Futuro

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C’erano una volta il Futuro Semplice e il Futuro Anteriore.

“Ehi”

Un giorno il Futuro Anteriore fu infastidito da quel semplice saluto.

“Come mai non vieni mai usato?”

Il Futuro Semplice non aveva idea di cosa fosse un giornale, quindi non sapeva che quando le persone volevano leggere il giornale, preferivano non essere disturbate.

“Sarò stato disturbato da te, povero fratello imbelle” rispose l’Anteriore, sempre elegantissimo nel suo frac e la pipa.

“Sì, però così non ti godi la vita” disse il Semplice. “Sei proprio un sempliciotto. Il fatto stesso che sei il Futuro non puoi leggere i giornali, e mi sta bene. Ma sarai anche stato un supereroe, non lo so, ma vedi quello che devi fare”

“Detta così sembra un’esortazione scritta con i suggerimenti del telefono” osservò il Semplice.

“Lo è, credo. Probabile” rispose l’Anteriore. “Mi piace sedermi davanti in macchina”

“E questo cosa c’entra?” chiese il Semplice.

“Leggi qui: uomo si salva la vita grazie alle cinture di sicurezza da brutto incidente

Il Futuro Anteriore seppe di aver fatto centro con quelle parole, quel sempliciotto non aveva idea di cosa fossero le macchine, perché girava con lo skateboard fluttuante.

“Oh, molto interessante” disse lui. “Ma vedi, ormai le macchine sono antiquate. E comunque stai solo cercando di sviare il discorso: io ti ho chiesto esattamente perché non vieni usato mai nelle costruzioni sintattiche, e tu mi vieni a dire che un uomo si salva, nel passato, con una cintura di sicurezza. Mi dirai forse che sono un folle?”

“Sarai stato un folle, credo, nei secoli passati. Un povero giullare di corte che faceva la fortuna girando qua e là” rispose il nobile signore Anteriore. “io invece so perfettamente cosa sono, anche se non vengo mai utilizzato. E sono un…”

Seguitò un momento di pausa. Forse avrebbe rivelato una verità veritiera.

“Un?” chiese il semplicione.

“UN ALBERGO!”

Il futuro Anteriore si trasformò un albero tre stelle vista mare.

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Segreti.

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“Psss… psss…”

George era il tipo di persona che si incontrava con le ragazze una volta sola. Se casomai cercava di prendere un secondo appuntamento, o pioveva, o le ragazze “non potevano”, rimandando alla fantomatica settimana prossima di chissà quale era geologica.

Non capiva neanche perché.

Capiva però il motivo per cui Alexandra e Francine si stessero bisbigliando qualcosa, durante la piena lezione di fisica.

Il fatto era che si era giustappunto visto con Alexandra proprio due sabati prima. Si erano dati appuntamento al parco, avevano fatto un breve giro per negozi e alla fine l’aveva anche accompagnata a casa, a piedi, dopo una piccola merenda e un selfie dopo averla consumata.

Tutto bene, dunque, aveva anche detto che era stata bene. Tuttavia, una volta raggiunto il tempo per vedersi una seconda volta, la ragazza aveva affermato che non sarebbe stata disponibile per quella data e aveva rifiutato anche un invito al cinema, per vedere Le avventure dell’uomo ape che sarebbe uscito di lì a un mese.

George stava quindi erodendosi nel sapere cosa esattamente le due amiche si stessero dicendo, cosa stava dicendo a chi. Non era neanche sicuro che fosse la sua cotta a parlare, ma Francine all’altra.

“Le Blanc! Schwimmer! State un po’ attente, se non volete un’altra F!”

George pensò che probabilmente stessero pensando allo studio. Non sapeva però con che spirito stessero studiando. Avevano entrambe preso F, quindi forse non era il momento di pensare ai ragazzi.

“Ragazzi ha F come lettera?” chiese George a Paul, che invece era rapito dalle parole del professore. Gli piaceva la fisica, o gli piaceva il professore.

“No” disse lui. “Fisica però ce l’ha la F, come lettera”

“Capisco” disse George. Ma qual era il segreto che le due tipe si erano scambiate trenta secondi prima? Perché lui non doveva mai sapere niente? Perché sua madre gli spostata tutto quanto sulla sua scrivania?
Non lo sapeva, ma tanto valeva confessare anche lui un segreto. Lo disse al banco, scrivendolo su.

“Il mio secondo nome è Maria”

Così scrisse.

