta.

Solo… doveva aveva preso un coltello? Lo aveva fabbricato? E come?

“Mancano alcune cipolle dalla dispensa, signore” aveva sussurrato la cuoca della Villa.

Il signor Salcido fece due più due. Roberto odiava la zuppa con le cipolle, e quello poteva saperlo solo la madre di Roberto. In realtà lo sapeva anche lui stesso, perché essendo il padre di Catalina lei gli raccontava le sciocchezze più astruse, così, un giorno mentre stavano giocando a scacchi, lei aveva ridacchiato per ché a Roberto non gli piaceva quel piatto in particolare.

Cecilia sapeva che prepararlo poteva essere una buona punizione per il figlio. Ecco che quindi, probabilmente mentre stavano parlando per una eventuale evasione, sbucò fuori Gonzalo Sanchez, là dove trovò la morte.

Si rialzò. Sì, doveva essere andata così. Era stata un’idea di sua moglie quella di permettere a Cecilia di vedere il figlio.

Si rialzò, e ordinò qualcosa che sarebbe rimasto negli annali.

“Che nessuno sappia che Gonzalo Sanchez è morto. Uno di voi dovrà prendere il suo posto e interpretarne il ruolo”

Seguì un silenzio gelido.

Il signor Salcido si strinse nella sua giacca e risalì verso la Villa. Ciò che vide non gli piacque.

Catalina stava piangendo amaramente e sua moglie era intenta ad abbracciarla. Pepa Gutierrez, invece era nervosa e stava amangiando pistacchi.

“Che sta succedendo a quasta casa…” pensò lui, avvicinandosi alla figlia.

“Padre! Padre! Non l’ho fatto apposta, lo giuro! Io credevo che… sob, sob”

La madre di Catalina spiegò il fattaccio per la figlia. “Avevamo messo la chiave dei Garcia nel mazzo delle prigioni, e non lo troviamo più… che cosa può essere successo? Perché non ci ricordiamo mai niente delle cose importanti? Possibile che le cose, quando si ripongono, poi spariscono dopo qualche ora?”

“Le chiavi non sono sparite” disse Nicolàs. “Le chiavi sono state rubate da Cecilia stessa, che ha fatto sparire anche Roberto Mendosa. Vengo adesso dai sotterranei… sono tristissimo”

“Sono tristissima” disse Lucìa.

“Sono tristissima” disse Catalina.

I Salcido erano tristissimi.

Pepa Gutierrez, la quale aveva in qualche modo un ruolo nel Clan dei Bianchi, non disse nulla, ma decise di aiutare quella famiglia. Peraltro, Catalina era anche Vice sindaco, e sarebbe stato strano vederla dimettersi dopo così poco tempo.

“L’unica adesso è vedere dove sono andati madre e figlio” disse Pepa. I tre Salcido la videro come se fosse sbucata dal nulla, ma in realtà era ancora ospite della loro casa in quanto latitante. “Io… io, è vero, non ho mai amato i modi di fare dei Gutierrez, ma mi mancano i miei figli, perciò uscendo ne approfitterò per cercare coloro che cercare e ritrovare coloro che ho perso. Ho perso già tanto finora, anche i funerali di una donna che amavo”

Si riferiva a Cassandra Espimas.

Nel frattempo, Fernando Espimas, che era diventato ospite di Miguel e Clara, ormai riappacificati, stava giocando a un solitario con le carte, quando si sentì bussare alla porta.

Fernando, visto che Ambrogio era assente per un giorno di permesso, andò ad aprire.

“Ciao, Fernando”

Fernando ebbe un mancamento. In mezzo alla pioggia, c’era Raquel Garcia, accompagnata dalla fedele galoppina Luisa Ortega.

E la lavatrice continuava a girare…

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La Ropa Sucia/227

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Ramòn Fernandez si ritrovò in galera. Villa Nueva era di nuovo riunita e molti erano tornati alle proprie faccende, nonostante si cercasse ancora la chiave dei Garcia.

In un blitz della polizia, il Clan dei Neri venne sgominato dopo che Francisco Miranda aveva lanciato paroel così focose da non poter essere ignorate.

Lui, come Boss, non aveva idea di dove fossero gli altri, anche se l’istruttoria prevdeva un procedimento molto lungo, in cui ci sarebbe stata più di una udienza. Ramòn contava di farcela. Inoltre, sapeva che Alfonso era sfuggito all’arresto e probabilmente adesso era in cattività, o forse era tornato alla casetta che era servita come base per così tanto tempo.

Per quel motivo poteva dirsi tranquillo. Addirittura, poteva anche dormire fra due guanciali, certo che lui non avrebbe parlato.

Ce n’era uno solo, guanciale, nella cella che gli era stata assegnata.

Nel frattempo, in quello stesso istante, Francisco Miranda si sedeva sulla soffice poltrona, emettendo un loungo sospiro soddisfatto. Poi, assunse una faccia perplessa.

