La Ropa Sucia/50

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“E con questo scatto abbiamo finito” disse il fotografo, un po’ riluttante ad andarsene.

Catalina sospirò e, preso un accappatoio, si ritirò nel suo camerino, seguita a ruota da quattro o cinque maschi.

Era stato un servizio fotografico intenso: undici mesi,m nei posti più impensabili del Brasile, più Dicembre ricreato in uno studio professionale.

Doveva dire che rea riuscito bene, aveva già visto qualche foto in anteprima e, anche se si vedeva tutto di lei, persino la voglia a forma di uncino che aveva sulla coscia, era fiera del suo corpo strepitoso. Era la ragazza più bella di Villa Nueva e, poteva dirlo, una delle più belle anche del Brasile, che pure si stava agghindando a festa in vista del Carnevale.

Mentre si sistemava per tornare a casa, la fermò Guillermo, quello che ormai era diventato il suo agente. Aveva già versato cinque milioni di pesos sul conto dei Salcido e il loro rapporto di lavoro sarebbe dovuto terminare in quel momento.

“E così ci separiamo” disse Catalina, un po’ dispiaciuta.

“Non ancora” disse lui, indossando gli occhiali da sole. “Il carnevale di Rio sta cercando una modella argentina per uno dei suoi carri”

Catalina arrossì violentemente. Aveva già capito.

“Ti offrono alti cinque milioni”

Catalina accettò subito, senza sapere nemmeno il tema del carro, che prendeva in giro gli argentini…

Nel frattempo sia a casa Riquelme, sia a casa Sanchez, fervevano i preparativi per un matrimonio colossale: José si sarebbe sposato con Adele e Clara invece stava impalmando Miguel Espimas, il quale portò la donna a casa sua, con tutta la sua famiglia nutrita al completo.

Nutrita non solo di numero, ma l’incontro avvenne per l’appunto dopo cena.

Miguel presentò suo padre Carlos, che a sua volta era stato rapito dagli uomini in nero ma nessuno gli aveva creduto. Da allora pensò che se lo fosse immaginato e non ne parlò più.

Muy encantado” disse lui.

Miguel proseguì col presentare la madre, Martina, che somigliava moltissimo a Miguel, solamente senza baffi.

“Buonasera” disse lei.

Dopo i genitori, toccò a Fernando, il primogenito, il quale tramava qualcosa sottobanco, ma nessuno riusciva a capire cosa.

Gusto en conocerte” disse Fernando.

Al che, toccò a Rosa, la ragazza ambita dai figli di Gutierrez.

“Ti presento Rosa, la chica formosa”

Clara ridacchiò. “Parli così di tua sorella?”

“È uno stupido soprannome, ma vedrai quando sposerò el loco o el tiburòn

“Infine” disse Miguel cambiando argomento “Abbiamo Benjamin, il piccolo di casa che…”

“Mio fratello dice che hai le tette finte”

Mio fratello… quale?” chiesero all’unisono. Soprattutto Miguel, stava cercando nella memoria un momento in cui si era espresso in tal modo

“Mio fratello Mauro. Non lo conoscete?”

Tutti i figli Espimas si volsero verso i genitori che assunsero un’espressione di chi è stato colto con le mani nella marmellata.

Nel frattempo, a casa Gutierrez el muerto stava leggendo il giornale del paese, tenendo seduta sulle sue gambe Pepa.

“Beh, sono contento per mio fratello. Almeno si svaga un po’” commentò lui.

“Che succede?” chiese Alfio, el viejo, camminando sulla sua fedele sedia a rotelle.

“Oh, buongiorno, papà. Sei tornato lucido?”

“Come un paio di scarpe pulito da me” rispose lui. In gioventù aveva fatto il lustrascarpe.

“Ottimo. Hai letto qui? Ah già, papà, non sai leggere… in ogni caso, mio… fratello? Comunque, tuo figlio è stato visto a letto con Cecilia Mendosa, una donna del pueblo

“Cecilia Mendosa? No… impossibile…”

Alfio sbiancò. Per un attimo, la nuova coppia credé che el viejo stesse per morire.

“Che succede, papà?” chiese Pepa, la meno indicata per chiamarlo padre.

