La Ropa Sucia/172

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Nel frattempo, José Riquelme cominciò a fare notevoli progressi. Una volta rinunciato a ricamare, visto che non ne era proprio in grado, cominciò quindi a giocare a scacchi. Fece una sola partita, contro se stesso, e perse.

Tuttavia, quella sconfitta gli insegnò molte cose sulla strategia e adesso capiva come poteva sentirsi Ana Lucia Sanchez nel tenere le redini di quella situazione. Lui e sua madre, Sofia Riquelme, praticamente erano stati confinati in quella casa. Sua moglie Adele viveva da sola nella villetta che avevano costruito in mezzo alle due tenute rivali e il figlio che aspettava cresceva incessantemente. Forse scalciava, ma lei non ne parlava mai.

Stava aspettando un segno da parte del padre, che dal carcere poteva ancora escogitare molte cose per distruggere i Sanchez. In realtà né lui né Sofia erano ancora andati a trovarlo, quindi poteva anche prendere in considerazione l’idea che potesse rovinare anche loro.

Dal canto suo, Ezequiel non aveva ancora avuto nessuna idea per poter rovinare nessuno, nonostante l’alleanza messa in atto col muerto, suo compagno di cella.

“Questa situazione mi ricorda molto quando ero un prigioniero della dittatura”

Era già la sesta volta che lo ripeteva, ma Ezequiel non sapeva come rispondere.

D’altro canto, in un’altra cella poco distante, risposava Javier Garcia, che era stato separato dalla moglie in attesa della condanna definitiva per rapina.

“E dire che noi siamo innocenti” ripeteva dal canto suo. Era rimasto senza compagno di cella e aveva quindi preso l’abitudine di parlare da solo.

A Ezequiel mancavano quei manigoldi sconosciuti con cui era stato, era molto più semplice impartire ordini. Ma così, con un Gutierrez, che cosa mai avrebbe potuto dire?

Però poi l’idea arrivò. Era tutto così semplice che si malediceva da solo per non esserci arrivato subito.

Muerto” chiamò. Matìas si alzò dalla branda che gli apparteneva e si avvicinò al compagno, incuriosito e preoccupato al tempo stesso.

“Temo che dovremmo utilizzare i tuoi nipoti” disse Ezequiel.

“Non sono miei nipoti” buttò lì Matìas. “Per quanto mi riguarda, uno che si fa chiamare loco e un altro che non parla non sono miei nipoti, proprio no”

Ezequiel sospirò. “Sempre meglio che avere un figlio che sposa la figlia della casata rivale” osservò. “Peraltro, non l’ha neanche messa incinta, era già incinta per i fatti suoi e inoltre ha accettato di essere padre adottivo di quel bastardo”

“Dura la vita” disse el muerto.

“Comunque, mi servono proprio i figli di Pepa Gutierrez, che peraltro è stata arrestata anche lei. Chissà dove si trova”

Nel frattempo, Pepa Gutierrez fece un respiro porofondo: adorava l’aria di campagna all’aperto di prima mattina.

Era appena evasa.

“E adesso” disse lei. “attuerò la mia vendetta su questa città infame e corrotta”

La prima cosa chge fece fu prendere un taxi come se si potesse fare e andare a Villa Nueva, più precisamente a casa Salcido.

“Cerco Catalina Salcido. È in casa?” chiese una volta giunta sulla soglia, dove ad aprirle era stato Ambrogio, il maggiordomo.

Senza dire nulla, il maggiordomo andò e quella scese, in vestaglia e scarmigliata ma di una bellezza sconvolgente.

“Buongiorno, Catalina Salcido, cofondatrice del Clan dei Bianchi. IN cosa posso esserle utile?”

Pepa Gutierrez sogghignò. Era quello che voleva sentirsi dire.

“Conosco il luogo esatto dove si trova Francisco Miranda, il sindaco”

E la lavatrice continuava a girare…

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La Ropa Sucia/171

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Alberto Goicochea era il notaio del paese. Il suo sogno era quello di scrivere la storia dettagliata di Villa Nueva dalle origini fino al 1984, quindi era solo questione di tempo e avrebbe trovato tutti i nodi che il pettine, ossia il Boss, andava spazzando via.

Ecco spiegato il motivo di quella telefonata, ed ecco spiegato il motivo per cui Fernandez aveva il numero di telefono del notaio del paese. Poteva sempre tornare utile.

“Ti chiami Augusto…” disse Carlos Espimas, ignorando l’avvertimento di poco prima, dato che il nome ormai era reso noto da una voce filtrata al telefono, quindi impossibile da ammazzare.

“Augusto Goicochea, per intenderci” disse Alberto, dall’altoparlante. “È il terzo fratello della famiglia. È sempre stato un po’ strano, ma noi non lo denunciamo né lo giudichiamo perché si diverte a rubare le dientità altrui”

“Ma allora Francisco Miranda dov’è?” fece el loco, che non capiva le cose subito, povero lui.