“Che strano” si disse “questa poltrona non è… morbida, o non c’è nessun segno. Si direbbe che non sia mai stata usata”

In effetti Ramòn preferiva guardare la finestra che sedersi.

Adesso Francisco Miranda era tornato a essere Sindaco, con Catalina Salcido come vice sindaco e Roberto, l’aitante runner, fermo ancora nelle segrete di casa Salcido stessa.

Quest’ultimo aveva avuto tutto il tempo di pentirsi della sua malefatta. Secondo Catalina, se era riuscito a dare uno schiaffo a Rosa, la chica formosa, e aver instillato in lei la voglia di creare un Clan, anche se composto di un unico membro, avrebbe potuto farlo con chiunque. Anzi, avrebbe prima o poi colpito Catalina con una tale violenza da lasciarle un segno rosso sulla guancia, e lei non poteva accettarlo.

Per quel motivo Roberto andava avanti a pane e acqua, mentre sua madre gli rifilava la zuppa di cipolle che lui odiava.

“Senti” stava dicendo Cecilia “o ti mangi la minestra o ti butti dalla finestra”

Roberto non volle ascoltare. Stava mangiando il pane integrale che gli era stato rifilato. “Peccato che qui non ci siano finestre. Insomma, è zuppa di cipolle! Chi mai ne mangerebbe una, o persino cucinarla?”

“Non hai rispetto per gli ortaggi che crescono dalla terra, quella stessa terra che ti ospita mentre la calpesti” disse Cecilia. “Comunque, ho deciso che ti farò evadere. Hai bisogno di correre”

Roberto si illuminò. Era vero, aveva bisogno di correre. Avrebbe ricominciato senza più smettere; avrebbe così scontato la sua pena. Non c’era pena peggiore per un runner di stare fermo.

Cecilia stava per prendere le chiavi della cella, ma vide, fra le altre, che ce n’era una strana.

“Questo… questo è il simbolo dei Garcia”

Madre e figlio si guardarono.

“Ehi! che succede qui? Quanto tempo devi perdere per… eh?”

Gonzalo Sanchez aveva appena visto una scena che non aveva mai pensato di vedere: madre e figlio abbracciati e pronti per scappare.

“La lavatrice continua a girare, Sanchez!” esclamò Cecilia, colpendo Gonzalo con un coltello.

Il padre di Pedro, che era figlio di Ana Lucia Delgado, cominciò a spegnersi, colpito da quell’unico colpo di coltello, mentre vedeva la chiave deio Garcia allontanarsi.

Assieme a lui, un sacco di segreti sparirono, e poi, in quanto morto,  non avrebbe segnalato così in fretta l’evasione di Roberto aiutato da Cecilia, che presero subito la prima corriera disponibile e spariore da Villa Nueva.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/226

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Era un giorno come un altro a Villa Nueva. Aveva piovuto il giorno prima, così in piazza, che peraltro era divisa da una recinzione come se dovessero fare lavori, c’erano copiose pozzanghere che nessuna delle due amministrazioni comunali era riuscita a togliere. El pueblo era ancora molto diviso su chi dare le chiavi della città, così, invece di andare alle elezioni, si era preferito dividere la città.

Nessuno degli anziani in piedi a guardare la recizione, però nessuno si aspettava che quel giorno avrebbero montato, al di là del confine, un palco con tanto di microfono, mentre lassù le nuvole passavano ogni tanto davanti al sole.

Ci furono un paio di agenti e un uomo, che rispondeva al nome di Francisco Miranda, salì a parlare. Non aveva fogli di sorta, aveva intenzione di fare un discorso a braccio.

“Ascoltate tutti” esordì. In effetti, tutta la piazza si voltò a guardarlo, sia dall’una che dall’altra parte. “Ramòn e Alfonso Fernandez sono illegittimi. Sono sotenuti dai poteri forti. Lo so perché il loro Clan ha preso accordi con tutte le famiglie in vista di Villa Nueva, poiché sono state ricatatte e messe alla berlina con tutit i loro segreti. E voi, del pueblo, volete davvero essere rappresentati da due fratelli così giovani eppure così scapestrati? Inoltre, hanno rapito più di un abitante, a cominciare dal nostro parroco, don Giovanni, il quale, se ricordate, ha inveito contro i Fernandez. Si riferiva a loro come assassini, gli assassini della nostra beneamata Cassandra Espimas!”

Francisco Miranda non sapeva nemmeno chi fosse Cassandra, ma chiamarla beneamata avrebbe sicuramente avuto qualche vantaggio.

“Ho anche le prove” continuò il Sindaco, che stava stupendo tutti con quelle parole “Ad esempio, sappiamo che Alfonso sta con Rebecca Jones, mentre Ramòn Fernandez è da solo attualmente. Il che significa che loro non sono di Villa Nueva!”

