La Ropa Sucia/344

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Così l’uomo, il tizio del sale, aprì la porta di Villa Riquelme che era rimasta colpevolmente aperta dato che Adele Sanchez non sospettava minimamente che gli eventi, tutti causati da Alvaro, sarebbero precipitati in quel modo e, dopo aver cercato per tutta la casa, trovò Ambrogio sistemare alcuni vasi. Un estraneo si sarebbe chiesto se Ambrogio sapeva fare bene il suo lavoro.

“Ehi” salutò.

“Ehi” disse Ambrogio, squadrando il fratello acquisito come se volesse valutare se fosse vestito adeguatamente per quel corridoio. Non lo era. “Che ci fai qui?”

“Sono venuto qui per dirti una cosa importante. Roberto Mendosa, l’aitante runner che hai deciso di nascondere nella dependance di casa Gutierrez, è stato colpito al naso dal loco, proprio come avevi previsto”

Ambrogio sbuffò. “Non lo avevo previsto nel vero senso del termine” precisò. “Ho solo considerato l’estremo fascino di Rosa, la chica formosa, e l’ascendente che le sue forme generose avrebbero potuto avere sull’aitante runner. Di contro, a Roberto piace girare mezzo nudo a casa. Era ovvio succedesse il patatrac, e qualunque cosa abbia fatto el loco stanotte, beh, è veramente degno del suo soprannome”

“Hai proprio ragione” disse ammirato il tizio del sale. “È un vero onore per me essere stato inserito nella tua tela da ragno tessitore”

“Sto facendo tutto questo per evitare il duello con Romàn Garcia junior, ricordatelo”

“Certamente, Ambrogio Sanchez

Da qualche parte là fuori, un tuono rombò violentissimo.

“Zitto!” esclamò impaurito Ambrogio, il tenero maggiordomo. “Vuoi rivelare il mio cognome proprio qui, in questa Villa?”

Non aveva ancora finito di parlare che un ignaro José Riquelme stava beatamente passeggiando sorseggiando un buon tè caldo, osservreando i dipinti della sua stessa casa come se fosse al Louvre. A un certo punto sentì parlare di Ville e cognomi e gettò lo sguardo sul tizio del sale e il suo maggiordomo.

“Che cosa state confabulando, voi due?” chiese curioso José.

“Niente” disse sbrigativo Ambrogio. “Stavo spiegando al tizio del sale come mai i Riquelme non avessero bisogno di questa spezia, perché sono molto salati ed acidi già per conto proprio”

“Hai perfettamente ragione” disse José, ma dentro di sé aveva la sensazione che fosse una balla enorme. Poi scese verso Adele e la trovò molto amareggiata in cucina, che si faceva una cioccolata calda.

“Abbiamo un intruso in casa” gli disse senza neanche salutarlo.

“Lo hai fatto entrare tu” rispose José, credendo che lei si stesse riferendo ad Alvaro.

“Sì, hai ragione” disse Adele, che invece si stava riferendo al tizio del sale. “È in combutta con Ambrogio”

“Non mi sembra si siano mai parlati, anzi, le loro conversazioni sono ridotte al minimo” osservò José.

“Di chi stai parlando? Non sai che sono fratelli?” chiese Adele, sputando un po’ di cioccolata, a parte che era troppo calda. “Io sto parlando del tizio del sale, che è il fratello di Ambrogio. Lo sono diventati scambiandosi le birre. Chissà quando è avvenuto, e nessuno li ha visti!”

Nessuno li ha visti… José dovette concedere al suo maggiordomo una grande abilità trasformista e ingannatrice.

E la lavatrice continuava a girare…

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Certe notti d’oriente.

Qualcuno parlava di notti d’oriente come se queste fossero diverse dalle notti orientali. Pensiamoci su: nelle notti occidentali la macchina è calda e dove ti porta te lo dice lei, nelle notti orientali invece c’è odore di incenso, suoni di strumenti a corda e l’inconfondibile urlo che ti informa di chissà che cosa di chissà quale cibo. Ma parliamo di quel paesaggio: il fiume, quella notte, scorreva a zigzag senza incredibilmente mai perdersi – io non ci riuscirei mai- e i pesci del fiume vennero a galla, non per vedere la palla di pelle di pollo, che quella è occidentale, ma per vedere la palla di kebab (senza cipolla) roteare e roteare. A destra  e a sinistra del fiume c’erano campagne, là dove di cani erano alti quanto al albero, o era l’albero che non gli andava di crescere. Le persone fumavano indifferenti narghilè e gli uccelli a forma di V che quelli sono immancabili. Non c’è mai stato nessuno, nemmeno in oriente disposto a disegnare neanche gli uccelli.

