Intervista a Alice Jane: l’incontro del mare e della terra.

Torniamo all’angolo interviste. Oggi ho l’onore di ospitare, per il BlogTour in occasione dell’uscita del libro “L’incontro del Mare e della Terra“, l’autrice, Alice. 

Accolgo Alice nella mia stanza e la faccio accomodare, offrendole un ottimo servizio di biscotti, té e quant’altro.

È un libro che consiglio tantissimo, perché so bene come scrive Alice e quindi so quello che dico. Avevo voglia di farle qualche domanda e sono contentissimo che abbia accettato di sottoporsi a questo strano angolo.

  1. Chi è Farah?

Farah e Ondina sono parte di un intero: le ho inizialmente immaginate come lo yin e lo yang. Sono parti ed estremizzazioni romanzate di alcune parti del mio carattere. Farah è una giovane appassionata alla lettura. Legge troppo e vive troppo nelle sue fantasticherie: non ha una vera e propria percezione della realtà che la circonda. Inizialmente non è felice né triste: il suo umore dipende dalle sue letture. La malinconia, che nasconde negli occhi, nasce solo dal fatto che tutte quelle emozioni che legge non la colpiscono direttamente. Vive attraverso la lettura. Non è proprio una visione positiva della lettura a essere sincera, per quanto abbia vissuto questa fase in prima persona.

  1. Chi è Ondina?

Ondina è una sirena dal carattere diffidente e chiuso. Ondina è la notte e il gelo. La difficile vita che ha trascorso, l’ha portata a non mostrare e nascondere i suoi sentimenti. Ricordo un tempo in cui mi ero convinta di nascondere qualsiasi emozione che provassi. Ci sono riuscita per tre anni. Non penso di aver mai raggiunto “la forma perfetta”, però è una cosa davvero molto faticosa e dolorosa. Ne porto i segni ancora dietro e spesso mi è difficile dire quello che penso.

  1. Nel tuo libro si parla di catene, e di fuga da queste. È un tema che ti colpisce molto?

Mi piace spezzare le cose e poi ricostruirle. Le catene ti bloccano e non ti fanno crescere. Non dico che le catene sono sempre viste in maniera negativa ma penso che accettare una cosa senza capirla non ha alcun senso. A volte una persona ha la necessità di spezzare per poi ritrovare l’ordine. Ci sono delle eccezioni, ovviamente, sono contro la violenza e nessuno deve far del male all’altro, fisicamente e psicologicamente. Ma non credo nella definizione di “morale comune”.

  1. Qual è il momento in cui hai capito che avresti scritto questa storia?

Ho avuto un’immagine del mare nella mia testa. È la scena iniziale che ho descritto. Dopo ho costruito tutta la storia. Poi ho ripreso a leggere Andersen, qualche altra fiaba, ho fatto delle ricerche e ho ascoltato le canzoni Disney. Sono entrata completamente nell’atmosfera.

  1. Lo sai, questo è un blog comico. Raccontaci un aneddoto divertente su questa storia?

Non sono una persona molto comica, purtroppo! La cosa più divertente penso sia pensare a me cantare le canzoni di “La Sirenetta” della disney (in francese) e con la voce più stonata di questo mondo. Ma del tipo che non azzeccavo una nota nemmeno a pagamento.

Un’altra cosa divertente per me (meno per i personaggi) è quando penso a cosa scrivere. Perché sto tranquilla ad ascoltare musica e poi a un tratto arriva lì: l’idea malvagia. E spesso c’è anche una sorta di euforia in quella cattiveria, al punto che mi parte anche la risata tipica del cattivo “muahah”. Mi sento orribile dopo… un pochino.

  1. Quanto tempo hai impiegato per la prima stesura?

Ho iniziato la scrittura in contemporanea a “Il Suono del Rintocco”, il mio romanzo precedente. Quindi direi un anno e mezzo buono, più quasi un altro mezzo anno per le correzioni.

  1. Che cosa pensi del self-publishing?

Pubblico in self quindi direi che sono favorevole. Ha i suoi svantaggi, come tutte le cose. Bisogna occuparsi della pubblicità, della correzione, della cover… insomma molto lavoro affidato all’autore. È anche vero, però, che alla fine non sei “sottoposto” a nessuno e non ti ritrovi a firmare uno di quei contratti che sono delle prese in giro e su cui molte case editrici proliferano. È una strada difficile, anche perché molte persone non conoscono il mercato o non acquisterebbero mai niente. Ho letto molti self (li recensisco anche sul mio blog) e penso ci siano testi molto validi. Poi c’è da dire che non ho intenzione di fare della scrittura il mio lavoro. Mi piace e sto bene quando scrivo: ne ho un bisogno fisiologico. Però no, ho altri progetti quindi per me il self è una grande opportunità per esprimermi. Oltretutto quanti autori nel passato si autopubblicavano a loro spese? È un sacrificio che si fa, per me ne vale la pena. Poi chissà il futuro cosa possa riservare…

  1. L’Italia è un Paese che legge poco. Credi che ci sia spazio per gli autori emergenti?

Forse il mito del “l’Italia legge poco” andrebbe un po’ ridimensionato. Mi spiego. Vivo in una piccola città del sud. L’unica attività al centro che ha preso un po’ di forma è una libreria (un anno fa circa ne è aperta un’altra). Sono molto grandi per questa città: mi ricordo quando ero piccola che l’unica libreria che c’era, aveva la grandezza di un piccolo monolocale. Non vivo in una città particolare acculturata (tutt’altro) ma penso che questo evento abbia qualcosa di significativo. Quando passo davanti alla libreria, ci vedo sempre gente dentro ed è davvero l’unico posto dove la gente al centro va: nei negozi di vestiti, ad esempio, non c’è quasi mai nessuno. Il centro della mia città è abbastanza disastro e che qualcosa emerga e duri, ha un significato.

