La Ropa Sucia/288

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Ecco perché Amborgio, il maggiordomo che dava ascolto a tutte le orecchie e vedeva con tutti gli occhi, vide i due piccoli andare da Rebecca senza colpo ferire, ma non sapeva dove lei li avrebbe portati.

Effettivamente Rebecca li portò nel salone degli schermi, ormai disattivato, ma non passarono neanche cinque minuti che Ramòn Fernandez ordinò loro di costruire quel messaggio minaccioso per i loro genitori.

Pertanto, anche i genitori Espimas ricevettero quella stessa lettera.

“Ambrogio, fai subito una torta!” esclamò imperiosa Martina Espimas, la chica delle caramelle, com’era ricordata ai tempi cui Villa Nueva contava cinquecento persone.

Ambrogio, che si trovava a casa Espimas, dopo essere stato al parco, capì subito tutto e parlò col Commissario.

“Senti” disse il maggiordomo al poliziotto.

“Sì, ho capito quello che vuoi dire, ma non posso aiutarti” rispoose l’ufficiale. “Non finché non si provi che Rebecca Jones abbai effettivamente rapito i due ragazzini e invece non le siano scappati. Voglio dire, lei era in bici e loro erano a piedi, come poteva essere che lei li abbia messi su quel mezzo di trasporto anche piccolo?

Occorreva lambiccarsi, perché Ambrogio non aveva idee da proporre.

“Sono stato informato” disse il Commissario “del fatto che i Fernandez vogliano farti la pelle, però secondo me sei diventato un po’ paranoico. Voglio dire, non abbiamo nessuna prova che Rebecca Jones sia rimasta con loro”

Ambrogio allora chiuse la telefonata senza dire nulla e decise di indagare da solo. Non ci teneva a essere sfidato a duello.

Nel frattempo, Raquel e Fernando, ovvero i coniugi Espimas, volevano sapere da Romàn quando sarebbero entrati in azione.

“Molto presto, ragazzi” disse lui. “Non preoccupatevi, ho un piano che ci soddisferà tutti”

“Sarà…” disse Raquel, ma cominciava ad avere fretta, soprattutto perché i piani alti del castello sovrastavano Villa Nueva e permettevano di vedere il cantiere sempre in funzione.

Anche el pipa, per quando innamorato, non vedeva l’ora di tornare a Villa Gutierrez, anche se c’era el tiburòn, con Pepa, che dirigevanmo la tenuta come pareva a loro, stando bene attenti a qualche segno, o segnale, di potere prendere il potere usufruendo magari dei matrimoni che ciascuno di loro stava progettando.

E dietro di loro, c’era Joshua, che alla fine diede un anello di fidanzamento ad Analisa, che però non ricevette mai. Fu intercettato da dai coniugi Cascada, i quali lo presero per loro in attesa che Joaquina capisse quanto spbagliasse a mettersi con Ramòn Fernandez. Ma più loro lo pensavano, più lei si innamorava.

Tutti erano come se fossero in attesa di qualcosa, qualcosa che alla fine si rivelò nella persona del tizio che Analisa aveva incontrato sotto l’ombrello, quel fatidico giorno di pioggia.

“Mi chiamo Alfredo” aveva rivelato infine, una volta che avewva portato Analisa a casa sua. Di Analisa.

“Avevi detto che non me lo avresti rivelato fino al momento opportuno…”

“Sì, però poi me ne sono dimenticato” disse infine ridacchiando il tizio. “E poi sei bellissima”

Era bellissima, Analisa. Di una bellezza così affascinante che spolo Catalina Salcido, a Villa Nueva, poteva paragonarsi a lei, tant’era vero che Edmundo non era riuscito a resistere alle sue lusinghe.

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Gina la pedina.

La vita mi confonde. Gira, su e giù, tutt’attorno. È come se si confondesse da sola, quindi ci confondiamo assieme.

Guardo il mondo da questa lavatrice, e non sono sicuro che il ciclo sia finito. Ma tiriamo un attimo il dado.

Okay, è uscito quattro, quindi andrò indietro di quattro caselle e, per farvi capire cosa sto dicendo, parlerò di come sono finito dentro la lavatrice.

È stato quattro giorni fa, ero fermo un turno dopo aver saltellato per tutta la plancia e la pedina accanto a me mi aveva appena fatto il gesto dell’ombrello sorpassandomi.