“Cecilia… Cecilia… è impossibile! Io credevo fosse in Italia!”

“Ma chi è?”

Alfio si prese tutto il tempo per rispondere biascicando: “Cecilia è la figlia di mia figlia. Mia e di Ana Lucia Sanchez”

E la lavatrice continuava a girare…

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Astorgio e le Maioliche.

Fra tutti i supereroi, quello più colorato è l’Uomo/Maiolica.

Forse nessuno ne ha mai sentito parlare, perché probabilmente oggi è il suo primo giorno. Quest’uomo nasce nel paese delle ceramiche, si ciba essenzialmente di coloranti alimentari e conduceva una vita tranquilla. Si chiamava Astorgio. Astorgio amava pescare: pescava gomme, sacchetti, ami ed esche, quelle degli altri e infatti una volta litigò con l’uomo/armadio, il quale essendo molto quadrato aveva la facoltà di rapire le persone costringendole su una gruccia. Un giorno però, mentre andava in bicicletta, cadde inciampando dentro un enorme contenitore per vasellame, assumendone quindi forme e colori. “Santa arte! Sei diventato un uomo/maiolica!” Astorgio, nel sentire la notizia datagli dal fabbricante, andò subito a creare un mantellino a fantasie romboidali arancione e blu, e si chiese: “Ebbene, cosa può fare un uomo/maiolica?”
Lo chiese al saggio pesce rosso che rispose: “Ebbene, puoi sparare vernice, lanciare pesanti mattonelle infinite, preparare il tè grazie alò vasellame… ma c’è una specie di effetto collaterale”
“Quale?”
“L’uomo/maiolica è come il suo mantello: se lo stendi diventa un foglio”
Astorgio fu colpito. “Ma tu come sai tutte queste cose, che sei solo un pesce?”
Il pesce rosso scomparve dalla boccia, ripetendo ad eco queste parole: “I tuoi poteri individuali salveranno l’universo, ma attento ai fogli… fogli… fogli…”
Astorgio capì allora per qualche strana ragione che doveva andare a sconfiggere il malefico Lord Foglio, il nemico a due dimensioni. Lord Foglio aveva rapito persino la povera Lady Inchiostro e le disse: “Da adesso in poi ci penserai due volte ad imbrattarmi!” esclamò Lord Foglio con una risata malvagia da perfido cattivo inventato sul momento. Ebbene l’uomo/maiolica chiamò la fedele piastrella a scacchi volante, si fiondò su Lord Foglio, gli disse “Tu! Sai quante dimensioni hai?”
E lui: “Due”
“Ebbene, io tre! Tre a due! Palla al centro!” e lo bucò con una forbice, perché forbice batte carta. Lord Foglio venne sconfitto, Lady Inchiostro scrisse “Grazie <3” sopra il mantello di Astorgio e quest’ultimo seppe che in fondo, per quanto ipnotiche e affascinanti le ceramiche, se lanciate fanno male.

La Ropa Sucia/49

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Roberto Mendosa aveva passato un’infanzia difficile, impelagato com’era stato fra quartiere povero, famiglia disastrata e pochi soldi. A scuola lo prendevano in giro perché aveva le orecchie a sventola, ma poi con la pubertà tutte le ragazze decisero di comune accordo di andargli dietro. A dodici anni, i genitori divorziarono e lui rimase da solo con la madre, decidendo di fare il runner, per poter avere sempre un fisico asciutto.

Che asciutto non era, non dopo un’ora di corsa.
Per quello, dopo così tanto tempo che sua madre non aveva avuto rapporti con uomini, vederla riposare accanto a un uomo era un fatto nuovo e sconvolgente. Inoltre, quell’uomo rispondeva al nome di Jorge Gutierrez, che aveva la fama di cornuto.

Roberto, quindi, era comprensibilmente sconvolto, non riusciva a capire come potesse essere successo.

Dunque lo chiese.

“Perché…?”

Cecilia fissò il figlio con gli occhi amorevoli della madre. “Figlio mio, Jorge è un brav’uomo e sarà tuo padre da ora in poi”

“Ma… ci siamo conosciuti solo da stasera!” esclamò sconvolto Jorge.