Oltretutto anni fa erano ricchi o benestanti che leggevano, oltre a permettersi i libri, sapeva leggerli. Forse è esagerato parlare di queste cose ma questo è per dire che in realtà non c’è mai stato un grande pubblico a leggere e, a nostro modo, stiamo crescendo. Rispetto agli altri paesi possiamo essere indietro, ma qui si legge, forse anche i libri “sbagliati” ma c’è molta gente che legge. Ci si indirizza alle cose sbagliate. Per gli autori emergenti è difficile per il fatto che vi è sempre una certa diffidenza nei loro confronti e chi acquista un libro di Pinco Pallino? Magari se ha vinto un premio “tizio&sempronio” che magari una persona non ha mai sentito nominatore, sidà più fiducia al libro. La persona pensa che, qualcuno più competente di lui, abbia fregiato il libro della propria approvazione. Si segue quello che va di tendenza e per questo la lettura che va (è andata e andrà) sarà sempre quella sull’onda del marketing. L’emergente deve essere consapevole di scrivere per gli altri ma anche soprattutto per il piacere stesso di scrivere.

  1. Quali sono state le maggiori soddisfazioni nell’aver pubblicato?

Il Suono del Rintocco o L’incontro del Mare e della Terra? Per quanto riguarda il primo, punto un po’ egoista, è un orgoglio per me aver pubblicato a diciotto anni e averlo scritto dai sedici in poi. Per quanto riguarda il secondo (e penso volessi parlare direttamente di questo) sono contenta di ritornare a pubblicare, tutto sommato, un anno dopo la mia prima pubblicazione. Ma a parte questo, i miei libri mi hanno permesso di avvicinarmi e conoscere persone meravigliose. Le persone che poi hanno letto i miei scritti mi rendono davvero felice. Mi sento più vicine a loro di quanto immaginano.

  1. E se il tuo libro fosse un film? O una serie tv?

Leggendo la domanda, ho pensato subito al film. Ho pensato subito alla tragedia greca standard, e di come questa dovesse svolgersi nell’arco di un giorno. Penso che “L’incontro della Terra e del Mare” ci stia bene come un film che travolge fino alla catarsi finale. Saper usare saggiamente il poco tempo di un film, potrebbe dare davvero un bello spettacolo per questo tipo di storia. Ma è un mio pensiero, se ci fosse un regista, credo che dovrebbe avere libertà di scegliere il mezzo che più preferisca. E, se necessario, anche di rielaborare il messaggio secondo il suo gusto. Spero solo di amare la sua rielaborazione!

  1. Se c’è una cosa che non sai, è che amo il mare. È una passione che ci accomuna oppure l’hai scelto solo perché ti veniva comodo parlando di sirene?

Mi piace molto il mare e mi piace fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, possibilmente in solitudine, verso le ore del tramonto. Non amo però né il caldo, né la confusione, quindi per me di solito andare al mare è più una tortura che un piacere. Ma lo amo molto, è un amore controverso in un certo senso. Ma nonostante questo sono nata in montagna e rimango una persona di montagna.

  1. Mettiamo caso che un giorno uno voglia scrivere una fan fiction sui tuoi personaggi, che ne penseresti?

Non avrei nulla in contrario. Credo che mi lusingherebbe che qualcuno abbia deciso di fare una fan fiction sui miei personaggi. Ovviamente se mi venisse chiesto un parere, penso che potrei essere molto oggettiva: se non trovo la situazione coerente o i personaggi poco nel loro carattere (E senza spiegazioni del perché), credo che lo farei notare. Con tutta la gentilezza possibile, ovviamente. Ciò non toglie che mi lusingherebbe ugualmente.

  1. In generale, che messaggio vuoi dare, se c’è?

Vari messaggi sono contenuti in questo racconto e spero possano essere colti dal lettore. Il principale è una rivalutazione della coppia lesbica: spesso “messa in ombra” da quella maschile e che nella nostra società ha ancora poco spazio. Viene vista soprattutto da un punto di vista sentimentale e non fisico. Poi metto in mostra la figura femminile (e la sua ribellione a certi dettami), il tema della diversità e altro ancora. All’inizio di tutto ho scritto una prefazione, dove espongo alcuni dei motivi che mi hanno portato a pubblicare il libro.

 

Anche in questo caso l’intervista è finita. Ringrazio tantissimo Alice (comprate il suo libro) e vi do appuntamento al prossimo giro di domande, e se qualcuno di voi vorrebbe sottoporsi, io sarò felice di spremerlo come un limone ❤

 

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“Analisa, eh? Analisa come? Non credo di averti mai vista qui a Villa Nueva”

Analisa ridacchiò. Sembrava scemo, di sicuro aveva passato giorni brutti. “Analisa Islas, figlia di Ada”

Predro notò che lei non aveva menzionato suo padre, ma non indagò oltre.

“Come trovi Villa Nueva?” chiese ancora Pedro Sanchez, vagamente conscvio del fatto che il barista stava ascoltando tutto.

“Sull’atlante” rispose vaga Analisa, giocando con l’oliva nel cocktail. “In realtà, prima di pochi giorni fa non sapevo nemmeno che esistesse. Noi veniamo dalla città, sai? E i paesini li ho sempre odiati, sai puzzano e le persone chiacchierano fra di loro”

Pedro si raggelò.

“Ma non sapevo che potessero essere così… affascinanti” ammiccò in sua direzione e Analisa seppre che Pedro era già suo. “Sai che sarò testimone di nozze di un certo Fernando Espimas? Che tipo è?”

“È esattamente quel tipo di persona che ti aspetti quando pensi a un colabrodo” disse Pedro, vuotando tutto d’un fiato il suo liquore.

“Ah”

Analisa riflettè guardando il suo cocktail. Certo, Fernando corrispondeva esattamente alla descrizione di quel ragazzo semi ubriaco. Era giunto il momento di confidargli una paura che aveva quando è arrivata.

“Beh, sai… Fernando è stato a casa mia”

Pedro e il barista guardarono sbigottiti la ragazza, che proseguì, vagamente cosciente che persino i vandali che stavano scannandosi si erano fermati per ascoltare “Beh sì… in realtà prima ero stata a casa sua, assieme a mio fratello Jùanito, poi venne lui a riportarmi il fratello che avevo dimenticato a casa sua”

Pedro rifletteva intensamente, ma fu il barista a porre la domanda che era nell’aria: “Che cosa ci facevi tu a casa di Espimas?”