Non sapevo che dire, anche perché ero troppo impegnato a maledirla e quindi col pensiero mi ero fatto forza, tanta forza che quella stessa pedina, quando ancora mi faceva i versacci, è caduta in una casella trappola, finendo dentro un pozzo forse finito, forse infinito, forse coseno. Ho atteso che si tirassero i dadi di quella volta, ma a un certo punto una torta gigante ci ha travolto e ha occupato tutte le caselle interrompendo quindi il gioco.

“Salve sono la torta” dice con voce fonda.

“Che tipo di torta?”

“Guardami” risponde lei “Sono tutta lassa, con la panna, tonda, morbida, col caldo pan di spagna e le scaglie di cioccolato!”

“Hola!” Ha esclamato il caliente pan di Spagna.

“Perfetto, ma noi stavamo giocando nel sanguinario gioco dell’Oca!” esclamo.”

“Non importa! Non è più tempo di oche, e neanche di anatre all’arancia, ma di un bel dessert!”

Non sapevo cosa dire, anche perché, proprio quando la torta si è messa a ridere con un profondo “ohohoh” alla Babbo Natale, un grosso coltello si è messo a dividerla, ed io sono finito dentro una tasca di pantalone.

“Sei finito in… Tasca!” Esclama questa con voce robotica. “Il cavallo dei pantaloni augura una piacevole permanenza!”

Dopo quattro giorni sarà stata anche piacevole, ma adesso il mio mondo gira ancora, e ancora, e àncora.

Oltre a me, ci sono camicie fluttuanti, canottiere che si restringono, biancheria che si sente sporca e il famoso pantalone che si mette a dire e pensare. Un suo aforisma: “Ma se la biancheria e la schiuma sono bianche, saranno forse la stessa cosa?”

A questo punto, penso che sia meglio dire, più che la vita ci confonde, la vita ci sputa in faccia, a noi pedine. Ma non con la saliva, aggiungerei. Piuttosto, con la candeggina e l’ammorbidente!

La Ropa Sucia/287

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Un ragazzo con un ombrello enorme in mano stava osservando proprio Analisa, che inumidita era più bella che mai. Aveva chiesto una mano.

“No, ne ho già due, grazie” rispose lei.

Il ragazzo annuì e si avvicinò. “Vieni, mia cara, ti bagnerai così. Lascia che ti offra il mio obrello”

Analisa capì che quell’uomo erta diverso da tutti gli altri. Ma chi era? Non era mai stato visto a Villa Nueva, quindi occorreva fare una domanda.

“Scusa, chi sei?”

“Oh, certo. Potresti aver capito che io sia un malintenzionato. Se ne tropvano spesso, poi a Villa Nueva con così poche persone la media dei crimanli si alza in percentuale” ridacchiò. “Mi chiamo… no, in realtà non te lo voglio dire, come mi chiamo. Vediamo se riesci a indovinarlo”

Analisa sorrise e sghignazzò, anche lei era piuttosto incuriosita dall’uomo misterioso, vestito col cilindro in testa, cappotto lungo e pantaloni con scarpe lucide.

Chi era? Perché sembrava venuto fuori direttamente dal 1910? E soprattutto, perché Jùan e il picolo Benjhamin volevano una torta? Gli era stata data?

Nel frattempo, c’era da dire che i fratelli Fernandez avevano avuto un’ottima idea.

Avevano lasciato perdere la richiesta di riscatto da dieci milioni da estorcere ai Cascada, perché comunque avrebbero solamente ricevuto soldi falsi, così decisero di rapire Juàn e il piccolo Benjamin. Non era stato molto difficile: accadde un giorno, al parco, in cui i due ragazzini stavano giocando ai cavalieri con tanto di rametti pronti per essere poggiati con violenza sulle loro pelli.

“Yah! Sono He-Man! Hey! Che succede?” stava dicendo Jùan, appollaiato in piedi su una panca mentre ballava.

“Ed io sono Skeletor, il tuo malefico avversario! Nyaaah!”

Al che, li vide Rebecca Jones, che passeggiava in bicicletta, afflitta da tante cose. Afflitta da Joaquina Cascada, la quale stava ristrutturando la casa che a lei piaceva malinconica e trascurata, afflitta da Alfonso, il quale era ancora succube del fratello, afflitta da se stessa, la quale aveva rinunciato alla carriera di giornalista che era pronta per essere lanciata, solo per amore.

Alfonso era bellissimo e desiderativa aiutarlo. Ecco perché vide quei due discoli, gli unici bambini in tutta Villa Nueva, mentre stavano per darsele di santa ragione.