Tutti alzarono la voce.

“Voglio aggiungere che le cose che sto dicendo sono tutte prove provate della colpevolezza dei Fernandez. Come si permettono di immischiarsi nelle faccende che non lo riguardano? Che motivo hanno di giocare a questo complicato gioco? E ancora, perché scelgono sempre e solo le x al gioco del tris?”

Nel frattempo, al Municipio, Ramòn stava ascoltando tutto quello che gli veniva proferito, anche perché la voce era particolarmente potente e Villa Nueva si componeva di una strada sola, in ogni caso Ramòn avrebbe sentito cosa stava dicendo.

Ramòn  decise quindi di rimediare al proprio errore. Stava andando troppo in là. Erano affari suoi se lui decideva di scegliere sempre le croci nel gioco del tris, e anche se osava mettere la carne nei piatti fondi quando mangiava.

Caricò la pistola. Fu visto da Alfonso, da Ambrogio e da altre quarantasette persone.

“Dove sta andando?” chiese Rebecca.

“A uccidere” disse Alfonso. “Villa Nueva scoppierà”

Ramòn stava girando quindi con un cannone in mano. Nessuno aveva mai visto una pistola tanto grande, e il fuoco che aveva negli occhi stava occludendo le sue orecchie.

Improvvisamente, però, una volante gli si parò davanmti.

“Ti dichiaro in arresto” annunciò un poliziotto.

“Eh? Cosa?” Ramòn si riscosse dalla catalessi e non capiva.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/225

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Mentre alla prigione di Villa Nueva succedevano quelle cose, Sofia rivelò quello che era successo ad Adele, la quale accettò volentieri l’invito. La sua voglia di biscotti era infernale, soprattutto se gratis.

“Capisci, quindi? Non riesco più a fidarmi di nessun uomo. Ezequiel mi ha tradito e José ha sposato una Sanchez”

Adele sospirò.

“Spero che colui che porti in grembo sia una femmina”

“È ancora presto per dirlo” annunciò Adele. “Beh, secondo me Elisa è pericolosa, non possiamo tenerla con noi. Vantgerà sicuram,ente l’eredità di questa tenuta, e sappiamo bene che non possiamo accontentarla perché sono io la legittima erede dei Sanchez e dei Riquelme, in quanto ho sposato l’unico erede riconosciuto”

Seguì una pausa.

“José lo sa?”

“No” disse Sofia. “Lui è sempre stato figlio unico, il fatto che adesso ha una sorellastra potrebbe farlo sbarellare. Voglio dire, ha conquistato quasi tuttte le ragazze di Villa Nueva, non è escluso che abbia fatto il farfallone anche con Elisa, anche se nessuno dei due sapeva dell’altro”

Adele ricordava i tempi in cui José esibiva il petto villoso a tutte, e tutte lo guardavano sognanti. Peraltro, anche lei era stata conquistata dal petto villoso.

“Però, adesso che sei al corrente del segreto dei Riquelme, ti consiglio di non rivelarlo a José. Noi abbiamo la tradizione di lavare i panni sporchi a mano, capisci”

“Beh, certo” disse Adele. “E forse vi conviene così. Noi abbiamo una lavatrice”

Entrambe sospirarono. Cosa sperava di ottenere Elisa dal colloquio con suo padre?

Nel frattempo, però, quella discussione non fu destinata a rimanere segreta, perché, si sapeva, anche i murti avevano le orecchie e sia il Clan dei Bianchi che quello dei Neri, e anche il Clan Rosa, sepper quell’informazione.

“Sì, lo sapevo” disse Ramòn, una volta che la sua spia giunse a riferire. In quel momento a Villa Nueva pioveva, quindi il Sindaco poté vedere le goccioline scendere una a una dalla sua finestra.

“Lo… sapevi? Ma allora perché tieni ancora le spie a Villa Nueva?” chiese quel soldato.

“Non ci arrivi, eh? A cosa servono le spie?”

Ramòn Fernandez stava notando un calo di qualità fra i suoi sottoposti.

“Beh, a spiare!”

“Esatto… tu, esatto. E a cosa serve spiare quando il tuo Boss conosce già quel segreto?”

Il sottoposto non seppe che rispondere, così si dileguò. Ramòn pensò che fosse colpa di Alfonso: da quando si era messo con Rebecca Jones, non la raccontava giusta.

Inoltre, chi era Rebecca Jones? Come mai aveva scelto Alfonso e non lui?

Troppe domande senmza risposta, peraltro la gocciolina sulla quale aveva scommesso era arrivata ultima fra le altre.

Nel frattempo, nell’altro Municipio, il clan dei Bianchi venen a sapere del segreto dei Riquelme.