Ebbene, quella notte d’Oriente un tappeto volante sfrecciò in mezzo a tute quelle cose. “Embé? Che avete da guardare?”

Oh, scusa. Non pensavamo che tu fossi… un momento! C’è un gabbiano vigile che ha fischiato!

“Si fermi, caro il mio tappeto, e mi mostri patente e libretto?”

Il tappeto è chiaramente in difficoltà. “Beh, la mia patente è la magia, il mio libretto è scritto in arabo… credo”

“Ah sì? Mi segua in centrale, o dovrà bere cinquanta bicchierini di tè ambrato per conciliare”

Ecco, il tappeto è costretto a pagare per il suo eccesso di velocità, ma ecco giungere un enorme vaso di ceramica, dotato perfino di collo stretto. E il vaso parlò, ma il tappeto rispose “Non ho capito niente, hai la gola troppo stretta e parli come un’anatra strozzata”

“Ehi!” esclamò un’anatra da giù, quelle alte quanto un albero. Il vaso allora, inacidito, fece fuoriuscire una miriade di cose del tutto orientali: musica, seta, spezie, persino l’Est in persona.

“Come facciamo a fermarlo?” chiese il tappeto al gabbiano a forma di V. “E che ne so, io sono un vigile!”

Al che, nelle notti d’oriente può succedere di tutto, anche che una lampada possa sfregarsi da sola perché si sentiva sporca. “Porca miseria, troppo unto!” avrebbe detto in un’intervista dopo.

Così apparve un genio che, trovando anche lui insopportabile il vaso che ancora faceva uscire le ceramiche e spezie che stavano sporcando il tappeto che andava a cento all’ora, disse “Stolti, dovevate pronunciare la parola magica! Namasté!”

Al namastè; il vaso si ruppe in mille pezzi e solo Buddha sa quanto Ryial iraniani servono per ricomprarla. Tuttavia, quella notte d’oriente, messer Tappeto volante ha imparato una lezione di nirvana, ossia non andare su per il cielo senza saper dire namasté. E sopratutto, c’è troppo caldo riempire di spezie di tappeti.

 

La Ropa Sucia/343

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Il tizio del sale consigliava sempre di comprarlo e conservarlo, ma ultimamente aveva gettato anche un occhio sulle vicende di Villa Nueva.

Roberto Mendosa, ad esempio, era stato colpito da quello che sembrava il figlio del pipa, in quella che si poteva considerare una lotta fra cugini.

Stando zitto e considerando quello che era appena successo, andò a riferire tutto al cancello di Villa Sanchez, che ormai era comprensivo delle due Ville Riquelme.

Bussò con sicurezza e si vide comparire una perspicace Adele Sanchez, che anche se era molto avanti con la gravidanza ci teneva ancora ad andare e venire. Aveva preso in prestito pure la sedia a rotelle del marito, che avevano tenuto dopo la sua riabilitazione.

“Che succede, tizio del sale?”

Il tizio del sale era bianco e con le occhiaie. In effetti sembrava un vampoiro, il che non avrebbe stupito Adele, dato che aveva saputo che Marìa, la procace giardiniera che era stgata assunta dai Sanchez appena un anno prima, era in realtà una strega.

“Salve, Adele Sanchez. Cercavo Ambrogio… mio fratello. È in casa?”

“Ambrogio non ha fratelli” spiegò Adele.

“Forse non fino a poco tempo fa” precisò lui. “Adesso ci siamo scambiati i boccali di birra e siamo diventati fratelli”

Adele sgranò gli occhi. Com’era possibile che fosse così semplice diventrare fratelli?

“Quindi adesso devo dirgli tutto” concluse il tizio del sale.

“È impossibile, dai” era semplicemente sconcertata. “Non hai mai avuto il benché minimo di confidenza con lui e adesso siete fratelli. Allora anche io voglio diventare tua sorella! Fammi bere la biorra dal tuo calice!”

“Impossibiel, fa male al bambino” disse il tizio.

“Ha ragione” interloquì Alvaro, che ancora vestito come un uomo della belel époque fece capolino sulla scena.

“Grazie, tizio del sale. Se non hai niente da vendere puoi tolrnare a casa tua” disse placidamente Alvaro.

“Ehi! Non puoi ordinare cose a destra e a sinistra come se fosse casa tua! Ricordati che sei solo un infiltrato e ti stiamo nascondendo solo perché ho rispetto per la vita umana!”