“Ragazzi!” esclamò con un fare materno che non le era mai appartenuto.

“Chi è?” chiese il piccolo Benjamin.

“È… Rebecca Jones” rispose Jùan, il quale aveva un’ottima memoria. “lavora col Clan dei Neri. Io ci sono stato, è una base bellissima piena di schermi e cose”

“Wow” disse il piccolo Espimas.

“Esatto. Che bravo, ti ricordi di me” disse Rebecca. Poi estrasse un pacchetto di mentine. “Perché non veniute con noi a fare qualcosa, visto che già ci conoscete? Lasciate perdere quei rametti e venire a fare le cose da grandi”

I due ragazzini si guardarono perplessi.

“La mamma ha detto di non parlare con gli sconosciuti, né di accettare caramelle” osservò il piccolo Benjamin.

“Tua mamma è Martina Espimas, piccolo Benjamin” gli fece notare Rebecca. “Forse non sai che è la prima ad accettare caramelle dagli sconosciuti, e non solo quelle”

Il piccolo restò trasecolato, ma che cosa nascondeva Rebecca al bambino? Nessuno poteva saperlo, a parte Ambrogio, che era lì, col giornale in mano per far sì che si nascondesse mentre dava da mangiare ai piccioni.

E le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/286

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Era incredibile il fatto che i Sanchez si fossero fermati alle apparenze. Ana Lucia e la sua tattica attendista aveva portato alcune volte a certi risultati, altre volte no.

Seppero dunque, da Ezequiel Riquelme, che il figlio che stava aspettando Clara Gonzalez era in realtà di Fernando, non di Miguel, ma questa cosa non fu detta da alcuno, neanche da Ambrogio, il quale rischiava di compromettere la serenità di quella famiglia.

“Una famiglia che è disposta a mettere un fucile davanti casa deve essere per forza serena, non vi pare?” aveva affermato il maggiordomo.

Così, si concentrarono tutti verso il messaggio che Analisa Islas aveva ricevutoi. Pedro, ad esempio, lo trovò estremamente interessante.

“La J sta per Jùan, tuo fratello e la B sta per Benjamin, che è il nome del piccolo Benjamin Espimas” concluse infine. “Vogliono la torta. Come Clan dei Bambini stanno facendo un’ottima figura. Minacciosi al punto giusto”

“Sì, avevo capito che si trattava di mio fartello, che gioca a fare il pirata con il piccolo Benjamin” disse Analisa. “Ma allora vuoi tornare a sposarmi?”

Pedro si sentì alquanto spiazzato. Gli vennero le farfalle allo stomaco. Neanche lui sapeva bene perché sentiva di doverla respingere, e lo trovava assurdo, soprattutto con lo sguardo magnetico che si trovava e altri due motivi che Analisa custodiva appena più in basso, ma… non la amava.

“Sono a lutto, Analisa” disse Pedro. “Sto affrontando un sacco di questioni legali con mia nonna, cose che mai avrei immaginato di affronatare, e inoltre sto trattando col Commissario per trovare gli assassini di mio padre”

Era vero. Pedro Sanchez in persona era andato in centrale a parlare col Commissario, che quel giorno era piuttosto di buon umore, nonostante le operazioni fallaci in cui era stato protagonista.

Aveva anche chiesto, il ragazzo, se poteva fare qualcosa per trovare Roberto Mendosa.

“Roberto Mendosa…?” chiese il poliziotto sbigottito.

“L’aitante runner” precisò Pedro.

“Ah” disse l’altro. “Certo, lo troveremo. Abbiamo fatto un’operazione congiunta con tutte le altre centrali, abbiamo chiuso i posti di blocco e sicuramente non partirà con nessun mezzo di trasporto. È caccia all’uomo, crediumi. Tutta l’Argentina lo sta cercando, anche se io credo che non lo troveremo. Vedi, sono fermamente convinto che se qualcosa non la si cerca, poi non  la si trova”

Pedro quindi riferì ad Analisa cosa stava facendo.

“Certo, capisco” disse lei, con una punta di tristezza. “Però io non voglio sposare Joshua, ma mi rimane appesa poi la data del nove settembre, che ho già fissato, peraltro assieme a Rosa, la chica formosa, che al momento è scomparsa”

“Non è scomparsa, è partita” osservò Pedro.