L’anno successivo un tipo lo lesse e si mise a ridere, perché era convinto che si trattasse di un fattone.

 

 

Le avventure delle nuvole.

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“E quindi questo sarebbe un Cumulonembo… interessante”

Il Cirrostrato, dall’alto della sua saccenza, prese un bloc notes da dentro di sé e se lo segnò.

“Guarda come sono grosso!” Non hai un minimo paura di me?” chiese il Cumulonenbo, muovendosi con un leggero tremore.

“No, perché dovrei?” chiese dunque l’altro. “E poi, per quanto tu possa essere grande e grosso, hai sempre paura di tutto! Infatti te la fai addosso, ahahah! Addosso!”

Il Cumulonembo arrossì e scatenò un tuono, al che la gente al di sotto cominciò a correre ai ripari. Persino gli uccelli, che di solito erano comprensivi, cominciarono a cercare ripari fra gli alberi o sui lampioni in modo da andare di corpo sulle macchine parcheggiate.

“Non me la faccio… addosso” disse il Cumulonembo per difendersi. “Anzi, adesso che mi hai offeso tirerò fuori il mio spadone!”

Il cirrostrato cominciò a temere il peggio, ma l’altro estrasse davvero una spada, che sembrava forgiata da uno che non sapeva assolutamente cosa fossero le armi. Era tutta etera, incorporea e zigzagata. Sembrava proprio una nuvola.

“Ma questo è un Altostrato, mica una spada” fece notare il Cirrostrato. “No, perché se mi dici che dobbiamo sfidarci a duello chiamo anche io un alleato. Vieni Cirro!”

Uno squadrone di piccoli sbuffi bianchi arrivò fiero e impettito. Ciò che non si apprezzava dei Cirri era la loro parlantina come se avessero mangiato elio a colazione e a pranzo.

“Che cosa dobbiamo fare?” chiesero tutti contenti.

“Non è ovvio?” disse retorico il Cirrostrato. “Dovete andare al Cumulonembo e fargli smettere di fare pioggia, ché la gente lo sta odiando!”

“Che poi, grande e grosso e ha paura pure delle mosche che entrano dentro di lui…” interloquì totalmente a caso un Nembostrato, che passava di là.

Il Cumulonembo si spaventò non poco. “HO UNA MOSCA DENTRO DI ME? ODDIO!” e ciò non fece che aumentare i tuoni e i fulmini.

“In ogni caso” tornò a dire, una volta ricompostosi. “Ho qui lo spadone e non ho paura dei tuoi Cirri!”

“Peccato che siano svaniti” disse il Cirrostrato. “Avrei dovuto chiamare i Cirrocumuli, ma loro da quando gli ho detto che somigliano a bambagia, non fanno che curare le ferite del cielo”

In effetti, i Cirrocumuli stavano soccorrendo il cielo, che urlava a causa dello spirito che gli lanciavano. “Eh ma dobbiamo curarti o no?”

Il Cumulonembo, vedendo quella tortura e vedendo che effettivamente una lunga linea bianca percorreva quel manto altrimenti azzurro, si grattò la testa e chiese “In effetti, non sono scie chimiche quelle?”£

“SCIE CHIMICHE? CI SONO GLI SCIENZIATI NEL CIELO?”

Il Cirrostrato esplose. Anche quella volta, l’ebbe vinta il Cumulonembo, che continuò a piovere indisturbato.

 

 

Le streghe e il calderone

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Phoebe, Prue e Piper erano pronte a completare la pozione.

Davanti a loro, un enorme calderone in peltro che conteneva una mistura di zenzero, le solite ali di pipistrello e uno strano liquido verde che era stato il risultato di tanti reagenti messi insieme.

C’era un po’ di vento. Gli alberi attorno a loro si muovevano e sussurravano quasi allo stesso ritmo cadenzato delle parole in latino che recitavano le tre sorelle. Avevano preso molto seriamente quel compito: stese le mani e chiusi gli occhi, cercavano di evocare uno spirito, in modo da poterci parlare e porgli la domanda che attanagliava il genere umano da almeno cinque millenni.

“Ehi! Ehi!”

Una voce riempì l’area circostante. Fu Piper a svegliarsi per prima dalla trance.

“Avete sentito?” chiese alle altre.

“Hocus pocux nobilis extrema… cavulus frittis… panini ca meuzas… sono gli spiriti che arrivano… bellus caldus” rispose Prue.