“Finalmente sappiamo chi è questa Elisa e il motivo per cui ha trattenuto così a lungo el tiburòn” disse Catalina. Da quando aveva internato Roberto aveva preso il controllo dela situazione ed era stata nominata vice sindaco, anche solo per il fatto che era la persona più vicina a Romàn Garcia del clan, visto che ci era andata a letto.

“Che cosa potremmo fare, Francisco?” chiese lei.

Miranda alzò lo sguardò dalla caterva di fogli su cui stava lavorando e disse “Non lo so, non sono compiti da Sidnaco. Il mio compito è riniunificare Villa Nueva e il mio volto apparirà improvvisamente in un comizio che terrò in piazza… domani”

Catalina sgranò gli occhi. A Francisco piaceva attaccare?

“In qualche modo” proseguì lui “abbiamo la chiave dei Garcia. Siamo in vantaggio”

E la lavatrice continuava a girare…

Sii la mia ghostwriter.

Elvisa guardava il mare. Stava pensando sul come mai avevano messo una V dentro il suo nome. Come mai non poteva chiamarsi Elisa come tutte le sue amiche?

C’era Elisa, l’amica che presentava il meteo alla tv locale; c’era Elisa invece che presentava il meteo alla radio; e poi c’era anche Elisa che invece presentava le radio e le televisioni durante le trasmissioni meteo.

Elvisa, date le circostanze, era rimasta come l’unica ad avere una V; e solamente perché quella V era una burlona che si auto invitava alle feste.

Ecco perché quel pomeriggio guardava il mare, mentre ascoltava la radio locale.

“E adesso parliamo di sport, con la nostra Federica Giordani! Vero, Federica? La nostra squadra ha perso dieci a zero in casa contro gli ospiti, raccontaci!”

Beh, non era detto che ascoltava le amiche.

Elvisa sospirò. Chiuse la radio. Non le importava sapere della partita di calcio, lei seguiva il curling e le partite particolarmente noiose di scacchi, quelle dove non c’era il limite di tempo.

“Voglio scrivere una storia sulla mia vita” annunciò. “Però non so scrivere”

Al che, compose un numero di cellulare. Chiamò Elisa, la scrittrice povera.

“Pronto” rispose lei, mentre stava tagliando una cipolla. Per arrotondare, faceva la cuoca.

“Cosa fai, piangi?” chiese Elvisa, dall’altro capo del telefono.

“Eh? Sniff… no, no… sto solo sbucciando una cipolla… sniff” rispose lei. “Allora devo farti da ghostwriter?”

Elvisa si stupì non poco. Come aveva fatto?

“Come hai fatto?” si chiese stupefatta.

“Beh, ho preso la cipolla e… sniff, sniff… ho messo il coltello dove devo tagliare facendo attenzione alle dita. Adesso… sniff, ho tutti i pezzi di cipolla qua davanti e non vedo più nulla”

“Ah… capisco” disse lei. “Comunque ti voglio domani alle cinque a casa mia”

Detto fatto. Il giorno dopo Elvisa ed Elvisa Scrittrice si ritrovarono davanti a una bella tazza di tè fumante, nonostante fosse pieno agosto.

Elisa, sudata, disse: “Per poter essere una buona ghostwriter, dovrei sapere tutti gli aspetti della tua vita, anche quelli che non hai mai raccontato”

“E soprattutto” aggiunge Elvisa, con la V, cercando di sventolarsi con la mano “Bisogna essere morti”

“Oh, non c’è problema” ribatté tranquilla Elisa. “Io sono morta da parecchio tempo. È solo che il mio treno per andare nell’aldilà sta portando ritardo e quindi sto qui come fantasma”

Elvisa dovette ammettere finalmente che i treni avevano qualche problema.

“Una cosa non mi è chiara: come mai i treni portano ritardo se non trovano mai traffico?”

 

 

 

 

 

La Ropa Sucia/224

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Il fatto era che tutti, a Villa Nueva, avevano una personale verità da affrontare. Ecco perché la lavatrice girava, perché era in attesa del nuovo panno da lavare, in modo che uno ne uscisse pulito e poi messo in uno stendino funzionale.

Ezequiel, da quando il suo compagno Matìas aveva avuto quel colpo di genio e aveva sparso la voce di una verità che non aveva capito, non aveva più avuto rapporti con lui.

“La chiave” disse ad un tratto Matìas. “è lì il centro di tutto, ciò che può fermare la lavatrice”

“Chi l’avrebbe mai detto, che erano proprio i Garcia i depositari di tutto…” disse Ezequiel, giocando con una pallina.

“Beh, non mi stupisce che ancora tu non ci sia arrivato. Io sono el muerto, fratello di Jorge, entrambi figli del viejo, che ha sposato in segreto Ana Lucia Delgado, il che fa di lei la sorella di Esperanza Delgado, ma il matrimonio è sempre stato tecnicamente nullo fintantoché i due coniugi fossero stati bigami. Esperanza Delgado non è altri che la madre di Romàn Garcia, il che fa di noi in qualche modo imparentati. La signora può fare quello che vuole del tesoro dei Garcia, e…”

“Un momento!”