“Ovvio, no? è stato rapito” rispose Ramòn, da dietro la poltrona.

“Esatto, Fernandez” convenne lui. “Qui le cose succedono una dietro l’altra. Siamo tutti dentro la stessa lavatrice, caro mio”

Era vero.

“Ma… la lavatrice è in mano ad Ana Lucia Sanchez, al momento” fece notare Analisa. “E poi… è vero, mi ero messa con Pedrito solo per poterla vedere e successivamente avere, ma adesso si sono messi in mezzo i sentimenti. Credo di amare Pedro Sanchez”

Sanchez ascoltò queste parole e cadde dalle scale, presentandosi in quel modo sulla scena. Analisa lo amò anche per via di quegli incidenti che lo rendevano spassoso.

Rebecca Jones invece si mise a ridere col suo solito modo, sghignazzando neanche fosse un’oca.

“Che hai da ridere, maledetta?” chiese Analisa. “Solo io posso ridere del mio uomo!”

“Ooooh” rispose lei. “Allora non hai capito la gravità della situazione. Qui siamo sotto tiro del Sindaco, e…”

“Alt, Rebecca” disse Fernandez interrompendola. “Io sono il Sindaco. Il qui presente Augusto Goicochea deve rispondere al reato di sequestro di persona, se non di omicidio”

“Oh mio Dio! Omicidio? Si salvi chi può!”

Tutti cercarono di scoprire la fonte di quella voce. Apparteneva a Fernando che, imprigionato, aveva deciso di farsi notare proprio in quel momento.

“Fernando!” easclamarono carlos e Martina Espimas all’unisono. “Che ci fai in ceppi, mentre avresti dovuto essere a Nuova York con la tua consorte?”

“La mia consorte? Intendi Raquel Garcia? Beh, lei vive liberamente la sua sessualità”

I due genitori si guardarono non capendo la frase sibillina.

“Intendo dire che adesso sta col massaggiatore, attorniata dalla sua galoppina che risponde al nome di Luisa Ortega”

“Oh” disse Carlos. “Ha infangato la nostra famiglia, allora”

“Se mi accettate come Sindaco, nessuno sarà più infangato, ma ne usciremo tutti puliti”

“Oh, non ne sarei così sicuro” disse Miranda, che poi era Augusto Goicochea. “La polizia sarà qui a momenti”

“Quando nessuno l’ha chiamata” precisò Martina Espimas. Poi decise anche lei di puntare l’arma su quello che avrebbe dovuto essere il sindaco.

Adesso c’era davvero una situazione da Far West e sicuramente ci sarebbe scappato il morto.

Il tutot davanti a un’indifferente lavatrice, che girava…

La Ropa Sucia/170

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Pedro non sapeva che pensare, gli faceva troppo male la gamba, ma Miranda si abbassò e, preso dello spirito e una specie di pinza, estrasse così, da sveglio, la pallottola a Pedro, disinfettando la ferita con lo spirito e fasciando il punto ben stretto.

“Non penso avrai altre conseguenze che una ferita e un po’ di zoppìa per qualche tempo” disse lui. “Adesso che ti ho salvato, dimmi dove si trova la botola”

“L’ha trovata… la mia fidanzata” ammise Pedro.

“Sarebbe Analisa Islas, la figlia dei nuovi nobiloi che sono venuti e hanno già cominciato a costruire un supermarket quando nessuno gliel’ha chiesto? È molto bella”

“Sì, ma è la mia fidanzata!” precisò Pedro, ancora a terra.

“Calma, ragazzo” disse il Sindaco. “La lavatrice gira per tutti”

Era vero.

Lo sorpassò e andò dunque a vedere com’era fatta quella botola.

Nel frattempo Ramòn Fernandez accolse la prima tornata di visitatori.

“Vi stavo aspettando” disse lui. Era incredibile, si disse el loco, come il Boss avesse a disposizione quella specie di hangar con tutte le tecnologie più avanzate e tuttavia preferiva vivere in quella catapecchia inagibile, sporca e umida.

Martina Espimas prese la parola, puntando il fucile sullo schienale della poltrona girevole dove siedeva Ramòn o comunque chi per lui.

“Volevamo solo il piccolo Benjamin, noi. Adesso torniamo a casa, non avere paura, piccolo!”

“Ma MAMMA! Chi vi ha detto che me ne volevo andare? Qui sembriamo astronauti e possiamo vedere tutto quello che vogliamo! Vero, Jùàanito?”

Jùan arrivò da chissà dove vestito da pirata comn tanto di benda sull’occhio. “Arr! Siamo pirati spaziali noi! Nessuno ci può fermare! Guarda quanti schermi abbiamo, Analisa!”

La sorella si sbigottì. Era vero, c’erano telecamere anche a casa sua e in quel momento suo padre stava defecando.

“Fermi tutti!”

Mentre Martina stava piangendo lacrime amare a causa della rispostaccia che le aveva dato il piccolo Benjamin, fece la sua comparsa sulla scena il sindaco Miranda, vestito di cappa nera e armato di fucile e kit medico.