“Quel che sia” rispose lei. “Edmundo adesso è il servetto di Catalina, quindi non mi ama più… e nessuno mi vuole”

Seguì un tuono.

“Nessuno mi vuole” ripeté Analisa.

Fece per andarsene, un po’ malinconica. L’esperienza a Villa Nueva la stava cambiando, lentamente, e mentre cominciava a piovere pensò innanzitutto che, se davvero la lavatrice dei Sanchez stava girando, era finita dentro anche lei, affinché i suoi panni si lavassero.

“Serve una mano?”

Quella domanda fece venire in mente ad Analisa che le lavatrici giravano…

La Ropa Sucia/285

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Comprare una lavatrice per azionarla non era mai stato così divertente, per Joshua.

Innanzitutto era esattamente andato al negozio di Edmundo, il quale non lo accolse troppo bene. Anzi, non lo accolse.

Fu da solo che Joshua prese una lavatrice, consigliato da una commessa che si troivava là, che si chiamava, come suggeriva l’etichetta, Sara.

“Prendo questa, allora” disse Joshua, convinto che la lavatrice potesse funzionare anche con lui.

“Ottima scelta, signore” disse quella sorridente.

La lavatrice andava presa in magazzino, così Josha si avviò a pagarem, lasciando Sandra da sola, che poté così essere libera di allontanarsi e assumere la sua vera identità.

In realtà si trattava di Elisa Riquelme, che in quel momento osservava se stessa davanti lo specchio del bagno delle donne, che le restituiva un’immagine stralunata e attonita. Era incredibile, come al suo primo giorno di lavoro, avesse già scoperto qualcosa di terribile. Non sapeva nemmeno con chi confidarsi, perché non si fidava tanto del tiburòn, inoltre non tutti riuscivano a sentire quello che diceva e quindi le sue parole si sarebbero potute perdere al vento.

Così decise di comunicarloa  José, il quale era avvilito fra Adele sempre più incinta e sua madre che vorrebbe che lui tornasse da lei a lavarle i panni a mano.

José spalancò la bocca.

“Ma lo sai cosa significa essere il marito di Adele Sanchez?” chiese alla fine del resoconto di Elisa.

“No, non lo so” rispose con freddezza Elisa. “Ma poi, cosa c’entra?”

“Non ci arrivi?” chiese José. “Sono i Sanchez ad aver azionato per primi la lavatrice. La lavatrice dei Sanchez ha azionato la seconda lavatrice, quella di Edmundo, e il fatto che Joshua ne abbia comprata una terza è perché discende direttamente dalla prima, sempre. In altre parole, è la lavatrice dei Sanchez che lava i panni sporcvhi di questa città”

Elisa sgranò gli occhi. Adesso aveva capito cosa significava avere un fratello. Fratellastro, nel suo caso.

Analisa, in quel preciso istante, era pronta ad indagare sulla paternità di Fernando e la prima cosa che fece fu chiederlo ad Ezequiel Riquelme.

“Sì” rispose lui, senza chiedere perché Analisa fosse lì. “Sì, è lui il padre del nascituro. Inoltre, ti ringrazio per avermi informato, qaui nessuno mi informa mai di niente”

“Mi sembrava doveroso” disse Analisa. “Avete avuto voi l’idea di far fare a Fernando qualcosa che non voleva fare”

“Però l’ha fatta” disse Ezequiel “e le lavatrici…”

“Continuano a girare” concluse Analisa. “Va bene, vi ringrazio parecchio, messere”

“E di cosa, mia cara” disse Ezequiel. “Sai che puoi venire sempre a trovarmi”

“Non ne vedo il motivo” rispose lei, chiedendo di poter uscire. I secondini erano abbastanza riluttanti, sorprendentemente, come se volessero trattenerla per troppa bellezza.

Analisa quindi sentì di aver fatto la cosa giusta, per cui tornò in città, dov’era pieno di gente, che andava e veniva.

Non si sarebbe mai aspettata che suo padre, il tenebroso Ambrosio Islas, le avrebbe dato un giorno un biglietto.

Il biglietto era scritto a ritagli di giornale, nel senso che qualcuno si era preso la briga di ritagliare le lettere da un giornale e incollarle in modo da produrre un messaggio minatorio, il seguente:

Vogliamo la torta. J. e B.