Una voce arrivò da sinistra.

“Cosa c’è, Javier?” disse Matìas.

“Cosa vi ha portato a nominare la mia madre adottiva? Che ruolo ha in tutta questa storia?” chiese il collerico Javier, che stava scontando la sua pena.

“Oh, una serie di incontri casuali” disse Matìas, che invece meditava di scappare. C’era riuscita Pepa Gutierrez, la sua amata, e lui? Cosa lo spingeva a rimanere con Ezequiel? Forse la sensazione che qualcosa di inaudito stava per accadere?

In quel momento, arrivò un secondino.

“Ci sono visite per Ezequiel Riquelme e per Matìas Gutierrez” disse.

I due interpellati si guardarono.

“Cos’avete combinato, eh? Avete vcombinato qualcosa per cui dovete finire inm cella? Ahahah” disse Javier. Nessuno capì quella battuta.

I due, incuriositi, seguirono il secondino fino al reparto visite, e si sedettero accanto, anche perché le due visitatrici erano una accanto all’altra.

Ezequiel ebbe una strana sensazione. Matìas sentì delle vipere nello stomaco.

“Ciao, papà” dissero all’unisono.

I due deglutirono in preda al panico. Che cosa stava succedendo? E soprattutto, da dove venivano fuori?

“Io mi chiamo Rocìo, come forse sai” disse la prima.

“Io invece sono Elisa, l’infermiera” disse la seconda. Entramnbe si erano appuntate quei nomi sulle rispettive magliette, in modo che i loro padri ce li avessero sempre davanti, come dito accusatore di una colpa fin troppo tempo sepolta.

“Allora… che ci fai qui?” chiese per primo Ezequiel. “Come mai vieni fuori dal mio peggiore incubo e mi rovini la vita? Come mai, ma chi sarai, per fare questo a me?”

Elisa scrollò le spalle. “Beh, è circa un quarto di secolo che sono stata seduta in una stanza, pregando per un tuo sì. Non che la mia vita mi abbia fatto schifo, ma avere il vero padre accanto a me forse sarebbe stato meglio di quello che in realtà ho avuto, che se n’è andatro a comprare le sigarette senza più tornare”

“Ma a Villa Nueva neanche le vendono le sigarette” osservò Riquelme.

“Appunto… padre” disse Elisa. “Appunto”

Nel frattempo el muerto aveva deciso di prendere la cosa più di petto. “Hai davanti a te un eroe, che è sopravvissuto alla dittatura”

Rocìo ridacchiò. “Tu sei un assassino. Non hai ucciso solo il Muratore, ma anche un padre, che ha cresciuto colei che hai davanti, e di conseguenza hai ucciso anche me”

Matìas si sentì sprofondare e la lavatrice continuare a girare…

La Ropa Sucia/223

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Sofia Riquelme conduceva una vita tranquilla e senza troppi fronzoli a Villa Riquelme. Stava attendendo più di tutte l’arrivo del nipotino, anche se era Adele Sanchez ad essere incinta, e non una ragazza più degna del loro nome.

Sofia pensava ancora, ogni tanto, alle parole che Ezequiel le aveva riservato. Purtroppo, però, aveva deciso di mettere suo figlio prima del marito, quindi non poteva farci nulla.

“Tanto più che ormai siamo amiche” stava dicendo Adele con la bocca piena, sporcando di briciole tutto il tavolino da tè che era considerato sacro da Sofia stessa, il giorno in cui l’aveva invitata per un tè, appunto, con i biscotti, e aveva deciso di confidarle quelle paure. “Non puoi rinnegarci, me e mio marito, dopo tutto quello che abbiamo passato per colpa di mio suocero. Voglio dire, ha cercato di uccidere mio figlio e meno male che José si è frapposto fra me e la triste mietitrice, che stavolta aveva una pistola al posto della falce! Oddio, se avesse avuto una falce probabilmente avrebbe ucciso comunque me, e Riquelme pure”

Sofia non aveva ascoltato un’acca di quello che aveva detto la nuora, si limitò solo a guardare le briciole che cadevano, una dopo l’altra, e si chiedeva se lei stesse davvero mangiando oppure stesse mangiando oppure stava mangiando il tavolino, e quanta percentuale di biscotto venisse effettivamente ingerito. Ne mangiava a quintali da quando era incinta.

Decise quindi di invitare Adele solo dopo la nascita del pargolo e nel frattempo imparare a rammendare, esattamente come faceva Ana Lucia Sanchez. In quanto nonna, avrebbe dovuto imparare a fare perlomeno le sciarpe e cucinare le lasagne italiane. Quanto alle paghette, il futuro nascituro non avrebbe mai avuto problemi di quel genere, visto che avrebbe percepito non meno di diecimila pesos a settimana.