“Ramòn Fernandez! Ti dichiaro in arresto! Dichiaro in arresto tutti quelli che sono colorati di nero in questa stanza!”

Tutti guardarono loro stessi per vedere se erano davvero vestiti di nero e Analisa vide che lo era anche suo fratello.

“Ma non può arrestare i piccoli discoli! Non hanno neanche dieci anni!” protestò.

“Silenzio, bellissima ribelle” disse lui, punbtandole il fucile. “Fernandez! Mi segua in centrale!”

“Non fa parte della polizia, mio caro Sindaco” disse Fernandez, che non si era scomposto minimamente. “Anzi, Rebecca Jones ha un articolo davvero scottante su di lei”

Rebecca scattò sull’attenti e andò a prendere una carta su cui stava abbozzando degli scarabocchi e una specie di paesaggio.

“Ah, non è questa… dov’è? Ah, ecco! Il Sindaco qui presente, Miranda, è indagato dalla polizia per sequestro di identità. In altre parole, lei non si chiama Francisco Miranda”

La stanza si gelò.

“Il suo nome è…” fece Rebecca, ma il Sindaco le pèuntò minaccioso l’arma dritta ion fronte, pronto a sparare.

“Chiunque osi pronunciare quel nome lo ammazzo” sibilò Miranda, che non era Miranda. Rebecca si spaventò tanto da rimanere muta. Non per sempre.

“Augusto!” Che piacere risentirti! Hai finito per fare il Sindaco, eh?”

Una voce proveniente da un telefono riempì lo spazio. Era Alberto Goicochea… ma chi lo aveva chiamato?

Risposte che solo la lavatrice poteva dare, ma continuava a girare…

La Ropa Sucia/169

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Il fatto era che Guillermo, il vecchio manager di Catalina, aveva preso seriamente la missione che gli era stata affidata. Aveva amato Catalina, l’aveva sentita godere sotto di lui, l’aveva vista nuda come ogni singolo abitante di Villa Nueva e di certi quartieri di Rio de Janieriro, e in generale era la donna più ambita da tutti. Quando gli aveva detto che poteva arrivare al suo cuore tramite un tesoro, non stava più nella pelle.

Aveva cercato ovunque con la sua pala, finché non si imbatté in grandi lavori chiusi da un cantiere.

“Scusate” si rivolse a uno degli anziani che stavano guardando “che cos’è che stanno costruendo qui?”

“Il supermarket” rispose uno, con la pipa in bocca.

“Oh” Guillermo non capiva. “C’è un tesoro là dentro?”

“Se ci fosse stato sarebeb stato già rinvenuto, non è vero?”

Una voce riempì la scena. Guillermo non riconobbe quell’uomo, ma dal naso grosso capì che si trattava del pipa, Jorge Gutierrez.

“Tu non eri sposato con la madre dell’aitante runner?” chiese per prima cosa.

“No. Convivo e basta. Ma poi tu come fai a sapere i miei fatti? Ci conosciamo, per caso?”

Guillermo ridacchiò. “Ho fatto parte per un periodo nel clan dei Neri. Forse questo team ti verrà in mente, no? Non ti viene un brivido da reprimere?”

El pipa rimase di stucco. Si poteva anche uscire dal clan senza essere per questo puniti o uccisi?”

“In ogni caso, parelavi di un tesoro” riprese Guillermo. “Tu cosa sai del tesoro dei Garcia?”

“Nulla” rispose lui, candido. “io passavo di qui per caso, in cerca del buon alcool da scroccare a questi gentili signori che stanno guardando il cantiere in operazione. So però che colui che dovrebbe essere il mio figliastro frequenta la donna più bella di Villa Nueva, Catalina Salcido”

Guillermo sbiancò e gli cadde il cuore. “Lo so… lo so bene, caro mio.”

“Vedo che sei rimasto un po’ turbato” disse lui. “Vuoi che ti aiuti a riconquistare la tua bella, perché è bella veramente?”

“Certo che sì, ma non so nemmeno da modve iniziare. Ha detto che vuole avere il tesoro dei Garcia”

“È un problema” disse el pipa. Dovette pensarci su parecchi minuti, ma non gli veniva in mente niente.

“Troverò un altro modo di aiutarti, magari con l’alcool mi vengono in mente idee geniali. Sai, una volta ho ingerito del liquore e mi è venuta l’idea geniale di rifarmi il naso da solo!”

“E ci sei riuscito?” chiese Guillermo.

“No, si è ingrossato ancora di più”

Nel frattempo che quei due pozzi di scienza osservavano il cantiere dove una volta sorgeva Villa Garcia per farsi venire un’idea, Pedro stava davvero per morire, anche se poi la sorte venne a salvarlo.

“Credo che la tua gamba stia per andare in cancrena” disse un uomo.

Pedro alzò gli occhi e mise a fuoco. Era il sindaco, vestito con una cappa nera.

“S… señor Miranda” salutò lui. “Che ci fa lei qui in incognito?”