Così c’era scritto, e Analisa cominciò a sudare freddo, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/284

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Dal canto suo, Analisa Islas non era del tutto convinta della condotta che stava conducendo. Dapprima, era rimasta parecchio triste per il rifiuto ottenuto da Pedro Sanchez, quando ormai era tutto pronto per il matrimonio, avendo scelto anche la data e i testimoni e la damigella. Adesso si era ritrovata single, con un matrimonio da dover celebrare comunque, anche senza marito, per non perdere i soldi. Invece, la sua famiglia i soldi li stava ottenendo eccome, recuperando e anzi raddoppiando ciò che avevano speso per il suo matrimonio, grazie all’importanmte contratto che avevano stabilito col comune con l’intento di costruire il supermarket, che di conseguenza stava andando benissimo e, con Edmundo direttore di quel negozio, il fatturato stava crescendo anche nel breve periodo, sfruttando l’onda lunga della novità. Persone che abitavano anche altrove visitavano quel supermarket, andando soprattutto nel reparto lavatrici.

Quindi, Analisa avrebbe dovuto essere contenta che la sua famiglia era rientarata dalle spese che lei aveva causato loro, col matrimonio annullato. Tuttavia, non lo era.

Edmundo ci  aveva provato con lei. Joshua voleva costringerla a sposarla. Rodrigo aveva detto non abbiamo più niente da dirci e infatti le spediva, ogni giorno, delle lettere minatorie. Vuote.

Insomma, i fantasmi del suo passato erano venuti a tormentarla anche nella pace campagnola di quella città al confine col Cile. Poi pensava a Miguel e Clara Gonzalez e sospirava. Loro avevano raggiunto la pace dei sensi… come avevano fatto?

Decise dunque di andare da loro. Gli eventi delle lavatrici non li stavano toccando, e sicuramente c’era un motivo, che andava al di là del fucile da caccia sempre puntato verso il visitatore, chiunque egli sia.

Bussò dunque, e le fu aperto. C’era Ambrogio.

“Ciao, Ambrogio” disse lei dallo spioncino. “Posso entrare?”

“Certo, entra pure, Analisa Islas detta la single

Analisa non capì cosa c’entrasse quella definizione ma fu fatta accomodare, accolta in seguito da Clara Gonzalez in persona.

“Ambrogio, preparci del tè” disse lei. “Che cosa vuoi, mia cara, da noi?”

“Voglio capire come mai siete felici, tu e Miguel” esplose a un certo punto la povera ragazza, che era ricca, ma in realtà povera.

“Perché non siamo felici” rispose Clara, con una perfetta letizia d’animo che non le si addiceva. “Miguel va ogni giorno a lavorare, ma è tormentato. Conosci Fernando Espimas?”

“Certo, chi non lo conosce! È il mio vicino di casa… che ha fatto?”

“Ebbene, è stato corrotto da Ezequiel Riquelme per corteggiarmi, e io ho ceduto. Voglio dire, è Fernando Espimas, mica il primo che passa”

Analisa sgranò gli occhi. “Quindi il bambino che aspetti è…”

“Come fai a sapere che sono incinta?”

“Il giornale, Clara, il giornale”

Clara sospirò. Non compravano il giornale da settimane. Anzi, in realtà non lo avevano mai comprato da quando avevano deciso di abitare insieme.

“Il bambino che aspetti è di Fernando”

“Non si sa” disse Miguel più freddo che mai, comparendo da chissà dove, col tè in mano. “Io e Clara abbiamo avuto un rapporto pochi giorni prima del fattaccio, per cui…”

Per cui, si disse Analisa, doveva reisolvere quell’enigma. Tanto per fare qualcosa, mentre il Clan dei Bambini chiedeva ancora torte per tute le case. Era strano, ma Jùan si stava impegnando più della sorella, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/283

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“L’amore, forse” disse infine un corrucciato Alfonso rispondendo alla domanda precedente della signora Cascada, inarcando un sopracciglio. “E non lo compri col denaro. Neanche se lo metti dentro una lavatrice. Anzi, proprio perché i Sanchez hanno azionato una lavatrice adesso Joaquina Cascada si è messa con Ramòn Fernandez, e di mio fratello si dicevano cose inaudite sotto questo cielo”

La signora Cascada chiese “Che cosa si diceva di tuo fratello?”

“Che non gli piacesse la pasta al forno”

“Sarebbe stato scandaloso” disse la signora Cascada. “Adesso prendi questi soldi”

Alfonso ridacchiò. “Andiamo, mia cara signora. Noi non siamo il Clan dei Neri per caso. Sappiamo entrambi che sono falsi”

“Oddio! Allora era meglio sparire e non telefonare!”