Analisa scrollò le spalle. “Avevo sentito dire che ci fosse uno spettro”

Pedro guardò il barista. “Joe! Non è che per caso…”

Il barista prese un bicchiere a caso e cominciò a pulirlo con il suo tovagliolo.

Nel frattempo quel piccolo dialogo venne colto dalle attenti orecchie del clan, il quale riportò al boss anche l’arrivo di una certa Luisa Ortega.

“Molto interessante” rispose il Boss, da dietro la poltrona. Al buio, poteva solo essere sentita quella voce.

Seguì un momento di silenzio teso.

“Tutto… qui?” chiese una ragazza. “Non avete direttive per noi, commenti da fare, una zuppa inglese da offrire?”

“Hai forse voglia di zuppa inglese?” chiese il Boss.

“No, io adoro i gelati” precisò la sottoposta. “Se solo vi giraste a guardarci, magari capiremmo le vostre intenzioni”

“A tempo debito” disse la Voce. “E comunque, credevo di essere stato chiaro: io stesso sarò presente al matrimonio di Raquel e Fernando. Non c’è motivo di disperare… anzi, potete prendere in considerazione l’eventualità che io abbia capito più di voi in queste intricate vicende”

Seguì un silenzio ancora più teso.

“E perciò io dico che il giorno del matrimonio succederà qualcosa che non si è mai visto a Buenos Aires”

“Pensavo a Villa Nueva” ovbiettò Roberto.

“Oh no, ormai in questo paese sono tutti morti che camminano” dicce la Voce. “Soprattutto dopo che io farò il mio plateale ingresso nelle scene”

Tutti si chiedevano quando, soprattutto Roberto, che da un po’ di tempo stava considerando l’idea di essere lui la Voce, al posto di quel buzzurro.

Nel frattempo, alla lavatrice non restava che girare…

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Ecco dunque che venne la signorina Luisa Ortega, che scese dal pullman con tanto di vestitino estivo, occhiali da sole e cappello di paglia enorme. Portava due codine che incorniciavano la faccia e non era neanche scesa dal pullamna che giàù due o tre ragazzi in bicicletta si erano fermati per guardarla. Per inciso, il pullman faceva capolinea proprio sulla piazza principale, quindi il suo arrivo è stato ben notato da molte persone.

Ce n’era una nascosta sotto una panchina, e vide la suddetta Luisa atteggiarsi.

“Così è lei… chissà che cosa ne penserà il boss” stava pensando.

“Ehi! Ma cosa ci fa lei sotto alla panca?” chiese un passante che sedendosi aveva sbattuto le caviglie in faccia alla spia. Erano questi i rischi di un lavoraccio.

“Eh… stavo spiando! Secondo lei che cosa ci fa uno sotto una panca?”

“Non lo so, me lo dica lei”

“Stavo controllando che non cadesse, no?”

Il tizio amò la sua città, che controllava persino le panchine, così non disse niente. Tuttavia, questa piccola scenettea fece perdere di vista alla spia dove fosse andata Luisa. Io però sono un narratore onnisciente e quindi possiamo seguire Luisa che nel frattempo aveva preso un passaggio, dopo essersi abbracciata con Raquel Garcia ed essere dunque entrata in macchina.

“Allora, biondina del mio corazòn” disse Raquel. “Que pasa?”

“Beh” rispose lei osservando le stradine che le erano mancate tanto, i dislivelli e gli artigiani che lavoravano rigorosamente fuori dai loro negozi ostruendo il passaggio delle moderne automobili “Sai, ho fatto carriera e sono contenta”

“Sei sempre stata meravigliosa” disse lei. Infine arrivarono a casa, dove Fernando stava aspettando entrambe fuori dalla porta, giocando con l’anello del viejo.

“Quindi fammi capire bene” esordì Luisa “lui è Fernando Espimas, vero?”

“Sì! Non è bellissimo?”

Luisa, a cui piacevano i maschi alti e robusti, non lo trovava particolarmente attraente.

“No. E quello che ha in mano è il famoso anello del viejo, giusto?”

“Già!”

“Quindi è talmente pezzente da non aver comprato due anelli ma sta riciclando una fede appartenuta a un anizano morto?”

Raquel finì di parcheggiare e ridacchiò. “Beh, detta così sembrerebbe che tu abbia ragione, ma in realtà abbiamo passato di tutto per questo anello. Deve essere usato”

“Capisco” mentì Luisa. Non capiva tutte queste storie di anelli, di vecchi morti e di tasche ampie come quelle di Fernando.A lei interessava solo la carriera, e in effetti anche Fernando la pensava allo stesso modo, quando la vide per la prima volta.

“Così tu sei Luisa” le strinse la mano.

“L’altro anello ce l’avete? Quello da mettere al dito della sposa” disse Luisa.

Fernando sgranò gli occhi: era vero, i matrimoni dovevano necessariamente avere due fedi. Ma Raquel rise, risata isterica forse, ma utile a smorzare la tensione.

“Sto organizzando tutto nei minimi dettagli, vuoi che mi scordi una cosa del genere?”

Luisa rise con lei, anche se non era certa di sapere cosa ci fosse da ridere.

Così tutto era pronto. Due settimane furono veloci a trascorrersi, e Villa Nueva ebbe tempo di stare in silenzio e attendere. Tutti in silenzio, tranne Pedro Sanchez, che andò al bar, dopo tanto tempo.

“Non ne posso più di Marìa” confidò Pedro al barista. “Pretende sempre e ormai è diventata il capo indiscusso della casa. O meglio, indiscusso da tutti tranne che da me, che dovrei essere io in quanto mio padre ha abdicato per vivere con mia madre. Ha anche smesso di tradirla”

“Eh, caro mio” stava dicendo una ragazza che aveva davanti a sé un cocktail. “Di solito sono le persone che amiamo a farci male di più”

Pedro si voltò verso destra e guardò quella donna: era bella, si disse, forse un po’ troppo lugubre… ma perché non  provarci?

“Piacere, Pedro” disse lui, alzando il bicchiere come per un brindisi.