“Avresti dovuto non sedurmi, invece con queste labbra e questi muscoli calienti lo hai fatto”

Nel frattempo, lo skateboard piazzato all’ingresso si mosse, diretto alla base. Si trasformò in un uomo e parlò allo schienale della poltrona girata, che conteneva il suo boss.

“Hai fatto benissimo a fare rapporto” disse lui. “A quanto pare, c’è qualcuno che ha fatto la spia, rivelando la nostra presenza a Villa Nueva. Ma si sa, chi fa la spia non è figlio di Anestesiologia”

Nessuno capì la battuta del boss, così lui fu costretto a battere le mani e solo quello suscitò il riso.

Nel frattempo, non si capì come, al sorgere del sole tutta Villa Nueva sapeva che Jorge Gutierrez aveva giaciuto con una donna del pueblo.

“Eh beh, si sapeva comunque” considerò Nicolàs Salcido, sorseggiando il suo tè con aria saputa. Si sentiva sollevato, dato che il nuovo scandalo era arrivato giusto in tempo per far dimenticare alle persone il fatto che Catalina stava svendendo la sua dignità col calendario nuda.“voglio dire, lei gli mette le corna a casa sua, col muerto. A proposito, al muerto può ancora funzionare il birillo?”

La moglie guardò il marito disgustata e rispose: “Di sicuro, funziona più del tuo”

Nel frattempo, José si trovava in ginocchio accanto al letto di Adele Sanchez. C’erano anche Gonzalo e Violetta Sanchez, i genitori di lei, che severi stavano guardando Riquelme che a sua volta non aveva occhi che per Adele stessa.

Ad assistere c’era anche Marìa, la procace giardiniera arricchita, che teneva a braccetto il giovane Diego Sanchez, fratellastro di Pedro, il quale invece era sparito di nuovo.

“Adele” disse José con occhi pieni di amore “non voglio fare più il calciatore nel Barcellona. Adesso voglio stare qui, prendere l’eredità dei miei genitori e mettere su famiglia con tigo

Seguì una pausa carica di miele.

“Vuoi sposarmi?”

José aprì un cofanetto che conteneva un anello costoso.

Adele si mise le mani sulla bocca, lo sguardo al settimo cielo, e anche i genitori di lei si sciolsero colmi di affetto per il nuovo genero.

“Sì, certo che lo voglio!”

Si abbracciarono.

Nel frattempo, Pedro Sanchez era di fronte a Miguel e Clara. Miguel era ancora sconvolto per aver visto la lavatrice.

“Ora che sei al corrente del segreto della nostra famiglia” disse Pedro “sei costretto a sposare Clara, mia sorella”

Miguel arricciò le labbra e annuì, mandando in estasi Clara stessa. “Non temere, Miguel” lo rassicurò “sarò io a cucinare, perciò l’aglio lo elimineremo subito dalla casa”

Quanto a Pedro, era ormai l’unico a non essersi sposato. Quando sarebbe capitato? E con chi?

E la lavatrice continuava a girare…

Undici.

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Come ogni anno, voglio ricordare mia madre e come questo evento diventa sempre peggio.

Oggi, peraltro, è domenica. Come quella volta del 2007.

Avevo sedici anni e non credevo, non pensavo, non immaginavo.

Di sicuro, quando poi mi è piombato il mondo addosso, è stato come mi si fosse strappata via l’innocenza, annunciando il momento di crescere.

Adesso, undici anni dopo, come sto? Difficile dirlo.

“Mi sento sempre in colpa a dire come stai, perché dicendo tutto bene mentirei”

È un ritornello che torna spietato, oggi come allora, ed ogni anno vorrei poter dire di stare male, potermi confrontare, di poter condividere qualcosa che non so nemmeno io se sia possibile.

La foto che vedete qui è forse la “migliore” che ho con lei. Come dicevo prima, davo molto per scontato, vero? Non mi piacevano i suoi abbracci, non chiamavo mai, non le facevo mai capire quanto in realtà le volessi bene.

È l’unico rimpianto che ho. Adesso, mi metterei in una posa diversa, vorrei poter dire, esternare quei sentimenti nascosti.