“Ho un conto in sospeso con Ramòn Fernandez e so che la polizia non mi aiuterà, perché sta cercando quel terrorista nella Pampa, come se nella Pampa si potesse trovare qualcuno. Sono chilometri e chilometri quadrati di valli sperdute… e solo un matto penserebbe sia di scappare lì, sia di andare a cercare qualcuno. No, Fernandez si trova in un posto molto più vicino. Perché non sottoterra, ad esempio? Infatti, sono rimasto qui per tutto questo tempo da quando la polizia se n’è andata e ho sentito tutti i vostri discorsi. Non facevo Villa Nueva così interessante”

Il Sindaco ignorava che era la lavatrice che girava…

Se gli occhi potessero combattere.

“Hai dei begli occhi”

Questo complimenti mi lascia sempre perplesso.

“In che senso?” chiedo. “Secondo quale scelta di parole dovrebbe compiacermi questo complimento? Che forse ho gli occhi tipo barocco? Stile gotico? Le pupille come rosoni in una chiesa che ha tale struttura?”

La mia interlocutrice rimane spiazzata. Ci  pensa su.

“Pensa che una volta, a proposito, avevo detto hai dei bei capelli a uno capellone e mi ha cominciato a dire In che senso? Pensi forse che i miei capelli siano ondulati come il mare? Che i fili del mio cuoio capelluto siano affascinanti come le corde di una chitarra? Al che, mi frustro, sai?”

Ciò che mi dice mi lascia indifferente. Se non sa fare i complimenti non è mica colpa mia!

“Sai” dico “dovresti provare a fare un complimento a una parte del corpo che non sia sensibile”

La tizia dice “Ok… hai un bel pancreas”

Il Pancreas tossisce tutto fiero, lo sento dentro di me.

“Visto fegato? Sono più bello di te”

Il fegato dona due euro per una scommessa precedente e io ci penso su. Forse è meglio tornare agli occhi.

“E quale occhio è più bello? Il destro o il sinistro?”

Non l’avessi mai detto… l’occhio destro e il sinistro se la giocano a pari e dispari. “Ehi ehi! Ho vinto!” dice il sinistro, che avevo giocato dispari. Al che il destro, che aveva detto pari, tira fuori la spada laser. “Allora ce la ragioniamo alla vecchia maniera!”

I miei occhi cominciano quindi a duellare. Non deve essere un bello spettacolo, infatti la ragazza che mi aveva fatto quel complimento iniziale dice “Ma io non intendevo scatenare una guerra civile!”

“Troppo tardi” rispondo. L’occhio destro ha come alleati la narice del naso sinistro e l’orecchio destro, mentre l’altro ha convinto il Pancreas, la Milza e uno dei polmoni a combattere con lui.

“Così, se dovessi perdere, almeno mi faccio un panino!” ha pensato.

La ragazza, vedendo i bombardamenti sulla mia faccia, segnati da quella che preferisco chiamare acne) se ne va stizzita. “Ma uno che deve fare per rimorchiare?” chiedo al cuore.

Il cuore risponde “Devi odiare le parole: scrivi parola su un foglio, appendilo e ci giochi a freccette, vedrai che le tipe cadranno ai tuoi piedi”

Già.

A meno che non siano colpite dalla guerra fra gli occhi!

 

 

La Ropa Sucia/168

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Pedro e Analisa non trovarono nessuno alla catapecchia, piuttosto, i due rimasero sbigottiti nel vedere la sala dove tante decisioni erano state prese e tante vite erano state strappate, e finalmente poterono vedere la poltrona in pelle. Era piuttosto consunta, come si addiceva a una sedia molto utilizzata.

Pedro guardò Analisa, anche nel buio riusciva a scorgerla e a scorgere quel neo così sensuale che perfezionava la sua faccia desiderabile. Aveva una grandissima voglia di baciarla, ma improvvisamente un gran tramestio interruppe quel momento magico.

“Ci siamo dimenticati di avere seguito gli Espimas” sospirò Pedro.

“Infatti” concordò lei. “Ma secondo te, cercano il piccolo Benjamin o il tesoro del Clan dei Neri?”

Pedro sgranò gli occhi. Di che tesoro andava cianciando la sua bella?

Non restava che andare a controllare, per poi incontrarsi in mezzo al corridoio con Rosa, la chica formosa, e el loco, senza però suo fratello.

In effetti, Pedro considerò che non poteva una coppia portarsi dietro una candela, seppur la candela si chiamava el tiburòn.

El loco! Che ci fai qui? Quando siamo partiti non c’eri!”

“Ci siamo incontrati per caso!” rispose lui. “Peraltro, venendo qui per fare compagnia alla mia bella che sta cercando il piccolo Benjamin ho visto una figura strana…”

“Che figura strana, loco?”  chiese Rosa, enfatizzando loco con occhi pieni di affetto.