Così, mentre decise di studiare da sola quantomeno le basi, bussarono alla porta. A Villa Nueva le porte venivano sempre disturbate, non si poteva mai stare tranquilli. Lei lo sapeva e ormai l’aveva accettato.

“Ambrogio! Vai a vedere chi è, non ci sono per nessuno!” esclamò spazientita.

Ambrogio comparve impettito e algido, con tanto di frac e papillon, annunciando quello che lui stesso non si sarebbe mai aspettato di dire, qualcosa che esulava da ogni probabilità.

“Si tratta di Elisa Riquelme, signora. La faccio entrare?”

Sofia si tagliò con l’uncinetto.

“Come hai detto, scusa?”

“Elisa Riquelme, signora. Non sto scherzando. Ha presentato anche il certificato di nascita”

Sofia non poteva crederci. Prima, però, si fece medicare. Andò dunque incollerita verso la porta di ingresso e sobbalzò.

Era vero. Quella ragazza aveva il nome dei Riquelme scritto ovunque in faccia. Era la copia esatta di José, solo con i capelli lunghi e i tratti femminei.

“Tu… tu… stai dicendo la verità” sibilò Sofia, bianca come se avesse visto il demonio.

“Sì, Sofia Riquelme” disse el tiburòn. “E ti conviene accettarla come figliastra, visto che Ezequiel si è divertito alle tue spalle ma non è possibilitato a riconoscerla. E tuttavia è l’erede di questa casa”

Non venne sentito minimamente.

“M-molto piacere” rincarò la dose Elisa. “Io sono Elisa. Ho voglia di parlare con la mia matrigna, in modo da schiarirmi le idee”

Quella voce… era come una pugnalata al cuore. Sofia sorrise, ma in realtà era morta dentro. Avrebbe dovuto invitare ancora Adele Sanchez.

“Non… non ho niente da dirti. Vai da Ezequiel, è lui tuo padre”

E le chiuse la porta in faccia.

Elisa guardò il compagno e ne ebbe paura. Non che avesse tutti i torti, perché a guardarlo in faccia era comprensibile, ma la sua paura derivava dal confronto con suo padre, il carcerato, che non aspettava altro che rovesciare i sistemi ma ignaro della sua personale verità.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/222

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Se el loco stava sposando Rosa Sanchez, era anche per ottenere dei vantaggi. In quel modo sarebbe risultato capo famiglia, checché ne dicessero Rocìo e Cecilia, che nel frattempo, dopo che Francisco Miranada aveva preso possesso di Villa Nueva sud, si erano stanziate a casa Gutierrez, cercando sempre di sapere cosa faceva e dove andava Ambrogio.

“Ma scusate, cosa vi importa?” chiese una volta el loco.

“Beh, siamo le padrone di casa e diamo lo stipendio anche a luiu. Stiamo cercando di ricostruire, non viste, la giornata tipica di Ambrogio per capire cosa nasconde!” esclamò con una certa eloquenza Rocìo. Si vedeva quanto fosse figlia del muerto, anche se ancora non era andata a tropvare suo padre, né lui aveva mai espresso un desiderio del genere e, se lo aveva fatto, era molto combattuto.

Così, mentre el loco studiava il tutto per poter diventare capo famiglia senza altri impedimenti, le due donne studiavano quegli stranbi orari. Avevano persino messo delel spie alle costole di quell’uomo enigmatico e la sera del tre aprile esposero al primogenito dei Gutierrez uno strano schema:

Ore 6.30 Sveglia; Ore 9 Colazione dai Gutierrez; Ore 9 Colazione dai Sanchez; Ore 9 Colazione dagli Espimas… mi state prendendo in giro?” chiese el loco.

“Tutto è spiegabile” disse impassibile Cecilia. “Ogni giorno prende un giorno di permesso, a turno, in una famiglia diversa, per poter presenziare a questo o quel pasto”

“Tutto è spiegabile…” si disse il ragazzo. Tuttavia, non proseghuì la lettura di quello strano programma, per quanto fosse interessante e lo lasciò alle ragazze. “Fate le vostre indagini,  iop ho altre cose a cui pensare”

“Ad esempio?” chiese Rocìo.

“Dov’è mio fratello?”

In quello stesso istante, due ragazzi si ritrovarono a letto, coinvolti dalla passione.

“Ti ho trovato… non voglio lasciarti mai più” astava dicendo Elisa, la donna del pueblo, menmtre massaggiava il petto del tiburòn.

“Vero… vero” si limitò a dire el tiburòn. Era uno di quei ragazzi che era sempre in difficoltà nel saper dire le cose dopo i rapporti sessuali.

Improvvisamente, si aprì la porta.

“Ramiro!” esclamò Paulo Gutierrez.

“Paulo!” esclamò Ramiro Gutierrez.