“Analisa” rispose lei, alzando il suo.

Il barista davantio a loro ebbe la sensazione che stesse per nascere qualcosa di bello, ignoramdo bellamente la rissa che si stava svolgendo sul suo tavolo da biliardo.

E la lavatrice continuava a girare…

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Era incredibile la capacità organizzativa di Raquel Garcia, che era riuscita a organizzare il matrimonio impegnando l’occupatissima cattedrale di Buenos Aires, con la messa presieduta persino dal Vescovo, riempiendola di gigli candidi e mettendo guardie ad ogni porta.

Ed era incredibile persino la scelta dei testimoni, che furono due ciascuno.

Raquel aveva bene in testa il giorno del suo matrimonio e tutto, tutto, doveva essere perfetto. Aveva pensato persino agli orari dei treni,m in modo che tutti procedessero puntuali. Non c’era una linea aereo Villa Nueva – Buenos Aires, e per di più occorreva prendere il pullman per fare scalo a Cordòva, per poi prendere il treno.

Ma stavamo parlando dei testimoni.

Raquel Garcia prese il suo calesse e andò dritta filata da suo zio, l’unica persona che a parte Fernando l’aveva amata.

“Zio, mi ami come una figlia, non è vero?”

“Zio… che bello sentirtelo dire” disse lui, asciugandosi una lacrima. “Va bene, non sono più in possesso dell’anello ma adesso so che ce l’ha uno degno di averlo. Ebbene, che cosa vuoi chiedermi?”

Raquel prese le forti mani dello zio sulle sue e chiese con un certo luccichìo negli occhi: “Vuoi essere mio testimonio di nozze?”

“Oh, cara nipote! Certo che sì! E chi sarà l’altro testimone?”

“Luisa Ortega” rispose lei. “Verrà a Villa Nueva domani mattina, sarà anche la mia damigella d’onore!”

Il fatto era che Luisa Ortega era nata e cresciuta a Villa Nueva, ma lei aveva avuto il buon gusto di trasferirsi per fare carriera a New York. Adesso tornava alle sue terre natie per quell’evento eccezionale.

Dal canto suo, Fernando chiese di fare da testimone a suo fratello Miguel e a una persona che non ci si aspetterebbe mai. Siccome l’alternanza uomo/donna era uno dei cavilli base per cui Raquel stava basando il suo matrimonio, Fernando fu vista a casa degli Islas, dove fu investito dalla vivacità di Jùan e dai biscotti profumati della madre.

“Volevo chiedere a Analisa se volesse farmi da testimone per le nozze”

“Certo” rispose lei, spaparanzata sul divano masticando la sua inseparabile gomma.  “Tu inviti una persona che non conosci, che potrebbe essere un serial killer, al tuo matrimonio. E per giunta le chiedi di essere sua testimone! Ma andiamo, a Villa Nueva siete tutti pazzi!”

Fernando sospirò. “Non c’è bisogno di insultare, e…”

“Prendi un biscotto!” esclamò Jùan, infilandone uno tutto in bocca all’ospite. Ne aveva già mangiati sei.

“Comunque accetto” disse lei.

Fernando si sollevò non poco. “Va bene, allora ci vediamo fra due settimane alla cattedrale di Buenos Aires alle ore dieci in punto, poiché il matrimonio è a mezzogiorno”

“Va bene” disse Analisa, non prendendo particolari appunti guardando vagamente il biglietto bianco della partecipazione. “Arriverò un minuto dopo”

Nel frattempo, nel clan dei Neri, il Boss non riusciva più a raccapezzarsi.

“Nessuno parla più dell’anello… ma io so che è stato lui a volere queste nozze. Nozze che si celebreranno a Buenos Aires, eh?”

Si sentì uno schiocco di matita. Il Boss era arrabbiato.

“Mi toccherà andare di persona”

I suoi scagnozzi non osarono contraddirlo, anche perché erano curiosi di vedere finalmente il padrone in faccia.

“Mio signore, possiamo sempre vestirci da panche, o rapire il Vescovo, o…”

“No, Roberto, aitante runner. Tu sei stato invitato, no? Ebbene, neanche tu saprai chi sono là dentro. Sarò talmente irriconoscibile che sarà come se parlaste con me in questa stanza”

Il Boss aveva qualcosa in mente. “Peraltro” proseguì “poi non si è più saputo cosa vogliono fare i Riquelme ad Adele, vero? Meglio così… vorrà dire che ci infiltreremo noi nei loro piani malvagi, dimostrando loro che noi siamo ancora più malvagi”

E la lavatrice continuava a girare…

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In quei giorni a Villa Nueva sembrava scoppiato l’amore: Clara Sanchez, che poi era diventata Espimas, che poi era diventata Gonzalez, sposò Miguel Espimas, il quale era da sempre innamorato di lei e non poteva sposarla perché fratelli. Ma una volta che si scoprì che fratelli non erano affatto, poterono sposarsi di corsa e in gran segreto, senza banchetto né viaggio di nozze.

Fra Marìa, la procace giardiniera, e Diego Sanchez era tornato l’amore, o per meglio dire, era tornato lui e quindi la relazione poteva proseguire anche se ci si chiedeva quando Diego avrebbe rilasciato una testimonianza su ciò che aveva fatto.

Tuttavia, questi due eventi vennero completamente dimenticati dall’evento che occupò le bocche dell’alta società per i giorni a seguire: le tempestive nozze di Fernando Espimas e Raquel Garcia, nozze che sarebbero state maestose e avrebbero superato in numero di invitati, location e chiesa persino le nozze del figlio dei Riquelme.

Se alcuni redattori di riviste scandalistiche si aspettavano una pronta reazione da parte dei Riquelme, furono disattesi perché quel matrimonio risultò di secondo piano rispetto ai piani che avevano, quindi valeva bene farsi superare, se questo voleva dire lavare l’onta della lingua biforcuta di Adele.

“Adele deve morire” annunciò Ezequiel. “O quantomeno, deve lasciare José”

“Hai già pensato come fare?” chiese Sofia. I due coniugi erano ben consci di stare parlando con un plotone di domestici tutt’orecchi e per di più Ezequiel ebbe la sensazione che anche un cucchiaino del servizio da tè che stavano utilizzando stesse ascoltando.