“Ma che ne so… dovrebbe essere il manager di Catalina Salcido, ma non sono sicuro se si chiami Guillermo o qualcos’altro. Insomma, era qualcuno che dovremmo conoscere. Stava scavando”

Che cosa stesse scavando, non lo seppe mai nessuno, e nemmeno Pedro lo chiese, impegnato com’era a guardare la coppietta.

“Voi vi lasciate e vi prendete neanche foste una fisarmonica?”

I due si irrigidirono.

“Ma chje ne sai tu? Non capisci! Solo perché adesso ti frequrntyi conb una smorfiosa non vuole dire che tu abbai in mano il destino di tutte le altre coppie”

“Il destino di tutte le altre coppie no” disse Pedro “ma SO dove andare a cercare il piccolo Benjamin”

Lo aveva detto sibilandolo, come a voler fare male. In effetti, una volta rivelata quell’informazione, si mise a piovere improvvisamente.

Era marzo. L’estate era finita.

Nel frattempo arrivarono sulla scena anche Martina e Carlos Espimas, armati di tutto punto.

“Abbiamo sentito tutto” disse lei. “Dov’è Fernando? Perché si è lasciato con Raquel? Che c’entri qualcosa? Rispondi, malnato!”

“Mia cara Martina” disse Pedro. “Il piccolo Benjamin, così come Juànito, il mio giovane cognato, si trovanmo tre metri sotto terra”

Pedro si rese conto di aver detto una cosa brutta solo dieci secondoi dopo, perché Martina si mise le mani nei capelli e cominciò a strillare, gettando nel lutto più buio l’intero clan degli Espimas.

“Ma… che avete capito?” chiese lui. “C’è una botola sotterranea! Il Clan dei Neri è sotto di noi!”

“Ma… maledetto!” Martina si ridestò e sparò a una gamba di Pedro.

“Adesso mi dici anche dove si trova questa botola, altrimenti la prossima pallottola te la ficco in testa!”

Martina quando era in furia omicidia pochi riuscivano a fermarla. Improvvisamente, però, mentre Pedro urlava dal dolore a terra esangue, un grosso rumore coprì tutto il resto.

“Ho trovato la botola!” la voce soffocata di Analisa divenne attraente come miele per le api e quindi, anche se non lo sapevano, stavano tutti per tentrare in una grossa trappola.

Tutti tranne Pedro, che ancora si contorceva dal dolore e di lì a poco avrebbero dovuto amputare la gamba. Girave a girava, nel tentativo di placare il dolore. Girava come la lavatrice.

La Ropa Sucia/167

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Tutto stava andando per il verso giusto. Ramòn Fernandez, imberbe sicario di un minuscolo paesino della Pampa Argentina, era proprio in villa per poter darle fuoco, come gli era stato ordinato.

Improvvisamente, però, fu visto. Non da chi avrebbe dovuto esserci, ma da chi invece c’era in realtà e in realtà doveva essere altrove.

“TU? Che ci fai qui?”

Ramòn era impazzito, e soprattutto con un’equivoca tanica di benzina fra le mani.

La ragazza, in vestaglia bianca, aveva una torcia e la stava usando tutta su di lui, che quindi ne venne investito nonostante fosse tutto nero.

Il bianco e il nero. La luce e il buio.

“Sandra Ezquivél! Non dovresti essere a casa!” esclamò Fernandez.

“E lo dici tu cosa devo fare a casa mia?” chiese lei, infervorata.

“Ma…! E tuo marito?”

“Mio marito cosa c’entra?”

Ramòn si rese conto di essersi ingarbugliato, ma ormai l’incendio era stato appiccato.

“Io sono stato incaricato per uccidere tuo marito, non tu! è… tutto sbagliato!”

Ramòn cadde a terra in ginocchio, dopo averle dato le spalle, e gli venne da piangere. Nel frattempo, anche la ragazza cominciava a trossire per via delle fiamme. Sandra, nel vedere quell’uomo così vulnerabile al suo cospetto, si impietosì, così lasciò perdere e si mise a consolarlo, mettendogli la sua testa sul petto.

“Sai, sei un bellissimo hombre” disse lei. “Come mai… coff, coff… come mai ti sei ridotto a incendiare le case altrui?”

Ramòn parlò con la voce incrinata sia dal pianto sia dal fumo delle fiamme. Le vedeva, lui danzare davanti ai suoi occhi, ma aveva dentro di sé la sensazione che avrebbe potuto rimanere così, con la testa sul petto della bellissima Sandra, e non avere più bisogno di altro.

Improvvisamente, però, le fiamme crebbero rapidamente così una parte del soffitto minacciava la morte di Sandra, così, istintivamente, Ramòn la travolse mettendola sotto di lei. Ramòn, venendo investito dal calore del pezzetto di soffitto, che cercava solamente affetto caloroso, cacciò un urlo che sarebbe rimasto nella storia di Villa Nueva come l’urlo del fantasma di casa Goicochea.

“Ma… mi hai salvato la vita!” Sandra era stupefatta, invece di medicare il suo salvatore che si contorceva dal dolore. Solo successivamente andò a prendere un secchio per gettarlo su di lui e salavrlo con solo una grossa cicatrice sul busto.