“Tu tornerai ad essere mia, Adele” rispose Alvaro. “Il figlio che stai portando nel grembo mi appartiene e voglio crescerlo. José non è un uomo, è solo uno schiavetto appassionato di lavaggi a mano”

Adele non lo ascoltò nemmeno e tornò a rivolgersi al tizio del sale, il quale aveva sentito tutto e lavorava frenetico col pensiero. “Senti, se hai un’informazione per il tuo decantato fratello, puoi benissimo dirla anche a me.  Sono la proprietaria di questa casa, sicuramente riferirò a lui e solo a lui quello che hai da dire. Inoltre, sono quasi certa che questa cosa ha a che fare conm l’atto vandalico che abbiamo subito stanotte”

“Abbiamo subito un atto vandalico?” chiese Alvaro, inalberandosi. “Vado subito alla polizia!” e dopo averlo annunciato, aprì il cancello e uscì fuori, ignorando il fatto che il tizio del sale attendeva solo questo per intrufolarsi e correre per tutto il giardino diretto alla porta della Villa, cercando Ambrogio. Adele con la sedia a rotelle fu troppo lenta e si maledisse, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/342

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“Perfetto. Mi rendo conto di quanto ho fatto un errore stanotte, ma non sono pentito” rispose Roberto Mendosa, l’aitante runner. Aveva fdatto sesso con Rosa Sanchez, la chica formosa, ed erano stati scoperti dal figlio del pipa. “Rosa è stata gentile e disponibile con me, mi ha fatto abitare in questo monolocale, che mi aveva consigliato Ambrogio a suo tempo, e adeesso potrò tornare a correre qui attorno. Tutto questo grazie a lei, che però ha sposato la persona sbagliata”

Rosa sospirò. Non aveva detto ancora niente, quindi fu el loco stesos a far notare questo.

“Rosa, che hai da dire a tua discolpa?”

Rosa non sapeva se rispondere o no. In realtà, aveva di fronte due persone che aveva amato, anche se Roberto non lo amava più, quindi considerò che forse aveva ottenuto quello che voleva e aveva perso tutto l’interesse.

“In realtà, mio caro marito, ti ho tradito con Roberto per una ragione ben precisa” rivelò.

Entrambi gli uomini la guardarono perplessi.

“Sì. Sai, Roberto, sei figlio del viejo e di Ana Lucia, in pratica,m anche se ci sono quattro generazioni di distacco. Ho pensato che sedurti mi sarebbe valso un sacco di soldi, anche perché poi ti avrei ricattato denunciandoti. Ma vedo che non hai il becco di un quattrino, anche se sei comunque affasciante. Ecco spiegato stanotte”

El loco pensò che Rosa fosse veramente crudele. In effetti, lo aveva pensato anche in germania: quando il suo primo marito era morto nelle circostanze misteriose facente parte dello strano caso di Bonn sulla quale ci stava lavorando ancora la polizia locale, aveva pensato, per un attimo che sarebbe potuto morire anche lui. Invece era ancora vivo, vivo e pronto per poter vedere gli effetti di quello che aveva fatto.

Fuori dal monolocale, infatti, oltre al solito canto del gallo, si levarono urla da tutti e quattro i punti cardinali  della cittadella.

“Ecco, sentite? È il canto della vittoria!” esclamò el loco, estasiato.

“Non ci sperare troppo, secondo me già sanno” disse Roberto. Il figlio del pipa lo sentì e qualcosa scattò nella sua mente: poteva anche giacere con sua moglie, se sua moglie riteneva che spillare quattrini in quel modo fosse giusto, e passarla anche liscia, ma non avrebbe mai dovuto insultare o minimizzare il suo lavoro e ciò che aveva fatto. Ecco che quindi caricò il pugno e colpì al naso il povero aitante runner, lasciandolo agonizzante a terra.

“Io posso permettermi di sperare. Tu sei solo un parassita della società” rispose sibilando el loco, dimostrando di essere un violento.

Nel frattempo, il tutto fu visto. Il fatto era che c’era una finestrella anche da quella parte, e anche se il monolocale si trovava al primo piano di una palazzina che sembrava abbandonata, incastrata peraltro in un vicolo senza uscita, capitava che per le strade di Villa Nueva passasse quello col sale.

Il tizio del sale passava ogni mattina, ma in quel frangente aveva pensato bene di passare un po’ in anticipo rispetto alla media, in modo da tenere fede alla diceria che se lo cercavano, non lo avrebbero trovato.