“Ti rendi conto chi hai accanto?” chiese el loco. Aveva sempre avuto la sensazione che fra lui e l’infermiera ci fosse qualcosa, e infatti il primo posto dov’era andato a cercarlo fu proprio la camera da letto.

Ramiro prese l’occasione per guardare la bella Elisa.

“La mia compagna, no?” chiese borbottando.

“No! Cioè… sì, ma stiamo parlando anche di Elisa Riquelme! Guarda qui!”

Lanciò il foglio che aveva preso anzitempo all’ufficio anagrafe e i due lo lessero.

“Io… io non lo sapevo” disse Elisa. “Non guardarmi così, non lo sapevo veramente!”

El tiburòn guardò il foglio come se le lettere sopra stampate potessero cambiare improvvisamente, poi guardò Elisa. Lei sì, poteva cambiare, ma aveva bisogno di sapere una cosa.

“Tu sapevi?”

“No! È dieci minuti che te lo dico! Sono nata da una famiglia normale, sono la figlia legittima di mio padre, il signor Burruchaga, di mia madre. Non so neanche chi sia questo Riquelme!”

“Ti credo” disse el tiburòn. “Di solito, chi fa parete dei Riquelme lo vanta sempre”

El loco era stupito della saggezza del fratello e se ne andò, lasciandoli soli. L’indomani sarebbe stato un giorno incredibile per Villa Nueva, fosse nord o sud.

Un giorno ordinario, tuttavia, per la lavatrice, che continuava a girare…

La Ropa Sucia/221

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Marìa, la procace giardiniera di casa Sanchez, era stata scelta come ereditiera della villa. Tuttavia, solo allora aveva saputo che Pedro si sarebbe sposato con Analisa Islas, la bella mora che aveva appena aperto un supermercato che peraltro le piaceva anche.

Peraltro non era stata neanche scelta come damigella d’onore. Che strazio. Odiava i matrimoni.

Tuttavia, guardò Diego Sanchez che dormiva accanto a lei e si rese conto che aveva smesso di amarlo. Amava Pedro, lo aveva sempre amato, sin da quando si prendeva cura di tutto ciò che era verde in quella stessa casa.

Dal flirt spietato, quelle cosce un po’ in vista, quel petto un po’ scolpito… adesso ne era innamorata. O forse solo perché non poteva averlo.

Marìa passò quindi le ore di quella mattina a chiedersi cosa fare. Guardò Pedro intento a guardare un sacco di carte, poi guardò Diego imntento a giocare con alcune palline senza mai farle cadere come facevano gli artisti del circo.

Non era sicura di cosa fare. Alla fine, come se avesse deciso improvvisamente, andò verso Diego: chissà, magari far ingelosire Pedro sarebbe stata una buona mossa.

Tuttavia Pedro era davvero intento a organizzare un matrimonio incredibile, e le carte che leggeva era tutta burocrazia. Riavere la tenuta di casa strappandola dalle mani della machiavellica nonna Ana Lucia non era uno scherzo, e a Villa Nueva nessuno esercitava il ruolo di avvocato. La cosa che più ci si avvicinava era il notaio, tale dottor Goicochea, che aveva già una volta corrotto, e gli pareva difficile poterlo fare di nuovo.

Occorreva dunque trovare una falla, una qualsiasi. Analisa invece si sarebbe occupata delle nozze in sé, anche se poteva dire di avere grattacapi.

Grossi grattacapi.

“Così vorreste sposarvi lo stesso nostro giorno? E la chiesetta di Vilal Nueva basterà a per entrambi?” chiese Analisa.

“Figurati” disse Rosa, la chica formosa. “Tanto a Villa Nueva tutti invitano tutti, quindi visto che le persone non si possono sdoppiare avremo anche gli invitati in comune, il che ci poterà dritte dritte ad avere anche lo stesso ricevimento”

Analisa sbiancò. Trovare un luogo in quella campagna semi deserta era un terno a lotto. Peraltro, non era sicura che le sarebbe piaciuto. “E quale sarebbe il posto?”

Da Peppe, cucina italiana e ricevimenti nozze” rispose la ragazza Sanchez, che era cresciuta fra gli Espimas, e passò all’altra sposina un depliant uscito fuori da chissà dove.

Effettivamente quel posto non era neanche a Villa Nueva, ma nel paese vicino, denominato El Carrizal, un villaggio ancora più piccolo che si affacciava sul lago e che prevalentemente era abitato da famiglie che facevano campeggio. Un posto molto suggestivo e ideale per i matrimoni, meglio se doppi.

“Sembra carino” commentò Analisa, anche se mal sopportava l’idea di condividere lo stesso giorno di nozze con quella che le sembrava una scema patentata. “Chi è Peppe?”