Alfonso, nel vedere la signora spaventata, ridacchiò non poco. “Ebbene? Dov’è la polizia? Non può incriminarmi, vero? Perché io, a differenza di mio fratello, sono incensurato, e fintantoché non prendo questa ventiquattrore non possono toccarmi”

Così le voltò le spalle e andò via.

“Qualche idea, Commissario?” fu chiesto. Quest’ultimo si grattò il mento con la canna della pistola, che a partire un colpo non ci stava niente.

“Sì” disse lui. “Seguiamolo, ci porterà alla baracca”

“Ma, signore” gli fu fatto notare “sappiamo dove si trova la baracca del Clan dei Neri, possiamo fare un blitz in caso di estrema necessità!”

Il Commissario ripose la pistola nella fondina. “Certo che possiamo, ma non hai sentito le parole di Alfonso? Joaquina vuole stare coi Fernandez… è innamorata”

Nel frattempo, c’era anche qualcun altro innamorato e non vedeva l’ora di farlo sapere a tutti.

“Sono innamorato” annunciò Edmundo a Joshua, il quale stava facendo cose con alcune carte, e non erano castelli.

“Quindi mi stai dicendo cose che già so?”

“No” rispose Edmundo “Non sai che mi sono innamorato proprio di Rocìo Gutierrez, la figlia segreta del muerto, il quale è evaso qualche giorno fa dalla galera!”

“Non è un motivo di vanto” osservò Joshua. “E poi, gli innamorati sono sempre distratti. Non facciamo che questa tua cotta abbia inficiato la tua intelligenza?”

“È proprio questo il problema” disse Edmundo. “Rocìo Gutierrez è stata promessa sposa a Diego Sanchez, che ha ricevuto una dote di un milione di dollari americani!”

“Ah, alla faccia” commentò Joshua. “Ma volevo chiederti un favore, invece di infatuarti di ragazze già impegnate, com’è nel tuo stile”

Edmundo ignorò la frecciatina.

“Ti va se ci alliamo?”

Edmundo spalancò la bocca. Inoltre, era nahce una giornata di sole, come mai quell’uscita senza poter essere introdotta da un rombo di tuono?

“Con la tua intelligenza e la mia potenza in denaro potremmo davvero dire la nostra in questo paese. Inoltre, farai da testimone alle mie nozze con Analisa Islas”

Ecco che, nel finestrone dietro Joshua, alcune nubi cominciarono a coprire l’astro. Sembrava dosse venire una vera tempesta, perché si alzò anche il vento, mentre i due parlavano.

“Ma Analisa Islas è innamorata della mia lavatrice, come faccio a condurla da te?”

Joshua sogghignò. Aveva quell’idea in mente e nesusno gli avrebeb impedito di non farla.

“Azionerò anche io una lavatrice”

In quel momento, ecco che il fulmine annunciato scese giù dal cielo, seguito da un rombo di tuono particolarmente potente.

E le lavatrici contiunuarono a girare…

La Ropa Sucia/282

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Anche se il emssaggio scritto da Joaquina era un palese falso, solo perché l’aveva detto Ambrogio, il Commissario riunì tutte le forze che riuscì a convocare per un’operazione senza precedenti. Ramòn Fernandez, infatti, si era macchiato di numerosi e reiterati attentati alla legge, facendo fuori uno dopo l’altro tutti gli articoli del codice penale. Non era rimasto più niente che non avesse violato.

Inoppltre si era macchiato anche di caffè, quel momento, distratto com’era dal pregustare una notevole ssomma di denaro. In effetti, la moneta che circolava in Argentina era il pesos, che, dopo la caduta della dittatura e la situazione turbolenta che ne stava conseguendo, aveva perso molto potere di quel poco che aveva ed era ormai quasi carta straccia. Il vero futuro erano i dollari americani.

Quindi, tutti gli agenti, ben sette, erano appostati tutto attorno al bosco, capitanati dal Commissario, con la pistola carica.

Visibile, nel buio della notte, c’era la signora Cascada, la quale odiava passeggiare di notte, ma odiava anche la carta straccia che aveva fra le mani, nascosta dentro una ventiquattrore.

Il fatto era che i Cascada erano abituati a maneggiare denaro vero. Adesso la signora sapeva bene di doversi lavare più e più volte per togliere anche l’odore delle banconote false.