Ecco che quindi aveva visto tutto, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/341

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Roberto Mendosa, l’aitante runner, era profondamente imbarazzato per ciò che era stato scoperto, ma Rosa era troppo attraente. “No, lo so, lo capisco… è che io e Rosa avevamo un sacco di chimica la notte scorsa e…”

“Certo! Due persone che hanno chimica! Sempre la chimica! Mai che due persone abbiano geometria o qualche altra stupida materia che non ho studiato!” esclamò furibondo Paulo Ramiro. “Per cosa mi sono battuto stanotte? A che pro fare quello che ho fatto, se la donna che amo mi trasdisce col primo che passa? Eh?”

“Non è proprio il primo che passa…” osservò Rosa. “Tuttavia, volevo sapere cos’è che hai fatto stanotte per cui dovremmo ringraziarti”

“Ho chiuso entrambe le lavatrici” annunciò soddisfatto Paulo.

Rosa e Roberto si scambiarono un’occhiata perplessa.

“Davvero? E come avresti fatto, se è lecito?”

“Molto semplice” el loco, dimentico di quello che aveva visto, preferendo pensare a cose positive, si lanciò in un’accurata e dettagliata spiegazione di ciò che avceva fatto, detto e pensato proprio qualche ora prima. “Sapevo che il Commissario mi stava tenendo sotto osservazione, anche perché ormai non essendo più corrotto aveva dei seri dubbi che l’autiore dei graffiti fosse mio fratello, el tiburòn, il quale si è reso latitante per qualche strana ragione che non riesco a comprendere. Pertanto mi sono alzato e, presa questa serie di bombolette” alzò un borsone che tintinnava di bombolette di latta “e sono andato all’avventura. Ho imbrattato Vila Sanchez e Villa Riquelme, poi la seconda Villa Riquelme, e non mi ha visto nessuno, neanche la perfida Ana Lucia. Penso stia perdendo colpi. Al che sono andato a casa mia, Villa Gutierrez, e ho imbrattato anche quella, con una lavatrice più grossa, in modo da sottolineare la mia appartenenza ai Gutierrez. Solno andato a Villa Salcido e ho disegnato una lavatrice proprio accanto alla finestra del bagno di casa, in modo da riferirsi a Catalina la bellissima. Il capolavoro, però, l’ho fatto a Villa Cascada. Erano le due di notte e ormai il pèiù era fatto. Mi sono perso anche nei dettagli,  ho scritto anche la marca della lavatrice, con spina e tutto. Nessuno si era mai spinto fin là e credo che non lo farà mai più nessuno, anche perché i Cascada sono molto vendicativi. In ogni caso l’ho fatto e non mi pento di nulla. Alla fine sono andato a Villa Espimas e Casa Islas, siccome sono contigue ho fatto molto velocemente. Erano già le quattro”

I due amanti ascoltarono molto attentamente il racconto e rimasero parecchio basiti.

“Ed è così che pretendi di risolvere la faccenda della lavatrice?” chiese Roberto, l’aitante runner.

“Sì” rispose con sicurezza el loco. “Ecco perché sono anche disposato a perdonare Rosa, ma non te”

“Non vorrai sfidarmi a duello?” chieser Roberto.

“Duello? E chi si sfida più a duello? Siamo nel 1984, ragazzo, non ci sono più i gauchos argentini”

Roberto suppose che non sapeva nulla, el loco, dei duelli che si stavano per svolgere di lì a poco tempo. Non lo  sapeva, oppure lo aveva dimenticato, dimostrando di  essere loco fino al midollo.

Ritenne pertanto di lasciarlo nell’ignoranza, tanto, dirlo o non dirlo, la sagra dell’asado era ormai prossima, e el loco si sarebbe stupito quanto in realtà Villa Nueva fosse simile all’Argentina dei gauchos a dispetto di quel che credeva, e le lavatrici continuavano girare…

La Ropa Sucia/340

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El loco era soddisfatto. Non gli capitava spesso di esserlo, ma in ogni caso ormai aveva fatto tutto quello che doveva fare, nello specifico disegnare tutte le lavatrici in tutte le ville. Ci aveva impiegato una notte intera, ma alla fine Villa Nueva era stata imbrattata, mettendo nel caos la polizia locale.

Sorgeva dunque l’alba in quella fetta di Pampa, e il primogenito dei Gutierrez tornava a casa come al solito stanco ma felice, pronto per affrontare il nuovo giorno sempre in trincea, attendendo la  sua amata che magari lo stava aspettando.