Tuttavia, Piper sapeva dentro di sé che a mezzanotte era difficile trovare qualcuno in generale

“Comunque, quello è il nostro posto!”

Tre streghe, vestite peraltro di tunica nera, osservavano con disgusto le altre tre, che invece erano in abiti giornalieri.

“ED è anche il nostro calderone!” osservò una seconda.

“No, i calderoni sono solo in peltro, Margaret!” sibilò la prima che aveva parlato.

“Oh”

Piper non sapeva che fare. Phoebe e Prue erano ancora intente nell’incantesimo: “Si tastanus ste cosus bellix… noio u fazzus all’antikam verus…”

A un certo punto, Phoebe si interruppe perché non le arrivava nessun sussurro all’orecchio, piuttosto una zanzara: “Piper! Non reciti la formula con noi! Non lo sai che… ah”

Diede una gomitata a Prue e le tre sorelle finalmente furono coscienti delle altre tre, le quali sollevarono la loro bacchetta magica.

“Vi faremo vedere noi che incantesimi si fanno alla mezzanotte del trentuno ottobre! Dodici rintocchi squarciano la notte scura! Questa è la danza delle streghe!”

Lampi e dardi colorati scaturirono dalle tre punte delle bacchette, ma in qualche modo quei colpi non arrivarono alle tre sventurate che avevano giocato a fare le maghe.

“Non preoccupatevi” disse il calderone. “Evocherò il vostro spirito. Tutto il mondo deve sapere la risposta alla domanda che attanaglia da millenni e voi siete le uniche tre che hanno avuto il coraggio di chiederlo.”

“Caldy, no!”” esclamò Margaret. “È un segreto ancestrale tramandato di madre in figlia nei secoli sin dai tempi di Nabucodonosor!”

Ma il calderone fece scoppiare solo alcune bolle e finalmente venne fuori uno spirito dall’aria molto saggia.

“Fatemi la vostra domanda.” disse.

“Non ha nemmeno salutato…” osservò Piper, ma Prue colse la balla al balzo e, sapendo di poter avere solo una domanda, chiese:

“È nato prima l’uovo o la gallina?”

Il sale e il sangue/7

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Eric, soprannominato il Cacciatore, era ancora una volta a colloquio con Re Taddeus, che lo guardava ansioso.

“Avete già delle novità da comunicarmi?” chiese il Sovrano. “Vedete bene che, essendo un Sovrano, ho anche molti compiti da svolgere. Inoltre, il periodo in questo momento è molto delicato e non posso distrarmi per lunghi periodi. Tuttavia, avete sempre il permesso di conferire con me tutte le volte che vorrete”

“Non disturberò per troppo tempo la Vostra signoria” disse Eric tranquillamente “e verrò subito al dunque. Ho qui una breve lista di ciò che mi serve per la goletta che ho scelto, onde salpare il prima possibile”

Consegnò un foglietto, che il Re guardò per un istante. Il Cacciatore proseguì.

“Mi serve avere l’esatta ubicazione di tutte le grotte del Regno e inoltre devo fare una domanda”

“Vi ascolto”

Taddeus aveva notato il tono serio dell’interlocutore e aveva anche il sentore di ciò che stava per accadere: stava per chiedergli come mai ci fosse Blackfield in persona in piena piazza, non visto e con almeno un accolito a fargli compagnia. Lui non aveva una risposta, anche perché in mancanza di soldati, tutti impegnati a controllare la rivolta che serpeggiava nei paesi più lontani, molte azioni che venivano richieste, come il controllo severo delle porte della città, non potevano più essere eseguite con dovizia. Tuttavia, non poteva dirgli la verità.

“Esiste un Nonmondo nel vostro regno?”

Taddeus venne spiazzato da quella domanda. Il Cacciatore era famoso per il suo equilibrio nel senno: come mai quella domanda che sembrava totalmente insensata?

“Mio fratello” rispose il Re “metteva le camicie di forza a chi spendeva le proprie parole per il delirio. Io ho adottato un’altra politica, ma… mi state mettendo paura. Che cos’è il Nonmondo?”

Eric capì che era sincero. Sospirò, e tornò a guardare il foglio che aveva lasciato sul tavolo.

“Partirò non appena avrò sulla mia goletta quanto richiesto” disse infine. Taddeus incrociò lo sguardo del suo interlocutore e tornò a supplicarlo con quel tipo di linguaggio.