“Certo” disse il marito. “Dobbiamo rapire Adele, o comunque adescarla in un inganno che la porterà lontano da Villa Nueva. Peccato che al dittatura sia finita, non sarebbe costato niente denunciarla e farle fare il volo della morte”

Sofia deglutì. In realtà, non le piaceva molto l’umorismo nero del marito, soprattutto quando la dittatura era finita da pochissimo e i desaparecidos erano stati un dramma per tutti, un esempio vivente era proprio el muerto, l’unico a sopravvivere.

In ogni caso disse “Certo, ma come al solito le cose smettono di funzionare proprio quando servono a noi”

Ezequiel sospirò. Sofia aveva ragione. Come si permetteva il dittatore a cadere proprio quando serviva?

Toccava dunque fare di necessità virtù e acchiappare Adele quando era sola.

Scese la sera e Adele stava tornando dalle compere, quando improvvisamente incontrò Raquel Garcia.

“Vi ho invitato per il mio matrimonio?” chiese Raquel, saltando i convenevoli preliminari. Era così elettrizzata di sposarsi che ormai parlava solo di quello.

Adele si spaventò non poco. Da quando era stata rapita, chiunque la interpellava dopo le sei del pomeriggio poteva essere un potenziale criminale.

“R… Raquel! Mi hai spaventata” disse lei, raccogliendo alcune arance cadute a terra. “Comunque no, non siamo stati invitati. Ma sai, ci siamo abituati, da quando ho litigato con mio suocero siamo esclusi dalla società”

Raquel rimase perplessa. “Da quant’è che hai litigato?”

“Un paio di giorni”

“Eh, ma in un paio di giorni non ci sono stati così tanti eventi ai quali poteva venire! E su!”

Adele rimase sbigottita da quella rivelazione.

“Comunque vi aspetto! Celebreremo le nozze alla cattedrale di Buenos Aires, fra due settimane!”

Adele pensò a cosa potesse accadere da lì a quindici giorni e le vennero i brividi.

Inoltre, la lavatrice continuava a girare…

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Nel frattempo che Adele Sanchez e José Riquelme andavano a sistemarsi nella loro nuova casa, fra le due famiglie c’era aria di tempesta.

Ezequeil Riquelme stava indagando, assieme al commissario, su qualcosa che avrebbe potuto portare i Sanchez alla rovina, così come questi ultimi stavano interpellando l’ufficiale di polizia per indagare sui rivali.

“Marìa!” esclamò improvvisamente Pedro Sanchez, dalla tana in cui era nascosto.

Marìa, che era nascosta in mezzo a molte pratiche e documenti che non riusciva a comprendere, alzò tutta se stessa per riuscire a vedere l’odiato interlocutore.

“Cosa vuoi, gelatina umana?”

Pedro si sentì spaccare il cuore. Nessuno lo aveva mai chiamato gelatina umana, e sì che ce n’erano motivi per poterlo definire così.

“C’è… un momento, ma perché dovrei sprecare il mio fiato a informarti di una cosa del genere, visto che mi tratti come se fossi un panno sporco?”

“Oh no, mio caro Pedro” ribatté velenosa. “Non ti sto trattando come tale. Ti sto trattando come una pianta secca e morta che non vede l’ora di essere gettata nel fuoco come meriterebbe!”

Pedro strinse i pugni, trattenendosi nello schiaffeggiare la procace giardiniera, ma lei non aveva ancora finito di insultarlo.

“Non vali un centesimo di tuo fratello Diego”

“Mio fratello Diego… il mio decantato fratello che viene da chissà dove, e chissà come mai è figlio di una relazione clandestina di mio padre, eh?” disse Pedro, carico d’ira. “perché non lo chiedi a lui, cosa è successo, eh? È all’ingresso, che ti aspetta alla porta!”

“Oddio, davvero? Dio sia lodato!” esclamò Marìa che, rovesciando tutte le carte dal tavolo, lo scavalcò e si precipitò subito verso di lui, inciampando anche sui alcuni cani che stavano cercando di salire le scale.

“Diego! Dieguito!” esclamò Marìa.

Diego era puzzolente, sporco, con una certa barba, ma sorrideva e stava allargando le braccia, là dove due moscerini stavano venendo fuori dalle ascelle pezzate.

“Eccomi. Sono tornato. Sei pronta per amarmi?”

Marìa gli si gettò fra le braccia.

“Oh, mì corazòn” disse lei. “Non importa se fai puzza! Non importa dove sei stato, cosa hai fatto o se ti piacciono le biciclette! Io starò sempre contigo!”

“Ma a me piacciono le biciclette” osservò Diego, perplesso. Marìa lo guardò sgranano gli occhi.

Nel frattempo,  nel caos che stava succedendo a Villa Nueva per aver ritrovato due dispersi senza l’aiuto della polizia che in altre faccende affaccendata, nella piccola chiesetta di Villa Nueva stava succedendo un evento colossale, ignorato dai più e proprio per questo importante.

Il prete, che si era dato una ripulita, era veramente contento di poter tornare a celebrare e di unire a nozze due anime così tormentate.

“Era da settimane che volevamo sposarci!” esclamò Clara.

“Così per testimoni avete scelto Lionel e Conchita?” chiese il parroco, prima di iniziare. Erano solo loro cinque in tutta la chiesa, più due chierichetti che, presi dalla strada e spaventati avevano subito accettato quel difficile incarico. Stava di fatto che Lionel e Conchita erano agguerritissimi nella loro fede: andavano ogni giorno in chiesa ed era ovvio che Clara e Miguel avessero scelto loro come testimoni di nozze.

“Allora, sposatevi che devo finire di accendere i lumi!” esclamò Conchita, l’anziana addetta ai lumi.

“Beh, mi sembra che siano d’accordo” disse il sacerdote. “Dunque vi dichiaro marito e moglie, grazie ai poteri conferitomi dal Signore. Potete baciarvi, su! E devo dirvelo io?”