Infine, fradicio e confuso, Ramòn ottenne un caldo bacio appassionato, come non ne aveva mai ricevuti. Ecco perché rispose in modo altrettanto convincente,e mentrer l’inferno peggiorava attorno a loro.

“Mi piace la pizza italiana” disse lei, continuando  abaciarlo e a baciare la nuova cicatrice. Ramòn cacciava urli, ma non le chiedeva di smettere, anzi rispose “Il mio colore preferito è la tonalità di menta…”

E si spogliarono, e le fiamme coprivano la visuale, e più si spogliavano più si scambiavano informazioni inutili su di loro.

“Una volta sono andata al cinema” disse Sandra.

“Mi piace guardare i delfini che nuotano” rispose Ramòn. E così via.

Ebbero un amplesso, forse due, mentre la casa crollava pezzo dopo pezzo, e chiunque li avrebbe visti sarebbe non solo stato scambiato per un voyeur, ma difficilmente avrebbe risposto alla domanda se fossero loro con la loro passione a incendiare la casa o fosse veramente stata data alle fiamme tramite benzina.

Alla fine, si rivestirono e Sandra guardò Ramòn con occhi pieni di amore e melanconia. Sapeva, il ragazzo, che non av rebbe mai più dimenticato quegli occhi.

“Tu non ti rivesti?” disse dunque.

Sandra rispose “No… ho tradito mio marito. Preferisco morire qui, in modo da ricordare per sempre il tuo tocco, il tuo profumo carbonizzato, il tuo nonsoché che mi ha fatto crollare come moglie fedele”

Ramòn deglutì e in effetti ormai le fiamme avevano reso la casa invivibile e con poco ossigeno. Inoltre, era rimasto solo un varco oltre la finestra, e di lì a poco sarebbe stato chiuso anche quello.

“Allora addio, Sandra” disse lui, con la morte nel cuore. Avrebbe potuto portarla con lei, ma proprio nel momento in cui lo aveva pensato una serie di calcinacci si frappose fra loro, celando alla vista l’uno all’altra.

Ramòn così fuggì e terminò il suo racconto, fatto a un bambino di soli otto anni e tuttavia così pieno di dettagli.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/166

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Nessuno era a conoscenza del sotterraneo.

“C’è un motivo per cui nessuno riuscirà mai a valicarmi. Sono una montagna invincibile!”

Jùan e Benjamin erano sinceramente impressionati. Una volta saputo del blitz della polizia, erano tutti scesi attraverso una botola, e dopo aver superato una rampa di scale di legno, erano giunti a un’unica grande sala ampiamente illuminata, completamente bianca, dotata di un enorme schermo; o meglio, di un enorme pannello fatto di piccoli televisori, che occupavano ogni minimo angolo di Villa Nueva. A guardare lo shcermo, vi erano diversi addetti che perdevano le ore e la vita sociale per poter raccogliere informazioni. Se pur venivano pagati, non potevano né sapevano come spendere il loro stipendio, dato che avevano turnbi assurdi e massacranti, escluse le ore per dormire.

I due piccoli ragazzi di divertirono per un poò a guardare quei televisori, mentre Ramòn Fernandez si sedette su una poltrona in pelle nera davanti a una scrivania trasparente. Alla sua destra, seduto su un pouf, suo fratello.

“Non pensavo di utilizzare così presto questa stanza, vero fratello?” chiese il Boss ad Alfonso.

“No, fratello” rispose lui, paziente. “Prendere in giro i miei concittadini rientra fra le prime tre cose che gradisco di più al mondo, a parter seguire il calcio e…”

“…mangiare torte. Sì, lo ripeti sempre, Alfonso” trerminò Ramòn per lui. “Ma ciò che voglio dire è che, per non perdere la lealtà dei miei fedeli, racconterò quello che ho fatto in quei quarantotto minuti”

Nel frattempo Catalina e Roberto, i quali avevano scelto casa Salcido per poter fare quello che dovevano fare, si ritrovarono nudi nello stesso letto; in modo da scoprire, per Catalina, che Roberto meritava l’appellativo aitante; e per Roberto scoprire che Catalina era la più bella di Villa Nueva in tutti i sensi.

“Dovremmo cercare seguaci?” chiese Catalina, grattando il petto del suo nuovo uomo.

“Sì… un attimo solo. Che fretta c’è? Tanto, comunque, dovremmo far cullare Ramòn in un falso senso di sicurezza, visto che si è auto proclamato Sindaco”

Improvvisamente, però, la porta si aprì senza che nessuno avesse annunciato qualcosa.

“Tu! Tu!”

Catalina guardò Roberto perplessa. Roberto non sapeva cosa dire. un uomo era comparso sulla soglia della loro stanza.

“Chi… sei? Che ci fai a casa mia?” chiese Catalina, scostandosi i capelli con fare lascivo.