“Avete la mia benedizione, e credetemi, lasciatemela impartire. Purché mi portiate Blackfield, vivo o morto”

Eric seppe che forse era l’ultima volta che vedeva il Re prima di partire. Indossò il mantello bucato e, sapendo di dover ancora rispettare le ore di solitudine che la situazione richiedeva ai suoi due nuovi membri dell’equipaggio, decise di andare a reclutare altri due componenti.

Uscendo dal palazzo reale, considerò gli ultimi giorni. Era stato colpito alla spalla, aveva visto morire la moglie di un membro del suo equipaggio, aveva strappato a un padre sua figlia e aveva preteso da un Re un sacco di provviste e armamenti.

Tutto questo, ancora prima di partire.

Mentre era sovrapprensiero, si scontrò con un uomo robusto, che stava trascinando una carriola. Non ci aveva fatto caso, quella via era piena di gente che andava e veniva, essendo la via principale, che collegava la piazza del Palazzo al porto.

“Ehi! Guarda dove metti i piedi!” lo ammonì furibondo.

Eric guardò meglio chi aveva infastidito. Era alto, più di lui. Portava una benda sull’occhio destro e sembrava molto forte. Di sicuro, il Cacciatore non avrebbe mai saputo portare una carriola piena di merce come quella che aveva davanti senza accusare la fatica.

Il fatto che fosse cieco da un occhio poteva essere un problema? Eric si disse di no. Aveva già chi sapeva tirare con la pistola.

“Un momento… voi siete il Cacciatore, vero? Colui che ha parlato al popolo l’altro giorno!” proseguì l’uomo misterioso. Non aveva più nessun rancore.

“Sì, sono io. Cosa stai portando con te?”

L’uomo scrollò le spalle e avvicinò la carriola per farne vedere il contenuto. “Niente di particolare” disse. “Per uno come voi, sempre abituato a rischiare la vita, parrà strano un uomo che porta da mangiare alla sua famiglia, trasportando solamente pesce e verdure”

Eric invece vide un buon numero di provviste, al di là di quello che lui aveva detto. Così fece l’unica domanda che dovesse fare: “Hai preso tutto tu?” chiese, controllando ogni foglia e annusando il pesce.

“Sì, ho alcune conoscenze al porto e sono abbastanza bravo nel mercanteggiare. Così ho ottenuto tutto quanto a poco prezzo”

Eric aveva contato altri due membri per il suo equipaggio. Un posto era già stato preso. Sentì dentro di lui che fosse l’uomo giusto.

“Come ti chiami? Vorresti prendere il mare insieme a me e appendere Blackfield alla forca?”

L’uomo rimase scosso da quella proposta. Il Cacciatore forse non aveva inteso che avesse famiglia, e prendere una decisione come quella su due piedi non era semplice.

“Mi piacerebbe tantissimo, ma non posso farlo” disse lui, evitando di presentarsi. Si sorprese del suo tono di voce, che rischiava di spezzarsi ad ogni sillaba. “Tuttavia, se ti serve qualcuno di forte come me e abile nel raccogliere provviste, posso invitarti a casa mia e convincere Patrick, mio figlio, a partire”

Pensò che avere una bocca in meno da sfamare fosse molto comodo. In quel modo avrebbe dato il contributo alla causa e Patrick…

Probabilmente non sarebbe partito. Non volle pensarci.

“Va bene. Fammi conoscere Patrick” disse il acciatore, ed insieme salirono verso la piazza del Palazzo, la sorpassarono per inforcare una via nascosta, girare a destra due volte e confluire in un’altra via principale. Percorsero ancora altri passi fino ad arrivare in una casa con giardino, a differenza degli edifici attorno che erano semplicemente stipati l’uno accanto all’altro.

“Per quale motivo non avete una casa fuori dalle mura, e avete invece un giardino in città?” chiese Eric, perplesso.

L’uomo, il padre di Patrick, stava già oltre passando lo steccato. “Re Taddeus ha convocato tutti i proprietari della case fuori dalle mura trasferendoli forzatamente in città, per motivi di sicurezza dati i tempi bui che  preannunciano una guerra civile”

A Eric risultava che Re Taddeus stava cercando di risolvere la crisi politica con la diplomazia, in modo da posticipare il più possibile la guerra. Tuttavia, aveva anche chiuso i suoi cittadini entro le mura, come se non credesse neanche lui in ciò che stava cercando di fare.