“Aaah, adoro la cristianità” commentò Miguel e baciò Clara. C’era da dire che Clara stessa non si era vestita del solito abito bianco, ama aveva una magliettina, che anche se bianca non rendeva comunque l’idea.

Però adesso si erano sposati. Uscirono in tutta fretta dalla chiesa, senza che nessuno tirasse loro del riso, e si diressero senza indugio allo studio del dottor Gonzalez.

Sembrava che fosse inaccessibile, data l’enorme mole di pazienti che al momento stava ricevendo. Alcuni erano addirittura appassionati di file da attendere, come ebbero a chiedere.

“E adesso come facciamo?” chiese Clara sconvolta.

“Faremo un viaggio di nozze” sorrise Miguel, facendo risplendere i denti perfetti.

Ma la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/106

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“E così Clara Gonzalez si è ritirata dal clan dei Neri e convolerà a nozze con il suddetto Miuguel Espimas… molto interessante”

La voce dell’uomo seduto sulla poltrona, girato di spalle rispetto ai suoi sgherri, riempiva minacciosa l’area buia.

“Non… non capisco perché siete alterato, mio atletico signore”

“Atletico? Perché mi definisci atletico? Non credo che tu mi abbia mai visto correre, caro il mio Lucho”

“Mi chiamo Samantha”

“Quello che è. Se vuoi vedere qualcuno correre, devi rivolgerti a Roberto, il nostro aitante runner”

Roberto fece un passo avanti.

“In ogni caso, pare che siamo di matrimonio, il che vuol dire che è giunto il momento di rilasciare Diego Sanchez e il prete che abbiamo rapito. Ho avuto molte informazioni da loro, hanno compiuto la loro parte”

I complici del boss si stavano chiedendo in che modo erano stati utili, dato che non c’era stato nessun interrogatorio, ma non osarono contraddire la voce che arrivava da dietro lo schienale.

“Un’altra cosa” aggiunse quest’ultima. “Portatemi Clara Gonzalez”

Le istruzioni vennero eseguite a puntino in pochi secondi e Diego guardò sul selciato il proprio compagno di cella. Ci era voluto un po’ per abituarsi ala luce del sole: rilasciare i propri detenuti a mezzogiorno, dopo averli tenuti al buio per così tanto tempo, non si era rivelata una mossa intelligente, ma tant’era.

“Allora dobbiamo abbandonarci…” disse Diego.

“Oh, figliolo: la messa io la celebro ogni domenica. Se vuoi…” e, voltandogli le spalle, se ne andò proseguendo sul selciato.

Diego in quel momento capì di essersi convertito al cristianesimo.

Nel frattempo Clara arrivò alla base un po’ scarmigliata.

“Stavi per rapportarti con Miguel Espimas, vero?” chiese la voce.

“Sì, signore” disse Clara.

“Ebbene, voglio chiederti se Catalina sarà ancora con noi dopo aver recuperato il tassello del puzzle che le mancava; e se tu stessa sarai con noi dopo aver chiarito tutte le questioni sulla tua nascita”

“Non lo so, signore” disse lei. “Qui ho imparato tanto, e mi dispiacerebbe lasciarvi… e anche Catalina la pensa allo stesso modo, anche perché abbiamo deciso di vedere chi siete, che faccia avete e se per caso voi non foste una voce registrata”

“Oh” disse la voce, ridacchiando. “Vedrete voi stesse il giorno in cui mi paleserò… paleserò… paleserò… paleserò…”

Clara emise un brivido freddo., che si fosse incantato il disco?

“Stavo scherzando” scherzò la voce. “Mi piacerebbe essere un essere umano… forse, un giorno”

Clara non capì. Peraltro, stare là in piedi ascoltando una voce che rideva e scherzava non era il massimo, quando c’era da affrontare un matrimonio da svolgere immediatamente.

“Puoi sposarti con Miguel Espimas” disse infine la voce. “A patto che costui indossi la nostra divisa”

“Non credo ci siano problemi, signore” disse Clara, mettendosi sull’attenti. Al che, stando ritta in piedi per un intero minuto, capì di essere stata congedata.

Corse via a perdifiato, tanto da fare invidia a Roberto, l’aitante runner, e le nozze con Miguel erano ormai prossime a venire.

“Miguel! Miguel!” esclamò Clara, trovando Migbuel vestito da sposo che stava ciarlando con un prete che stava passando di lì per caso. I tre si erano ricongiunti proprio in piena pampa, sul selciato della strada che conteneva la base segreta dei clan dei Neri.

“Clarita! Dove sei stata?” chiese Miguel. “Questo prete ha detto che non vede l’ora di sposarci!”

“Io? ma… non ho detto questo! Tu mi hai solo chiesto l’ora!”

“Oh, Clara” disse Miguel, non ascoltando il sacerdote e prendendo invece le mani della ragazza nelle sue “Sei la luce che guida i miei passi, sei la ciliegia sulla mia torta, sei, semplicemente sei”

“Sono, è vero. E tu sei mio, e io sono tua, e noi due insieme andremo a vivere lontano da Villa Nueva e le sue contraddizioni”

I due si guardarono negli occhi scavandosi nella loro anima, e sembrava che ci fossero solo loro due, e anche il sole a mezzogiorno li baciava, tanto più che era estate.

Il prete, che stava assistendo a quelle smancerie. “In questo caso, non posso che sposarvi”

E la lavatrice continuava a girare…

Olibiradi Tag

olibriadi

Regole

  • Ringraziare i creatori del tag: Il Salotto Irriverente e D.A.vide Digital Art
  • Ringraziare il blog che ti ha taggato (Alice, che vedrete presto ospite sul mio blog <3)
  • Inserire il banner del tag (vedi sopra)
  • Fotografare i tre libri che più vi sono piaciuti e che avete letto nel 2017 e fate la vostra classifica! 
  • Condividete la foto su Facebook, Instagram o sul vostro blog con l’hashtag #Olibriadi

 

Dunque, partiamo subito col nostro podio:

Come potete vedere,  al primo posto troviamo i Racconti Incompiuti di JRR Tolkien, che però sono pubblicati dal figlio Christopher, il quale ha deciso (bontà sua) di regalarci un po’ di avventure sulla Prima e Seconda Era della Terra di Mezzo, non tutte compiute ma che si capisce bene cosa e come dovevano andare le cose: ad esempio si viene a scoprire chi è veramente Gandalf, tanto per dirne una, e poi, nel mito di Numenor possiamo respirare un po’ di quel continente che verrà sommerso poiché aveva sfidato i Valar, e molto altro.