“Un ottuagenario italiano che ha fatto tutta la vita il pizzaiolo, sembra” rispose Rosa. “Ma in realtà volevo parlarti di un’altra cosa. A quel che sembra, la chiave del tesoro dei Garcia, attualmente in mano al Clan dei Bianchi, apra il tesoro dei Garcia”

“Frase tipica da loco, questa” disse Analisa. “Prosegui”

“Dentro di questo, c’è il modo per fermare la lavatrice. Tu ci credi?”

Analisa sbuffò. Aveva visto la lavatrice e sapeva come rispondere “Io… credo di no. Io credo che ci siano cose che non si possano fermare e il volerle fermare sia solo un’illusione”

Infatti, la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/220

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El viejo era sempre stato un passo avanti a tutti, Jorge ne era sempre stato convinto.

Adesso, però, stava cominciando a pensare che probabilmente aveva fermato lui stesso il suo cuore, apposta, per poter non vedere Villa Nueva sconvolgersi.

Aveva predisposto tutto sin dall’inizio. Da quando aveva dato l’anello a Fernando, erano successe tante e tali cose… che però erano state tutte quante previste in qualche modo da suo padre.

E adesso anche Matìas ci era arrivato, e ne aveva parlato con lui, perché condividevano lo stesso disagio di stare in una cella. Chissà quale associazione di idee gli era servita per arrivare a tale conclusione.

In ogni caso, non importava. Adesso, quello che importava era che tutte le cose erano andate al loro posto. Toccava solamente…

“… Prendere la chiave” concluse lui, fissando negli occhi un perplesso Romàn.

“Sì, certo, la chiave. E dove sarebbe finita? È da giorni che cerco di dirtelo!”

Nel frattempo, il fatto che la chiave sia in realtà della cognata di Gonzalo Sanchez fu di estremo interesse per l’amministrazione comunale di Villa Nueva nord, anche se era un po’ ridicolo chiamarla così, ma ormai il danno era fatto. Peraltro, anche la bandiera comunale era stata spezzata a metà e lo stemma di conseguenza.

Avevano aperto dei nuovi uffici, ben distanti dal vecchio Miunicipio, sui cui si era insediato il legittimo propeitario.

“È stata una bella festa, alla fine” commentò Ramòn Fernandez. Adesso non aveva più una finestra su cui poter stare in piedi, così era tornato a sedersi sulla poltrona con la schiane rivbolta alla scrivania, lasciando che i suoi occhi si ipnotizzassero davanti al danzate fuoco di un camino. L’inverno si avvicinanava e la temperatura era scesa.

“Già. Qualcuno ha fatto una torta in quattro e quattr’otto, ma non sono riuscito a capire chi” disse Alfonso, tenendo per mano la sua nuova fiamma, Rebecca Jones.

“Miguel e Clara sono tornati insieme?” disse il boss del Clan dei Neri.

“No… ho soltanto spiato la loro casa, vestendomi da orologio e Clara non era ancora tornata. Evidentemente è sotto osservazione, ma il clima è abbastanza disteso e ho sentito che Miguel vorrebbe perdornare la moglie per la scappatella di Fernando” disse Rebecca Jones.

“Evidentemente, il lutto per Cassandra è stato più forte dell’odio, ma non era lei che sarebbe dovuta morire” disse Ramòn. Avvicinò la mano destra e accarezzò Jùlio, il condor che aveva catturato prima di andarsene.

“Avremmo dovuto uccidere Francisco Miranda. Adesso siamo nei pasticci, per via del fatto che adesso ci sono lettere anonime che compaiono ovunque”

Era vero. Il Boss si era accorto che Rosa, la chica formosa, aveva messo su un suo Clan composto solo da lei e mandava lettere a tutti, pur senza avere la chiave dei Garcia, che si diceva contenere un grosso tesoro.

Tuttavia, tutti pensavano fosse impazzita. Aprire quelle lettere significava leggere le stupidaggini di una ragazzina viziata e annoiata in cerca di attenzioni, quindi nessuno lo fece.

Rosa se ne lamentò col loco.

“Nessuno vuole venire al nostro matrimonio” disse Rosa, sospirando sconfortata e sprofondando sul comodo divano di casa Gutierrez. Si diceva fosse uno dei più comodi del mondo. El loco ebbe un piccolo infarto.

“Quando ti ho chiesto di sposarti?” chiese lui, la voce spezzata e prendendo velocemente un drink dal posto che sapeva lui.

“Stai scherzando? Ah, già che sei loco… dobbiamo sposarci prima di Pedro e Analisa, perché ci ho pensato e non posso reggere di essere sorpassata da lei!” esclamò Rosa. La guancia era ancora gonfia, e fu soprattutto per quello che el loco non se la sentì di contraddirla. Ma sposarsi…

“E se ci sposassimo tutti e quattro insieme lo stesso giorno?” propose lì per lì. “Tanto, siamo i loro testimoni! Loro lo fanno per noi e dimentichiamo il tutto con un amen”

E la lavatrice continuava a girare…