La sua amata era Rosa, la chica formosa, la quale aveva sposato in Germania e adesso si eranbo nascosti nella dependance dei Gutierrez, in attesa del grande evento, che si era concretizzato proprio quel sette giugno 1984.

El loco aprì la porta, tutto contento, e si avviò verso il letto, che si componeva del solo materasso, visto che contavano di andarsene presto da quello stanzino. Inoltre anche Rosa aveva premuto per quell’opzione, chissà per quale motivo.

“Sì, dovremmo preoprio andarcene” aveva detto. El loco però non ci aveva fatto caso, anche perché aveva collegato quella volontà con quella puzza di rinchiuso e il frequente passaggio di topi e ragni.

Tuttavia, se proprio doveva dire la sua, il ragazzo non si era mai sentito così a casa come in quel frangente, ecco perché, quando vide Rosa, la chica formosa, completamente nuda fra le braccia di Roberto l’aitante runner, non realizzò subito.

“Ah, ciao Rosa e Roberto” disse lui, serafico. “Vi stavate divertendo, eh?”

Non sentirono nulla, i due continuarono a dormire placidamente.

“In effetti, è proprio vero che quando le persone sono soddisfatte, riescono a diormiure placidamente” disse el loco. Poi finalmente si rese conto di cosa stava dicendo e si accorse che stava addirittura rimboccando le coperto all’aitante runner.

“Ma… che sto facendo? Perché mia moglie sta giacendo con questo suppellettile?”

Si mise a urlare, el loco, più forte di quanto non avesse mai urlato in vita sua, più forte di quando aveva scoperto sua madre e lo zio, el muerto, gicaere nello stesso letto, più forte di quando suo fratello tiburòn gli aveva reubato la merendina.

I due, di conseguenza, si svegliarono.

“Oh no! Oh no, oh no, oh no…” cominciò a farfugliare Rosa, rivestendosi in tutta fretta, biascicando qualcosa come posso spiegare e sistemeremo tutto. A un certo punto, el loco sentì anche “aspettavamo te per fare una cosa tre ma visto  che non venivi avevamo cominciato senza di te e ci siamo trascinati troppo in là”

El loco però era rigido come uno stecco e non riusciva né a rispondere né a reagire non verbalmente. Fissava a turno sua moglie e Roberto Mendosa, che a quel che pareva non riusciva a tenere il suo birillo dentro le mutande.

“State rovinando tutto” disse a un certo punto ques’ultimo. “Non sarà l’errore di una notte a cancellare le promesse di una vita”

“Tu stai zitto, Roberto Mendosa” sibilò el loco, sbloccandosi proprio nel momento in cui i due amanti finirono di rivestirsi. “Non sai gli enormi sacrifici che ho fatto per arrivare a questo giorno e tu non me li  manderai a monte”

Un forte vento freddo cominciò ad abbattersi su Villa Nueva, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/339

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Il Boss del Clan dei Neri aveva cambiato opinione sui cugini Gutierrez, Ramiro Paulo e Rocìo. Adesso era pronto a scioglierli entrambi nell’acido, ma aveva anche dichiarato che li avrebbe sfidati a duello, dopo il duello principale che si era ripromesso di condurre verso Ambrogio.

Ormai le identità si erano scoperte, pertanto non c’era più bisogno per Alfonso Cruz di tenere la maschera.

“Adesso ce li ho sottochiave” disse Romàn Garcia junior. “Ma non so quanto durerà”

“Non capisco come mai tu abbia voluto imprigionare anche Rocìo Gutierrez, che è soltanto una colpevole collaterale di questo grande disegno” disse Rebecca Jones.

“Rocìo si è resa colpevole già dalla sua esistenza” disse il figlio di Garcia. “Non può fare parte del Clan delle Streghe che ho costruito con tanto amore”

“In realtà già esisteva prima, caro” diosse Joaquina, accarezzandogli i peli del braccio e utilizzando il solito tono adorante che riservava solo per lui.

“Esisterà anche dopo, perché non permetterò che cada. È molto importante usare la magia, che arriva dove l’astuzia non può” disse Romàn.

“Bravo, sono queste le parole che voglio sentire dal futuro Sidnaco di Villa Nueva”

Una voce entrò senza essersi annunciata e senza neanche aver apertto la porta.

“Marìa!” Dissero tutti i quattro presenti nella stanza. “Che ci fai qui? Come sei entrata?”