Ovviamente arricchisce il Silmarillion, l’opera principale, ed ecco perché raggiunge il gradino più alto del podio.

Al secondo posto troviamo i Racconti Perduti, anche questo scritto da Christopher, ilo quale ha raccolto e sistemato gli appunti del padre quando era ragazzino (la mia età all’incirca) (quindi sì, sono ancora un ragazzino), l’unica pecca è però avere a che fare con i nomi “primitivi” di quelli che poi saranno i personaggi che comporranno il Silmarillion: ad esempio dire Gnomi per indicare una delle razze elfiche, il che confonde tantissimo; e poi Melkor che diventa Melko (senza r), e così via. Non sono tanto d’accordo, quindi, nel rendere pubblica una storia che poi col tempo sarebbe stata eliminata lasciando il posto alla storia della Terra di Mezzo così come la conosciamo oggi, oppure, se proprio vuoi spremere come un limone gli appunti di tuo padre, sistema i nomi in modo da avere un riferimento con le altre opere, ché davvero sembra un’altra opera.

Solo perché nei primi due posti si trovano le opere di Tolkien, al terzo posto (e quindi primo fra gli altri autori) troviamo il Conte di Montecristo, in questa edizione.

Fra l’altro, me l’ha consigliato Alice stessa e quindi posso ben dire che mi è piaciuto molto: magari alcuni punti si potevano anche evitare, ma tutto nell’economia del racconto poi si incastra molto bene e i punti che mi sono piaciuti di più sono l’incarcerazione di Dantès e la sua successiva vendetta. Questo libro ti fa capire che la vendetta, alla fine, non porta mai a niente e finisce per ferire non solo le vittime, ma anche certi poveri innocenti. Si legge benissimo e lo si consuma in poco tempo, quindi lo consiglio veramente a tutti. Se scrive sempre così, ho intenzione di prendere altre opere di Dumas.

 

Bene, questo è quanto e nessuno si è fatto male (tranne gli Gnomi… ma andiamo, su). Quali sono per voi i primi tre libri del 2017?

 

 

La Ropa Sucia/105

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Clara Sanchez era in realtà appartenente alla famiglia Espimas, ma adesso era figlia del dottor Gonzalez. Fece cadere l’anello nuziale che era appartenuto al viejo, e preferì fissare il suo certificato di nascita.

Restava solo una domanda da fare.

“Perché vestirsi da colonne?” chiese dunque Fernando.

“No, in realtà la domanda è un’altra, amore mio” lo corresse Raquel. “Come ha fatto a entrare quel pezzo di carta dentro l’anello e come ha fatto questa tizia a estrarlo”

Clara emise un lungo sbuffo e si alzò con tutta la dignità che poteva avere vestita da colonna.

“Allora, innanzitutto non sono questa tizia, ma sono figlia del celebre dottor Gonzalez e cresciuta nella famiglia più ricca di Villa Nueva. Punto secondo, sono riuscita ad estrarre il foglio perché come tutti sanno, l’anello del viejo aveva una levetta a scorrimento nel cerchio interno”

Clara dimostrò che era nel giusto aprendo e chiudendo a piacimento uno scompartimento.

“In ogni caso, il defunto Gutierrez ha dato a me quell’anello e adesso voglio darlo a chi amo più di ogni altra cosa al mondo” dichiarò Fernando. “Dammelo”

Clara consegnò l’oggetto al primogenito degli Espimas e qualche ora dopo, quella sera, la vecchia zia Felipa Espimas emise un lungo sospiro.

“Si può sapere chi è che ha messo in giro la voce che qui ci sia uno spettro? È un’ora che cerchiamo e non ho trovato nulla!”

I due coniugi arrossirono imbarazzati. “Lo abbiamo sentito dal loco, il figlio dei Gutierrez, anche se è un poco loco, noi…”

“Ma porca miseria! Ma lo sapete chi è quel ragazzo! È uno stupido! Lo chiamano loco, no?”

“Yah-ha! Ti ho preso!”

Il proiettile sparato da una fionda prese sul cranio Benjamin che cadde proprio sul tavolino spiritico.

“AAAAH! LO SPIRITO!” urlò la signora Espimas.

“Calma, cara… è nostro figlio” la tranquillizzò il marito.

“AAAH! BAMBINI!”

Carlos si mise le mani in faccia e poi vide che era stato a tramortire il piccolo Benjamin.

“Tu! Tu non sei… chi sei?”

“Mi chiamo Jùan Islas, e vivo qui accanto”

“Miseriaccia…” i due coniugi e la vecchia megera guardarono con sospetto il piccolo discolo e pensarono che ci fosse qualcosa che non quadrava.

Al che si alzarono e salirono su in soffitta, ma non trovarono nessuno, questo perché Analisa era tornata a casa con le pive nel sacco, quindi gli Espimas realizzarono che si trattava di una bricconata solitaria di Jùan e lo rimpiazzarono a casa. Fu Analisa a prenderlo e scusarsi con i vicini.

Il giorno dopo, poco più in là, Miguel Espimas, che nel frattempo era rimasto tutto quel tempo in quella che era stata la casa di Fernando e Raquel, ebbe modo di riflettere su tutto lo scibile umano, finché non arrivò Clara in persona spalancare al porta e balzargli fra le braccia.

“Clarita…” esordì scosso Miguel.

“Miguel! Miguel! Possiamo sposarci!”

“Come? In che senso? Non siamo…”

“Hai detto bene! Non siamo! Guarda qui!”

Estrasse dall’incavo fra i seni un certificato di nascita che la certificava figlia del dottore.”