In ogni caso, lui non poteva aiutarlo, o meglio, non sapeva se uccidendo Blackfield avrebbe davvero risollevato le sorti di quel Regno. Del resto, quella missione era scesa sul personale, dopo essere stato colpito alla spalla. Infine, non si capacitava come Blackfield fosse , in persona, davanti a lui, ed era stato anche capace di sparargli…

Eric tornò al presente. La casa che gli si poneva davanti era diversa dai soliti edifici quadrati a tre piani che erano lì tutt’attorno. Aveva il tetto spiovente e i muri erano stati dipinti di un giallo vivo. Il giardino era molto curato, e in un angolo fioriva un albero di limoni.

Ad accoglierli c’era Clarissa, la moglie dell’uomo che aveva incontrato. Li fece accomodare nell’unica stanza che avevano, a parte la cucina e un bagno. Tre piccoli discoli andavano e venivano rincorrendosi e lanciandosi addosso giocattoli anche contundenti.

“A cosa dobbiamo questa visita tanto importante?” chiese Clarissa, una volta servito il tè per tre persone.

“Ho chiesto al Cacciatore se potesse portare con sé Patrick, amore mio”

Clarissa affondò la sua faccia fra le mani, in modo che il Cacciatore potesse vedere solamente la chioma rossiccia.

“Gli… gli hai anche detto che Patrick…?” esitò lei.

“No, non ancora. Ma si tratta del Cacciatore, si riavrà sicuramente”

“Di che cosa state parlando?” chiese Eric.

“Patrick si trova a letto da mesi. Non si alza mai, mangia di rado e spesso si lamenta di notte. Non sappiamo cosa gli sia successo e l’unica cosa che riesce a dire è sono inutile” spiegò Clarisse, molto velocemente, come se stesse togliendo un animale orrido dalla bocca.

Eric aveva sentito parlare di un morbo del genere, ma nessuno aveva ancora trovato alcuna soluzione. Ricordò di quella volta che aveva dovuto trovare il colpevole dell’omicidio del Primo Ministro di un Regno che non ricordava, e l’unico testimone aveva gli stessi sintomi.

“Fatemelo vedere” chiese dunque il Cacciatore alla coppia e, evitando i mocciosi che ancora si rincorrevano, salirono al primo piano.

La camera da letto di Patrick era quasi vuota e buia. Eric, dopo aver superato la sorpresa dovuta alla puzza di chiuso e sudore, notò una sorta di rigonfiamento sul letto che comunicava la presenza di una persona, che non voleva vedere l’unico spiraglio di luce che emanava la porta appena aperta.

“Patrick” chiamò sommessamente la madre di lui “c’è il Cacciatore che vuole parlarti”

“Umpf” mugugnò il ragazzo dall’altra parte della coperta. Eric non era esattamente sicuro di volerlo avere nell’equipaggio, così sussurrò al padre “Da quanto tempo è che si trova in queste condizioni?”

“Mesi, non ricordo più quanti di preciso” rispose lui, in tono grave. “Fatto sta che una sera è tornato a casa, si è chiuso in camera e non ne è più uscito”

“Patrick, ti prego, alzati!” supplicò a un certo punto Clarissa. “Ti sembra bello, per noi, vederti in questo stato? Aiutaci ad aiutarti, perlomeno!”

Clarissa non ottenne nessuna risposta. A detta di Eric, il ragazzo sembrava morto. Occorreva dunque prendere la situazione in mano, così si avvicinò al capezzale e aprì la finestra appena sopra di questo, lasciando che la luce del sole primaverile inondasse quel luogo fino a quel momento morto. Immediatamente, un’ape entrò nella stanza, come a voler rendere più naturale quel luogo.

“Mmmh… chi… chi ha aperto la finestra?” sussurrò Patrick, mettendosi le mani in faccia, utilizzando forse la sua voce per la prima volta dopo mesi.

“Ora ascoltami attentamente, Patrick” disse severo il Cacciatore, usando la sua voce fonda e autoritaria, quella che aveva usato per dichiarare guerra a Steven Blackfield. “Qualunque cosa ti sia successa, credi davvero che tu sia l’unico ad aver ricevuto una notizia disgraziata? Be’, devo dire che sei perlomeno un illuso presuntuoso. Ed egoista, lasciamelo dire, perché hai due genitori meravigliosi pronti ad aiutarti, e si strappano i capelli, e piangono, perché non sanno come aiutarti!”

Eric notò che Patrick aveva sgranato gli occhi sorpreso. Aveva aperto una breccia.