“Come?” l’uomo si toccò i capelli di rimando. “Sono… il tuo manager! E poi ero diventando anche il tuo amanter! Che ci fai nuda a letto con questo aitante runner?”

“Manager?” Catalina era ancora più bella aquando asssumeva quell’espressione perplessa. Poi ricordò il Brasile, il Carnevale e il funesto calendario di proprietà di tutti i titolari del Sud America.

“Ah! Ma sì! Guillermo! Che piacere rivederti!”

Guillermo capì che era uscito dalla vita di Catalina da molto tempo.

“Oh… quindi non provi più niente per me?”

“Oh, qualcosa la provo” rispose lei, sentendosi a metà fra il senso di colpa e la voglia di cacciarlo fuori di casa con la forza del pensiero. “Portami il tesoro dei Garcia e ti farò mio”

Guillermo non sapeva neanche di cosa stessa parlando Catalina, che era a conoscenza del tesoro perché aveva frequentato il Boss Fernandez, ma l’uomo, che era innamorato perso di Catalina come tutti gli uomini, andò a fiondarsi in giro per il paese, armato di pala, a cercare il tesoro.

“Sei proprio cattivella” disse Roberto, baciando la nuova fiamma.

Nel frattempo, nel Clan dei Neri, Fernandez completò la storia dei quarantotto minuti.

Tutti erano semplicemente sconvolti, tranne il piccolo Benjamin.

“Hai sentito? È una storia allucinante, raccontata a dei bambini come noi!” stava esclamando Jùan.

“Cosa? Io non ho capito! Stavo guardando le paperelle!”

Ramòn sospirò. “E va bene, piccolo Benjamin Espimas” disse pazinete. “Adesso la racconterò un’altra volta, solo pe rte”

Gli altri suoi scagnozzi si fissarono a vicenda preoccupati. Erano già pronti a rivivere quella drammatica sera?

La lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/165

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Pedro e Analisa arrivarono troppo tardi, ma in tempo per vedere tre volanti di polizia allontanarsi dal covo del Boss.

“È stato arrestato? Cioè, è tutto finito? E mio fratello? Non vorranno arrestare anche lui?” Analisa era sconvolta.

Pedro le toccò le spalle stringendogliele, poi la fissò per bene dritta negli occhi, invece di farsi distrarre da ciò che aveva sul petto.

“Ascolta” disse lui, in tono altrettanto serio come di quando lo aveva ussato per dire a Joe il barista di lasciare sul banco la bottiglia.

“Ramòn Fernandez è un uomo pericoloso, ma non abbandonerebbe mai un bambino al suo destino. Quindi ritrovando lui, troveremo lui”

Analisa capì quello che Pedro voleva dire.

“Senza contare che c’è anche il piccolo Benjamin, quindi utilizzeremo la forza degli Espimas a nostro vantaggio”

Nel frattempo, la previsione di Pedro si rivelò corretta. Carlos e Martina Espimas, i due potenti genitori, avevano la sola Rosa, la chica formosa, fra le loro fila, e Miguel; il quale era tornato da poco dal viaggio di nozze, riposato e ritemprato. C’era anche da dire che era davvero tornato da poco più di un giorno.

“I nostri figli diminuiscono a vista d’occhio” aveva detto Martina, avendo riunito coloro che erano rimasti. “Dobbiamo organizzare una spedizione per capire dove sono e con chi sono. Per poterlo fare ci occorre la televisione. Ambrogio!”

Rosa ebbe un sussulto. Ricordò di una cosa che era stata detta dal loco qualche giorno prima: “Dobbiamo indagare, Rosa. Secondo me, tutti i maggiordomi delle famiglie di Villa Nueva si chiamano Ambrogio. C’è qualcosa che non va

Eccolo dunque, Ambrogio in persona con tanto di baffi, arrivare trascinando una televisione sopra un carrello.

Premette anche un tasto su un telecomando con una mano guantata di bianco e, guarda caso, il televisore fece vedere un’immagine colorata. Era la campagna di Villa Nueva e una voce fuori campo stava spiegando la situazione:

“… Proseguono le ricerche del fuggiasco Ramòn Fernandez, il quale si sospetta abbia rapito anche i due bambini Jùan Islas, nove anni a Maggio; e il piccolo Benjamin Espimas, otto anni. Chiunque abbia visto queste due povere anime è pregato di avvisare la polizia che sta usando tutte le sue forze per una caccia all’uomo senza precedenti a Villa Nueva. Allertati anche i paesini limitrofi e…”

Ambrogio spense il televisiore a un cenno di Martina.

“Non ci resta che andare” concluse Martina.

“Andare… dove? La campagna è sperduta qui a Villa Nueva!” osservò Rosa, ma un rumore di fucile annunciò l’arrivo di Carlos Espimas.

“Noi sappiamo dove trovare le persone” annunciò. Così l’allegra combriccola si diresse per prima verso il bosco, non sapendo di essere seguiti da Pedro e Analisa, a bordo di un calesse guidato da un sordomuto.

Nel frattempo José sospirò.