“Non siamo!” Ripeté estatica. Al che, scosso, incredulo e sorpreso, Miguel strinse a sé Clara e la baciò appassionatamente, bacio che poi proruppe in un atto sessuale vero e proprio.

Fatto stava che proprio mentre i due erano pronti per unirsi, la porta venne aperta dai legittimi proprietari della casa, Fernando e Raquel.

“Voi due!” esclamò l’Espimas maggiore. “State copulando sopra il tavolo del mio soggiorno!”

I due, seminudi, fecero in fretta a coprirsi. “Fernandito! Devi tornare a casa, piuttosto!”

“Non ci sarà nessun anello, mio caro Miguel” disse Fernando al fratello.

“Non ho parlato di anelli… sei un po’ fissato”

“Oh” Fernando rimase spiazzato. “Comunque, andate a fare le vostre cose… fuori”

E fu così che furono Fernando e Raquel a copulare sul tavolo del soggiorno, ballando quella danza allo stesso ritmo del movimento della lavatrice.

La Ropa Sucia/104

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Fu una notte strana a casa Espimas.

Era stato detto che abitasse uno spettro, ma nessuno riusciva a capire che cosa fosse esattamente, o perché quel tizio morendo aveva preferito diventare un fantasma invece del riposo eterno.

Era una questione da risolvere, così i due coniugi, aiutati da un paio di inservienti, erano pronti a fare notte bianca e sedersi attorno a un tavolo, per poterlo evocare.

Avevano persino chiamato la vecchia zia Felipa Espimas, chiromante. Insomma facevano sul serio.

Nello stesso momento, Analisa Islas e suo fratello erano entrati dalla porta di servizio della casa, intenti a cercare lo spettro alla vecchia maniera. La ragazza aveva un lenzuolo bianco, Jùan era armato di fionda e pallottole.

“Sicuramente lo troveremo in soffitta” bisbigliò Jùan.

“Certo, Jùan! Dove credi lo troviamo un fantasma?”

Non fu facile per i due fratelli non farsi vedere, perché a Villa Nueva, casa Espimas compresa, anche i muri avevano gli occhi e le orecchie.

Al primo piano, sentirono bisbigli e sussurri, poiché la porta del salotto era socchiusa e ascoltarono la chiromante evocare lo spettro.

Al secondo piano, videro molti inservienti fare le pulizie e Jùan scivolò sul pavimento bagnato finendo dritto su un busto.

“Hai rischiato di farlo cadere!” sibilò isterica Analisa, chiudendo la bocca al fratellino che stava per piangere dolorante.

Al terzo piano, finalmente, andarono nel corridoio più remoto e, appena prima di una misteriosa toilette, bastò loro sollevare lo sguardo per vedere una botola semi nascosta, nel senso che erano visibili due lati su quattro.

Analisa aveva il cuore in gola. “Devi tirare, Jùan” sussurrò.

“P… perché non lo fai tu? Sei la maggiore!” rtbatté giustamente il piccolo.

“Che state facendo?” sussurrò una terza voce. I due fratelli si voltarono e videro un’unica luce, un cerchio incolore puntato su di loro e per un attimo smisero di vedere.

In quello stesso istante, la chiromante aveva compiuto il suo incantesimo.

“Sta per arrivare…” sussurrò.

“Sta per arrivare…” sussurrò Analisa.

“Che cosa ci fate qui? Non siete i nuovio nvicini?” disse infine la voce che era quella di un bambino.

“Ma… sei un bambino!” esclamò Analisa, isterica-.

“Sì” disse lui. “Mi chiamo Benjamin, ed ho otto anni, quasi nove. E tu sei pure un bambino?”

“Io mi chiamo Jùan Carlos de la Cruz Felipe Diego Pedro Islas, ho sette anni e sono bravo con la fionda. Che ne dici di aiutarci con lo spettro?”

“Spettro? Ma i fantasmi non esistono. Comunque, non ho mai sentito parlare di fantasmi qui. È solo perché l’ha detto el loco che tutti sono entrati in paranoia”

Benjamin dimostrava essere molto sveglio per la sua età, considerò Analisa.

“Dai, andiamo a giocare con la fionda!” esclamò ancora il bambino. Così i due discoli andarono a correre assieme, mentre Analisa rimase sola, con ancora l’immagine di Benjamin che le puntava la torcia addosso.

E se fosse il bambino stesso lo spettro? Era anche vestito di bianco.

Nel frattempo, lo scontro fra Fernando e Garcia era avvenuto giusto qualche ora prima di quegli eventi.

“Dammi l’anello” disse Garcia. “è giusto che lo abbia Raquel”

“No!” esclamò Fernando. “Ciò che è suo è mio, e viceversa. Noi ci amiamo”

“Amore” ridacchiò Garcia. “Non esiste l’amore, esiste solo l’anello.”

“Esisterà solo l’anello, ma fammi vedere Raquel!”

“Eccomi”

Raquel era bellissima. I capelli raccolti in una stretta crocchia, un flessuoso vestito rosso con uno spacco che le faceva vedere le gambe nude, e un tacco vertiginoso. Era la donna più bella di Villa Nueva, e Catalina invece era travestita da colonna. Non ci faceva una bella figura e la ragazza stava rosicando.

“Mio Dio…” commentò Fernando. “Sposami, e poi besame mucho

“Zio” disse lei. “So che mi vuoi bene, ma abbiamo già il maniero e questo tassello di puzzle, e…”

“DAMMELO, È MIO!”

“DAMMI L’ANELLO, TESTA DI RAPA!”

Ciò che i tre non si sarebbero mai aspettati si concretizzò: le colonne presero a muoversi e attaccarono chi il tassello del sistema solare mancante, chi l’anello, che finirono alle loro legittime proprietarie.

Clara tirò fuori un bigliettino, lo spiegò e lesse il suo certificato di nascita, che l’assegnava come figlia naturale del dottor Gonzalez.

Catalina sbaciucchiò invece il tassello, e fuggì via correndo, senza che nessuno provasse a fermarla, perché i tre invece stavano guardando Clara e l’anello.

Avrebbe dovuto vendere cara la pelle, mentre la lavatrice continuava il suo corso…