“Avessi avuto anche io la fortuna che hai tu… non troppo tempo fa mia moglie è morta. È scivolata dalla nave durante il nostro viaggio di nozze. Il viaggio di nozze. Ed io… io l’avevo anche presa, per un attimo, ma è caduta ugualmente in mare. Ho passato giorni infernali, la notte non dormo, e tutto perché questa mia mano” alzò la mano destra, quella che aveva toccato il freddo palmo di Jane “non ha fatto il proprio dovere. Ho perso la donna che amo, non riuscendo a salvarla. E cosa mi tiene in piedi? La fame e la sete di giustizia, la consapevolezza che Jane, se fosse viva, non avrebbe mai voluto che mollassi. E me lo ha anche detto…” terminò con un filo di voce, ricordando la dolce voce di lei, che un giorno gli aveva ordinato di non mollare, se le fosse successo qualcosa.

“Jane è stata mia moglie per soli tre giorni. Prima di allora, siamo stati fidanzati sette anni. Sette lunghi anni a scambiarci promesse di ogni tipo, che tuttavia la Morte ha impedito. Adesso la sua memoria e le sue idee vivono in me, non è pensabile che io stia davanti alla sua tomba a chiederle scusa e a piangere come in certe ore vorrei fare. E tu? Qual è la tua risposta al mondo? Hai ricevuto chissà quale notizia, ma vuoi davvero nasconderti dal tempo che passa oppure partire con me e avere fra le mani la testa di Steven Blackfield?”

Patrick sulle prime non si mosse, si limitò solo a singhiozzare, per poi scoppiare in lacrime per una decina di minuti. Dopo quella scena, Eric pensò di andarsene deluso e sconcertato, per poi essere fermato dalla voce rotta del ragazzo.

“A… aspetta, Cacciatore” lo supplicò, alzando la testa e mandando in visibilio i suoi genitori.

Dodici.

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1. Non ci sei da dodici anni. Ma ne sento comunque ancora il profumo, la presenza, i sussurri.

2. Le tue poesie mi sono d’ispirazione.

3. Nonostante non sarei dovuto arrivare al sesto mese di gravidanza, mi hai tenuto stretto e hai fatto di tutto per farmi nascere.

4. I pomeriggi lunghissimi con te mentre cucivi ed io giocavo.

5. “Io ti ho fatto ed io ti disfo”.

6. Ho sbagliato fin troppe cose nella mia vita, e spero che la scrittura non sia una di queste.

7. Lentamente, avevi cominciato a spegnerti, ma non lo vedevo.

8. Sono riluttante agli abbracci,  e me ne pento non poco.

9. “È morta”, mi dissero al telefono, e il mio mondo è crollato pezzo dopo pezzo.

10. Guardo mia sorella, disorientata, e ti chiedo di sostenere anche lei.

11. Ogni tanto, penso che tu possa entrare da questa porta di casa, dicendo che il Day Hospital è finito, finalmente.

12. Ogni tanto, penso che questo sia solo un anno che mi avvicina sempre di più al nostro prossimo incontro.

Insonnia.

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Per questo racconto mi sono ispirato al singolo dei Green Day “Brain Stew”, reperibile all’interno dell’album “Insomniac”, rilasciato dalla Reprise Records nel 1995. 

Se la signora di sotto non smette di parlare al telefono non riesco a dormire.

Se l’orologio sulla mensola non smette di ticchettare, col cavolo che Morfeo mi abbraccia.

Se le pecore sono perfettamente contabili, non riuscirò proprio a chiudere un occhio. Figuriamoci due.

“Guarda, adesso ce ne andiamo!”

Ma che dici, pecora? Io ti devo contare! Sei già stata segnalata?

“Ma che ne so!”

Detto quello, la pecora esce dal foglio e se ne va. Magari bruca le piastrelle del pavimento. Sono ottime con un po’ di maionese. O fritte.

Niente. Anche le pecore hanno deciso di ribellarsi, e anche se il mio corpo è stanco e i miei occhi non vedono l’ora di chiudersi, il mio cervello è coinvolto in un party a base di drink, Obbligo o Verità e endorfine.

Mi immagino, il cervelletto, bere queste endorfine da una lunga canna senza mai fermarsi mentre altri lo incitano e alla fine dire “Che botta!”

E che dire dell’Ippotalamo? Quello non vede l’ora di schiacciare! Ad esempio c’è il mio midollo osseo che è talmente… osseo da non potergli resistere. E poi, lo dice la parola stessa, Ippotalamo: ovvero un ippopotamo nel talamo.