“La porta era aperta” spiegò la procace giardiniera. “Inoltre, volevo dire una cosa fondamentale al nostro amato boss”

“Ti ascolto” disse Joaquina Cascada, anticipando ancora una votla ciò che stava per dire il suo amato.

“Il tuo destino è scritto nelle stelle” cominciò Marìa “così come quello di Miguel Espimas, che morirà impazzito durante il prossimo plenilunio, fra soli sette giorni. Tu invece hai un futuro gloriorso di fronte a te, con sette bambini e una moglie fedele”

“Infatti, era proprio a sette che volevo arrivare” disse Joaquina.

“Un momento! Miguel Espimas morirà fra sette giorni?” chiese sconcertato Alfonso Cruz.

“Sì, abbiamo consultato i tarocchi proprio qualche minuto fa” disse Marìa. “Sinceramente, non è una grande perdita, sapete tutti quanto è stolto”

“Sarà anche stolto, ma Miguel è una pedina importantissima per il prosieguo del nostro piano!” esclamò Alfonso.

Marìa lo guardò perplesso. “ma tu non avevi i capelli castani?”

“Avevo una maschera” spiegò velocemente Alfonso. “Il fatto è che Miguel non può morire prioma della sagra dell’asado. Miguel è campione in carica della classica gara Asado o muerte, che ci sfida tutti quanti a chi mangia più carne in poco tempo. Ecco dove Miguel può morire, mentre mangia la settima portata… non prima, perché senza campione in carica non possiamo giocare. Anzi, senza campione in  carica forse salta anche la sagra, in segno di lutto”

“E questo a cosa servirà per il nostro piano?” chiese Romàn Garcia junior.

“Molto semplice, ex fratello” rispose Alfonso. “Senza sagra dell’asado non potremo più avere l’occasione di sfidare a duello Ambrogio, e lui se la caverà”

I cinque rimasero in apprensione senza dire niente riguardo quell’informazione. Era comunque un problema grave da risolvere, e chissà quando e se lo avrebbero riusolto.

“Occorre salvarlo. Tu hai detto che accadrà fra sette giorni, giusto?” chiese Joaquina, stavolta parlando per sé.

“Sì, alla luna piena” disse Marìa, mentre le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/338

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Miguel Espimas si alzò, salutò l’ufficiale e, rimuginando sull’identità dell’informatore della polizia, andò dritto filato da Marìa, la procace giardiniera. Era molto procace, sicuramente aveva avuto una carriera da mangiatrice di uomini e lei neanche se n’era resa conto. Ecco perché chiese ad Ambrogio, il maggiordomo di quella villa, di poterla vedere.

“Puoi vederla” disse Ambrogio, molto preoccupato per se stesso. Marìa venne, abbandonando la cura delle sue piante e guardò Miguel con disprezzo.

“Che c’è, sei forse venuto a vantarti?” chiese la ragazza.

“Vantarmi di cosa, di preciso?” Miguel era spiazzato.

“Ti sei accorto che qualcosa non va, e hai chiesto di me. Ma che bravo, sei molto perspicace per essere un Espimas”

“Modestamente” disse Miguel. “Adesso ridammi mia moglie, strega!”

“Con calma, con calma” disse Marìa, ridacchiando. ”Tu non hai idea di che cosa stiamo preparando per Villa Nueva, soprattutto per i giorni dell’asado

Miguel sibilò “Non ti permetterò di fare quello che devi fare”

“Lo vedremo” rispose lei, indifferente. “Anzi, vediamolo subito! Fatti fare un po’ di tarocchi”

Marìa si fece aprire il cancello e Miguel entrò a Villa Sanchez, la villa fdorse più bella di Villa Nueva, rivaleggiata solo con Villa Riquelme.

Entrando dalla cancellata, si percorreva un sentiiero con paletti di luce molto bassi, intenti solamente a rischiarare il cammino di sera per evitare che si mettessero i piedi sull’erba, che si estendeva a destra e a sinistra, contornato da siepi che disegnavano una S e agghindati di fiori di tutti i colori. Al centro di entrambe le ali del giardino, c’era una fontana non indifferente, raffigurante una serie di putti che gettavano acqua dalle loro brocche. Alla fine del giardino, un’ampia scalinata portava al grande portone dei Sanchez, che una volta varcato dava alla sala grande, dove si poteva scegliere dove andare, se si faceva bene attenzione ai mobiletti disseminati in ogni dove. Uno di quei mobiletti aveva ospitato le chiavi della macchina di Pedro.