“Che c’è, José?” chiese dolcemente Adele Sanchez.

“Ho un brutto presentimento” disse lui. “E se mio padre stesse macchinando qualcos’altro alle nostre spalle?”

In effetti, fra padre e figlio a volte c’era quella connessione speciale, e accadeva ad ogni cambio di stagione, più o meno. Visto che quel torno di tempo era Marzo, era proprio giunto il momento di farla avvenire.

Ezequiel Riquelme, in effetti, non aveva ottenuto l’effetto sperato con l’argenteria di Carlo V, quindi doveva macchinare un’altra strategia. Tuttavia aveva finito i criminali da poter utilizzare. Infine, neanche a dirlo, fu spostato di cella e venne affiancato al muerto, Matìas Gutierrez.

“Voglio vendicarmi dei Sanchez” annunciò il primo.

“Anche io” disse il secondo. Ecco perché si strinsero la mano.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/164

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Al che, Pedro e Analisa si rivestirono e andarono dritti verso la casa del Boss.

Boss che nel frattempo non immaginava di ricevere una visita tanto importante.

“Il Sindaco di Villa Nueva chiede udienza, mio signore”

“Fallo entrare”

Ed entrò. Ramòn Fernandez non accolse il Sindaco secondo tutti i crismi, anzi, rimase seduto rivolgendo il retro della poltrona al nuovo arrivato.

“Salute, primo cittadino” disse il Boss. Il nuovo arrivato avrebbe dovuto intimorirsi, ma non successe. Ne aveva viste fin troppe per poter avere paura di un esaltato. Si dava il caso che Francisco Miranda era stato partecipe della rivoluzione che aveva rovesciato la dittatura e quindi era un sindaco di recente fattura. Convinto com’era di poter comandare su un paesucolo come quello, ostentava molta sicurezza, certificata dal sangue che scorreva nelle sue mani.

Non in quel momento, occorre precisarlo. No, perché sarebbe stato abbastanza disgustoso vedere un uomo sporco di sangue dalle mani, fosse anche stato il proprio.

“Saluto a te… Boss” rispose quindi con sarcasmo. “Ti sei auto nominato al mio posto, eh? Dovevo intervenire. Ti informo anche che la casa è circondata dalla polizia… sempre che questa catapecchia buia e umida tu la possa chiamre casa”

“Beh” rispose lui “ci abito e ci abitano anche i miei ragazzi. È una casa”

Seguitò un momento di silenzio, in cui Miranda avrebbe tanto voluto sparare a quella poltrona parlante. Ma non poteva.

“Adesso basta con gli scherzi, Fernandez. Alzati e forse eviterai la pena di morte”

“No, non credo di alzarmi” gli fu risposto.

“Non credi di alzarti?” Miranda represse una risatina. “Sei un nemico dello stato! Ti sto offrendo la possibilità di redimerti e poi non credo che tu possa fare la voce grossa, sai”

Ramòn non si scompose e si limitò a chiedere “Come mai?”

“So cosa è successo in quei quarantotto minuti, a differenza di Ana Lucia io ho molte informazioni in più sul tuo conto”

Ramòn sgranò gli occhi. No, non poteva fare il gradasso. Improvvisamente, agli occhi della mente gli pervenne quella fantomatica sera.

Era lì, che stava dando fuoco a tutti. Fu minacciato con un taglierino, ma poi lui aveva detto “Sei così bella… scappa, prima di finire arrosto”

“Oh no, non me ne vado senza di te”

Fecero sesso, proprio lì, fra le fiamme, e per nascondere quel segreto la ragazza rimase in quell’inferno, mentre lui scappò. Furono i quarantotto minuti più belli della sua vita.

“Come fai a saperlo?” chiese.

Tuttavia, non gli fu risposto. Il Sindaco se ne andò, chissà dove, lasciando il suo rivale in un turbine di emozioni contrastanti.

“Che succede, Capo?” chiese uno dei suoi vassalli, raggiungendolo nella camera buia dopo tre minuti.

“Abbiamo un nuovo nemico che non lascerà la poltrona tanto facilmente. Documentatevi sul signor Miranda e facciamolo sprofondare nella vergogna più totale. Dobbiamo spingerlo a suicidarsi”

Lo scagnozzo ebbe un sudore freddo. Che cosa era successo in quel colloquio?

Ma non c’era tempo per pensare, perché la polizia c’era davvero e minacciava di invadere la catapecchia.

“Al mio tre!” esclamava il Commissario, pronto come sempre a difendere la giustizia. Da quel momento in cui aveva rifiutato la videocassetta, era totalmente cambiato.

“TRE!”

Tutte le forze di polizia, sproporzionate per un paesino così piccolo, andarono verso la catapecchia, ma non trovarono nessuno. Cercarono e cercarono, ma del Boss e dei suoi non c’era la minima traccia.

“Con… chi chi avete parlato, signor Sindaco?”

Miranda sgranava gli occhi nel vedere la poltrona vuota. Nel silenzio della stanza, una lavatrice continuava a girare…