Il che, di conseguenza, vede lui, il midollo e un ippopotamo in una cosa a tre che non voglio neanche immaginare. Che razza di festa.

Le sinapsi, i neuroni, l’amigdala… tutti assieme senza capire quale corpo sia di chi, tutto a base di bottiglie anche rotte, selfie strani e musica ad alto volume. Quella riesco a sentirla anche io.

La mia mente riproduce una strana canzone, i quali accordi si ripetono ossessivamente. Sol diesis, Fa diesis, Fa, Mi, Re Diesis… e poi di nuovo, e ancora, e ancora una volta…

“Che c’è? non riesci a dormire, eh?”

L’orologio mi ride in faccia. Penso di avere sete, di sicuro la mia faccia è sconvolta. Nel frattempo il mio cervello non vuole saperne di chiudersi. Ma che ore sono?

“E ti pare che te lo dico?” chiese sardonico l’orologio. “Tutte le volte che dici vado a dormire e poi non ci vai… beh, sarà una lunga notte. Hai visto la lancetta dei secondi come scorre veloce?”

“Mi sto allenando per la maratona!” esclama la lancetta, che in effetti ticchetta ancora più veloce. Poi si illumina, combatte qualche spirito che avrebbe voluto impossessarsi di lei e torna a ticchettare.

E ticchetta. E ticchetta ancora. Anche il rubinetto nel bagno comincia a sgocciolare. Ma perché ha cominciato a farlo?

“Boh, mi andava” risponde dal bagno il rubinetto. Non credo di potercela fare. A un certo punto sento la testa pesante.

“BI BIP BI BIP BI BIP”

Ma porc…! Sono già le sette! Avrò dormito un minuto?

“Eh, te l’ho detto che non ti avrei fatto vedere l’orario!”

La sveglia farà una brutta fine, me lo sento.

 

 

 

 

 

Sono infestato?

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Sì, carino “Dr. Jeckyll e Mr. Hyde”, ma volete mettere il mio caso?

Chiudo il libro e mi alzo dal gabinetto. Mi rendo conto che probabilmente nessuno avrà mai sentito dire di un uomo infestato. 
Potrebbe esistere una casa infestata, una stanza sola, o magari anche solo il lavandino… ma un uomo?

Era il quindici Novembre del 2003. Me lo ricordo perché il giorno prima avevo detto quanto quel giorno fosse proprio il quattordici Novembre.

Pioveva, ed io avevo dimenticato l’ombrello. Probabilmente dovevo andare a scuola, ma siccome era sabato il mio umore era un po’ risollevato.

In ogni modo, al vicolo accanto al mio lo vidi. Basso, robusto, puzzolente, dal vago aspetto metallico e circondato da gatti che si contendevano questo o quel pezzo di putridume i quali olezzi si mescolavano con la poco salubre pioggia acida.

Ne ebbi paura. Forse voleva uccidermi. In realtà era solo un bidone della spazzatura.

Non sapendo cosa pensare, decisi di camminare sotto i balconi, per prendere meno acqua.,.. se non fosse che a un certo punto, dietro di me, un’ombra si sollevò e mi disse

“Devo entrare un attimo nel tuo corpo”

Mi girai. Ebbi un fremito e il mio respiro si fece decisamente più pesante.

“Un… un attimo?” chiesi biascicando. “ma tu non eri un bidone della spazzatura?”

Quell’essere basso, robusto e dalle molteplici braccia mostrò i canini affilati e rispose “Mi ero nascosto dentro di lui, ma i gatti continuavano a graffiarmi. Meglio un corpo umano. E davvero, mi serve”

Accettai.

Da allora ebbi il potere di diventare un fantasma, un demone o qualcosa di simile tutte le volte che volevo. Ogni tanto, Egli si fa vedere quando vado di corpo. Sono quindici anni che conduco questa vita.

“Jonathan! Non avrai di nuovo intasato il water e dato la colpa al demone?”

La voce di mia moglie riempie le mie orecchie maledette. Lei non ci crede…

Invito.

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“Questa sera non ti dico no”

La voce di Lory piomba sulla stanza in pieno party, mentre tutti ballano o pensano ai fatti propri.