Marìa salì con sicurezza al primo piano, dove c’era la sua stanza personale. Era illuminata da zucche appese per il tetto e da candele già consunte. Miguel tuttavia non perse tempo a guardare e si sedette davantri alla scrivania che sapeva di muffa.

Marìa rimescolò le carte e chiese “Qual è il tuo animale preferito?”

“Il ghepardo” rispose lui.

“Bah” rispose la ragazza. Poi dispose le carte come solo lei, fra i due, sapeva fare e chiese di scegliere molto lentamente e con la mano sinistra tre carte.

“Bene, hai scoperto la Morte, il Matto e la Luna” disse Marìa. “Questo vuol dire che morirai pazzo la prossima luna piena”

Lo disse in maniera talmente fredda che Miguel si sentì morire proprio in quel momento. Non gli rimaneva che controllare quando fosse la luna piena, ma fu Marìa stessa ad annunciarlo.

“Il tredici giugno, il che vuol dire fra sette giorni. Che peccato, non riuscirai a vedere la sagra dell’asado

Miguel sentì di avere un mancamento. Stava dunque per morire, e solo perché glielo dicevano tre carte e una procace giardiniera?

“E dire che io ero venuto solo a chiederti come mai stai cambiando il carattere a tutte le persone di Villa Nueva” borbottò Miguel. Stava per morire.

“E chi dice che sia proprio io? Non può darsi semplicemente che stiano cambiando loro stessi? O anche, non è forse vero che l’asado è buonissimo, soprattutto col chimichurro addosso? Ed infine, sono forse io l’unica strega della cittadella?”

Miguel dovette ammettere che l’attesa della morte era essa stessa la morte e andò via da quella Villa maledetta, gettando però un’occhiataccia alla vecchia Ana Lucia, che lo guardava compassionevole. Era già morto? Stava impazzendo?

In ogni caso, Miguel dovette tornare a csa, con una sentenza di morte che gli pendeva sulla testa.

E le lavatrici continuavano a girare…

La Ropa Sucia/337

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“Ebbene, perché Clara ti odia?” chiese Martina Espimas a suo figlio. Essendo donna, Miguel pensò bene di confidarsi prima con lei, mentre Carlos pensava a qualcosa come fare il caffè, o farselo fare da Ambrogio.

“Beh, fa l’acida”

“È incinta, Miguel. Peraltro, aspetta un figlio di tuo fratello, quindi ha svergognato la nostra casa. Mi stupisco che siamo ancora ricchi”

Miguel riflettè intensamente a quelle parole. Perché lo scandalo non aveva reovinato gli Espimas?

“Di fronte all’esplosione della lavatrice una cosa come il triangolo amoroso che coinvolge me e Fernando è sparito dal pubblico dominio” osservò.

“Sei molto saggio, Miguel. Dovresti avere più spazio in questa storia” disse Martina.

“O forse no. Che ne sai tu, madre, di due fratelli che non sono?”

Martina si riscosse da una profonda fantasticheria che riguardava il figlio Sindaco di Villa Nueva. In effetti, tutte le madri volevano il massimo per i loro figli. “In che senso, scusa? Tu e Fernando siete assolutamente fratelli, te lo posso assicurare”

“No… beh, magari” rispose Miguel, che probabilmente essere tradito da un estraneo l’avrebbe accettato più facilmente. “Dobbiamo considerare chi sono i fratelli di Villa Nueva”

Martina ci pensò su, poi disse “Allora, sicuramente c’è Pedro, Adele e Clara tua moglie”

“Tuttavia, Clara non è più una Sanchez e Pedro e Adele sono fratelli di sesso diverso. Ho la sensazione che fratelli in questo caso significhi fratelli maschi”

“Allora tutto si riduce a due nomi” disse Carlos, una volta seduto accanto alla moglie. Aveva origliato tutto e aveva anche capito cosa volesse dire il figlio.

“I fratelli Gutierrez e i fratelli Fernandez, ovviamente. El loco e el tiburòn sono ovviamente troppo simili per non essere fratelli. Andiamo, hanno la stessa faccia, praticamente. Poi, ovviamente, rimangono solo i fratelli Fernandez. Alfonso e Ramòn, se non sbaglio. Ecco che quindi sono solo loro. Loro non sono fratelli, a quanto pare. Ma da chi l’hai avuta questa notizia?”

“In realtà era un enigma lanciato da Joshua” disse Miguel. “Ma perché continui a dire ovviamente?”

Carlos rimase perplesso. “Ho detto ovviamente? Oh…”

Miguel aveva un certo sospetto che qualcosa stesse cambiando a Villa Nueva. Dove andare, dunque, se non alla polizia, dove di sicuro qualcosa la sapevano?