Comunque, era stato un sacrificio che era disposto a fare pur di rivedere Joaquian viva. Era l’unica persona rimasta a credere davvero all’autenticità del biglietto. Inoltre, era convinta che Joaquina avesse davvero scritto col sangue, nonostante la ricerca fatta e l’insistente odore di fragola.

La donna si guardò attentamente intorno. Sembrava non ci fosse nessuno, inoltre era stata anche brava non far scorgere le sue tracce, dando l’impressione di essere sbucata dal nulla, letteralmente.

Così si fermò nel luogo indicato e poggiò la ventiquattrore a terra, e attese.

Attese. Attese ancora.

Dopo che il tempo riuscì a dilatarsi in quel luogo oscuro e pieno di terrore, arrivò un uomo con una lanterna in mano.

“Fernandez…” salutò la donna.

Era Alfonso.

“Non sono Ramòn” disse dunque. “Sono il fratello, perché non si sa mai con la polizia in giro, e il Commissario non corrotto che ci è capitato. “Diego Sanchez e Rocìo Gutierrez, se dovessero sposarsi, diventerebbero la coppia più ricca di Villa Nueva. Ecco perché abbiamo chiesto questi dieci milioni”

La signora Cascada ascoltà Alfonso molto attentamente, come se volesse trovare qualcosa che le potesse interessare.

“È per questo che tenete in ostaggio la mia bambina? Per poter assicurarvi un futuro in questo paese?”

“Non la tua bambina, sciocca” deisse Alfonso. “Non stiamo tenendo in ostaggio la tua bambina. Noi vogliamo rapire i vostri soldi. Infatti, oltre a questi, vogliamo altri dieci milioni la prossima mezzanotte!”

Alfonso stava bene attento a non prendere la valigia, per non far spuntare fuori la polizia.

“Ecco perché noi non ti ridaremo Joaquina. A parte che, detto in confidenza, non vuole andarsene”

La signora Cascada ebbe un forte tuffo al cuore. “Ma… che cosa dici? Certo che vuole andarsene! Che cosa può darle Fernandez che la nostra vita agiata non le sta dando? E poi, Fernandez! Di tutti gli uomini che poteva scegliere, proprio il più pericoloso criminale di Villa Nueva?”

Alfonso ebbe un’illuminazione: davvero suo fratello era considerato un criminale? E ancora, essere il più pericoloso criminale di Villa Nueva in che graduatoria metteva Ramòn nel resto dell’Argentina? E poi, come mai Joaquina soffriva della sindrome di Stoccolma?

E le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/281

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“Sei sicura di quello che hai visto?”

Fra tutte le cose che Ramòn Fernandez giurava di aver visto nella sua vita, ciò che era statao riportato da Rebecca Jones era la meno probabile.

“Sì. Sono sicura”

“Diego Sanchez con Rocìo Gutierrez… che coppia male assortita” disse lui, guardando la cancedela danzare davanti ai suoi occhi. Avere avuto di nuovo Rebecca e Alfonso aveva dato i suoi frutti. “Tocca fare la nostra mossa. Te la senti ancora?”

Ramòn aveva rivolto la parola a Joaquina Cascada, la quale si emozionò non poco.

“Sì, amore mio, sono pronta”  passò anche una mano sul braccio di Ramòn, per toccarlo, per sentirlo, per averlo suo. Non avevano ancora consumato quel rapporto, perché Ramòn diceva che non era il momento, invece Alfonso era di tutt’altro avviso e pensava che fosse sempre il momento.

“Bene allora” dicce Ramòn. “prendi carta e penna e comincia a scrivere”

Nel frattempo fra i Cascada c’era molta preoccupazione.

“Joaquina non è più tornata dalla casa di mia madre” disse il signor Cascada alla moglie.

“Lì ci sono un sacco di ricordi” disse lei sorseggiando il tè preparato da lei stessa “È anche abbastanza ovvio che non riesca a separarsene. Poi, si sente anche molto sola senza Carmen”

“Carmen però sta vivendo la sua vita” disse il padre di quelle due figlie. “Stare lonmtano da Villa Nueva la sta giovando. Ci porta sempre polaroid dai posti nuovi che visita. E fa concerti. Non potrei essere più orgoglioso”

In quel momento, entrò Ambrogio.

“Che hai, Ambrogio, sembri corrucciato” disse la signora Cascada.