Jack si girò verso Lory. “Scusa, non ho capito in che senso”

La ragazza, in cerca del suo bicchiere da lanciare in faccia a colui che avrebbe dovuto chiedere l’invito a cui aveva appena accettato, rispose “Ma non è ovvio? Questa sera non ti dico no”

“Ma no rispetto a che cosa?” chiese Jack. Stava parlando di un argomento interessantissimo con il suo amico Alex, un argomento da cui dipendeva il destino del sistema solare e aveva dovuto interrompere per parlare con quella sottospecie di gallina.

“Se non lo sai tu che me lo hai chiesto…” disse lei. “Io ti ho detto che stasera non ti dico no, domani non lo so”

“Ma domani questo party sarà finito! Che cos’è che non mi dici no?”

Jack stava avendo una crisi di nervi e non sapeva neanche lui il perché. Forse, bere una Red Bull stava dando i frutti proprio nel momento sbagliato.

Lory fece spallucce. “Non ti dico di no.”

“Jack si spremette le meningi. “Okay. Quindi mi dici di sì” l’altra si guardò attorno e cominciò a sudare freddo. “Più o meno. Quello che so è che non ti dico di no”

“Quindi ti avrei invitato a fare qualche cosa” si disse Jack, cercando di essere ragionevole. “Il punto è che io stavo parlando di fantacalcio con Alex, e il fatto che mi abbia UMILIATO domenica scorsa avrebbe come minimo dovuto fargli male. Invece mi ritrovo a parlare con te di qualcosa che non ho neanche detto!”

“E dai che lo hai detto…” Lory cominciò a pungolarlo col gomito ammiccando. “Lo hai detto, e stasera non ti dico no”

Jack, tuttavia, non riusciva a capire cos’era che gli aveva detto. Pian pianino, si stava convincendo che probabilmente aveva parlato con Lory, chiedendole qualcosa per cui aveva accettato. Ma cosa?

“Domani non lo so” concluse Lory.

Jack allora capì. “Questa sera non ti dico non ti dico! E ora come la mettiamo?”

La musica si fermò, così come tutti gli altri invitati al party. Era la frase definitiva.

“Oh” rispose Lory. “Non ti va di mangiare una pizza con me? Dopo cinque anni che mi vien i dietro?”

Jack divenne un fantasma.

 

 

 

 

 

 

Frederick e il suo tè.

Di solito i Vampiri non prendevano mai il tè, perché, essendo creature notturne, le cinque del pomeriggio non facevano parte del loro orario di lavoro.
Per Frederick, però, il fatto di essere diventato un Vampiro non gli impediva assolutamente di prendere il tè.

Tè rosso al sangue, ma pur sempre tè.

“Ehi Freddie”

Una voce rasposa entrò nelle sue orecchie.

“Oh, Bob” salutò lui, con grande sussiego. “Come mai da queste parti?”

Bob si grattò dietro l’orecchio e si sedette. Faceva puzza di animale, il Vampiro sperò ardentemente che non avrebbe fatto ciò che fece, invece quegli si sedette con assoluta arroganza. Mise persino i piedi sul tavolo, che erano nudi e sporchi.  “Sai, è quasi luna piena e quindi…”

“Bah” replicò Frederick.  Non riusciva nemmeno a sopportare la sua vista. “Come puoi sopportare di trasformarti una sola notte al mese, quando noi Vampiri teniamo questa condizione tutti i giorni?”

“Già, vero” interloquì Lex, uno scheletro, che si era appena seduto in un’altra sedia di quel tavolo. Il vampiro considerò la prossima volta di sedersi in un tavolo singolo. Stava prendendo un bicchiere di latte, che da quando aveva letto che il calcio faceva bene alle ossa, non aveva più smesso.

“Ma vero cosa? Mi lasciate prendere il tè al sangue in santa pace?” Frederick

“Vediamo che ne pensa Gedeone, lo Zombie chiacchierone” disse lo scheletro, che fece cenno di avvicinarsi al suo simile dotato però di pelle.

“Oooooh…”

Frederick per poco non sputò il poco sangue che stava bevendo.

“Chi… sei?” chiese.

“Gedeone lo zombie chiacchierone, no?” disse retorico lo scheletro. “Quante volte devo ripeterlo. Dimmi, Gedeone lo zombie chiacchierone, ti piace il tè?”

“Ooooh…”

Gli cadde la testa sul suolo.
“Siamo a posto, proprio” Lex arricciò le labbra. Frederick invece si mise una mano nei capelli, sconfortato. Quella notte avrebbe dovuto azzannare più colli del solito…