Stava avendo una non bella giornata, Miguel, dove ogni cosa che gli stava capitando aveva un senso nel quadro piùà ampio che era Villa Nueva in quel torno di tempo. Per quello andò a denunciare la cosa alla polizia.

Il Commissario, dopo averlo ascoltato, gli disse “Certo. Ma il cambiamento di carattere delle persone non è essenzialmente un reato perseguibile penalmente, quindi chissà”

“Chissà cosa?” chiese Miguel, esasperato. Nessuno voleva aioutarlo, a quel che pareva.

“Chissà che sarà di noi?” chiese l’ufficiale. “Di sicuro c’entra il regno delle streghe, o il clan, o la setta. Ne ho sentito parlare, ma neanche loro stanno infrangendo la legge nel senso stretto. Non so che fare”

“Giochiamo un po’ a burraco” propose Miguel, andando incontro a una sonora sconfitta.

Dopo aver dunque perso, il Commissario disse “Devi andare a chiedere a Marìa, la procace giardiniera. Il mio informatore mi ha detto che adesso è lei la Gran sacerdotessa del Clan. Sicuramente lei può aiutarti più di me”

E le lavatrici continuavano a girare…

La giraffa e la voglia di mare

Eustorgia la giraffa era stufa di rimanere nella monotona vita della savana, così andò a lamentarsi dal suo fedele amico Snapurzio.

“Snapurzio!”

Snapurzio era un rinoceronte, per inciso stava rilassandosi emettendo forti suoni di sirena provenienti dal corno. Alcuni, sicuramente invidiosi, ritenevano che potesse dare fastidio.

“Snapurzio!” chiamò una seconda volta Eustorgia. “Dimmi” disse arrendendosi il povero interpellato. “Ho bisogno di aria fresca, ti prego aiutami!”

Seguitò un silenzio imbarazzante dove un colpo di vento risuonò come se fosse di tosse.

“Eustorgia…” cominciò il rinoceronte. “ti rendi conto di dove siamo? La savana non ti sembra un posto dove prendere aria fresca?”

Ma la giraffa scosse la testa: “No, voglio dire! Ho voglia di sole, di mare, di musica! Voglio una barca a vela!”

Snapurzio era scettico che potesse esistere una barca a vela, ma si limitò a dire “Va bene, ma non farti prendere in giro da nessuno”

Neanche l’avesse detto che comparve una iena ridens. “Ahahaha, una barca a vela, geniale! Aahhahaa! A vela! ahahaha! A!”

Eustorgia voleva prendere il largo anche per quel motivo. La vita nella savana era monotona e noiosa, fra iene ridens, rinoceronti che si credevano ambulanze e quant’altro. Una volta aveva visto anche uno sciacallo stalker ed ebbe incubi per giorni.

C’era da chiedersi dove fosse il divertimento.

Eustorgia cominciò quindi a raccogliere la legna per la barca, quando fu fermata da una scimmia.

Eustorgia la vide e scosse la testa. Che fortuna! La scimmia era quasi umana! Conosceva le arti nautiche! Al che le fece segnale con gli occhi, che sembravano fanali abbaglianti. La scimmia, però, scappò spaventata, così Eustorgia prese a rincorrerla dicendole: “Scimmia! E fermati, dai! Non lo sai che non rispondere agli abbaglianti equivale a una multa di sessanta banane?”

La scimmia dovette arrendersi. Si fermò e rispose rivelando tutto quello che sapeva: “Eustorgia, non lo sai che per prendere legna occorre un’accetta?”

“Ho già accettato che le barche siano di legno, grazie!”

Ma la scimmia, una volta lanciato quell’avvertimento criptico, fuggì via. Eustorgia non aveva idea di come si usasse un’accetta, così si scoraggiò alquanto, finché non vide una barca a vela di legno pronta per partire.

“Aria fresca arrivo!” esclamò, peccato però che il suo peso finì tutto sul ponte, che si distrusse pezzo per pezzo.

La barca affondò e Eustorgia rimase da sola con la vela.

“Siamo rimasti da soli, eh?”

La vela disse “Già. Fammi affondare in pace, però! Non vorrei che ti venisse in mente di mettermi in testa tipo bandana e andare a lampeggiare in giro per la savana!”

“ODDIO CHE IDEA GENIALE FACCIAMOLO!”

E fu così che Eustorgia divenne famosa come la giraffa lampeggiante.