“Oh, no” rispose lui, rimproverandosi per essersi dimenticato di cambiare espressione. Era ancora turbato dall’aver visto quell’abbraccio, che avrebbe complicato ancora le cose. Matìas aveva depositato un milione di dollari americani su Diego Sanchez, che avrebbe sposato Rocìo e quindi Matìas non li aveva per niente spesi. Anzi, probabilmente li avrebbe triplicati.

“C’è un messaggio da parte di Joaquina Cascada” e porse il biglietto sulla scrivania, andandosene. Aveva anche un’aria colpevole, perché non aveva resistito alla tentazione di leggere quel messaggio. Ne ricordava le esatte parole:

Mamma, papà, aiuto! Ramòn Fernandez mi ha rapita e chiede un riscatto di dieci milioni di dollari americani entro mezzanotte! Mi ucciderà! Aiut…”

E si concludeva con uno scarabocchio. Forse era stata scoperta mentre scriveva, ma allora non si spiegava come fosse finito il messaggio fra le sue mani. Per renderlo più credibile, sembrava scritto col sangue.

Inoltre, dieci milioni di dollari erano una somma considerevole, e somigliava tantissimo alla cifra che Matìas aveva versato sul conto di Diego, affinché sposasse Rocìo, come se ci fosse bisogno davvero di una somma di denaro per voler sposare una ragazza come Rocìo.

No, decisamente Ambrogio non era uno sprovveduto. Quel messaggio puzzava di falso da lì a un chilometro e le ipotesi erano due:

“Il messaggio è stato redatto da Ramòn Fernandez stesso che millanta chissà cosa, oppure, cosa alquanto improbabile, è stato scritto da Joaquina che vuole soldi. Oppure è una trappola” concluse il Commissario, che avevaq ripetuto a pappagallo le deduzioni di Ambrogio, riferendole poi ai genitori preoccupatissimi che rileggevano il messaggio, come se fra le righe si nascondesse Joaquina stessa.

“La mia povera bambina” disse lacrimosa la signora.

“Non preoccupatevi” disse il Commissario. “Ho un piano”

E in quel caso lo aveva lui per davvero.

“Daremo dei soldi falsi a Fernandez e mentre andrà a prenderli – ci andrà di persona, non ha più nessun complice – lo arresteremo”

E le lavatrici continuarono a girare…

Ma che musica, maestro?

Ognuno di noi è un complesso. Ci sono chitarre, il basso, la batteria, qualche sassofono qua e là e… “ma no, ma no! Non sai che prima ci vuole un ritmo e un direttore? Altrimenti è il caos!”
Hai ragione, alter ego. Sì, perché per suonare assieme ho bisogno di tanti me.
Suoniamo dunque facendo venire fuori qualcosa di interessante, nonostante qualche furbo va per i fatti suoi. Il batterista, per esempio. Quest’ultimo non ha capito come si suona e non solo usare bacchette per il sushi, ma batte i piatti con già dentro un fantastico primo, che va a finire immangiabile, povero lui. Per non parlare del chitarrista. Sapete, noi chitarristi siamo persone eccezionali, nel senso che facciamo eccezione. Ad esempio chi mai nella vita avrebbe immaginato che per suonare si avrebbe avuto bisogno un giorno di un falò? Oltre a questo, il nostro complesso si arricchisce anche di un tastierista. Sapete, quei tastieristi che a un certo punto prendono e vengono a urlare “DIO DELLE CITTÀ” tutto ad un tratto.
Ecco perché vado cercando un direttore d’orchestra. L’ultimo che è venuto ha detto “ci rinuncio” de è andato a pettinare le bambole, stavolta per davvero. Una gli ha detto anche grazie.
Ma stasera… stasera avremo un concerto con le palle quadrate. So che nessuno riuscirà a spingerle, ma non importa. Il noto presentatore abbronzato, Karl Marchesi, ci presenta entusiasta davanti a un pubblico fatto di parenti, amici e qualche imbucato, che loro si trovano sempre. Cominciamo il nostro primo brano ma il chitarrista comincia ad addentare le corde del suo strumento e a romperlo per tutto il palco. “Ah, ma non era finito il concerto? Io al posto delle corde ho messo gli spaghetti!”

Vabbè. E il bassista?

“Viva i bassi! Siamo bassisti! A morte tutti gli alti, non ci servono montagne che camminano!”

Ah sì, da quando si è dato alla politica non è più lo stesso.

Il concerto è stato un fiasco e probabilmente non sono nemmeno io capace di raccontare. Spero che però il vostro complesso sia andato meglio!