E sospiro. Sospiro, perché mi viene da piangere.

Sospiro, perché in realtà vorrei poter dire molte altre cose a parte queste banalità ma mi tremano le mani.

Sospiro, perché non riesco nemmeno a finire questo articolo.

Sospiro, perché ogni anno che passa mi avvicina al momento in cui ci rincontreremo di nuovo.

E piango.

La Ropa Sucia/48

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Gonzalo Sanchez, con sua moglie, erano stati un po’ in disparte, in modo da considerare quale potesse essere la prossima mossa per conquistare la Pampa e eliminare per sempre gli odiati Riquelme. Improvvisamente, l’idea: contaminare i loro latifondi con la zizzania, per rovinare i raccolti.

Ecco perché in villa non si erano visti, ma erano ignari delle voci che giravano, sia su di loro, sia su quello che Carlos Espimas andava ripetendo.

“Adesso è il momento di riprenderci la villa” annunciò Gonzalo. “E anche di chiarire una volta per tutte che rapporto intercorre fra me e Jorge Gutierrez, el pipa

Jorge Gutierrez che ormai aveva bisogno di una svolta nella sua vita, dato che si struggeva d’amore per la sua ex moglie, ma che lei aveva smesso di considerarlo. Anzi, aveva smesso di considerarlo vivo, così decise alla fine di andare al pub di Villa Nueva per bere.

“Una vodka con ghiaccio per favore” disse Jorge al barista. Aveva l’aria depressa e tormentata di chi non sapeva più come si chiama, finendo per chiamarsi pipa lui stesso.

“Anche tu vodka con ghiaccio?” chiese una ragazza, o perlomeno, una signora molto giovane.

“Sì… il fatto è che mia moglie mi ha mollato per mettersi con mio fratello e…”

E non sapeva del perché le stesse raccontando i suoi fatti, ma era bellissima e quindi poteva anche farlo.

“Oh! Quindi sei Gutierrez, il fratello del muerto? Ne hanno parlato tutti i giornali!”

El pipa chiese, cambiando argomento: “E tu perché stai bevendo?”

“Oh…” sembrava imbarazzata. Era partita in quarto spiattellandogli che sapeva tutte le vicende della sua casa e forse era sembrata inopportuna. “Anche mio marito mi ha lasciata, per mettersi con una ballerina”

“Mi dispiace” disse lui, mentendo. “Non ti meritava, sei così bella” e bevve alla sua salute.

“Mi chiamo Cecilia” disse lei, arrossita per il complimento e bevendo anche lei alla salute dell’altro. “Sembra strano da dire dato che lo stiamo già facendo, ma… ti va di bere qualcosa?”

El pipa annuì e passarono la serata a bere, a ridere, a raccontarsi fatti abbastanza profondi, come ad esempio quanti metri si potessero fare in mare prima di non toccare più la sabbia coi piedi, e alla fine Jorge passò la notte da Cecilia. Era un piccolo monolocale, un po’ trascurato, sicuramente spento.

Jorge ebbe modo di vedere Cecilia nuda, e anche Cecilia ebbe modo di vedere un altro tipo di pipa, e si stesero sul letto, e lui ebbe modo  di attraversare con lei il vecchio valzer dell’amore che tutti nel 1984 conoscevano, e ridere dopo averlo fatto.

Alla fine, verso le tre di notte, un uomo entrò in quella casa.

Dopo aver chiuso la porta, scavalcò uno skateboard che sicuramente lui non aveva e disse: “Sono tornato, madre”

Lui sapeva che era sveglia.

“Oh, cielo! Mio figlio!” esclamò Cecilia, preoccupata e tirando su il lenzuolo onde coprire i suoi vistosi seni.

“Ma… ma che figlio degenere, tornare alle tre di notte!” esclamò Jorge, il quale in piena sbornia non aveva capito nulla della situazione.

“Ma… come ti permetti? Mio figlio è giovane, può tornare quando gli pare! E poi è un runner!”

A quella parola, Jorge si riscosse completamente.

“Tuo figlio non sarà mica… Roberto il runner?”

Sia el pipa che Cecilia si squadrarono colmi di panico, per poi venire interrotti da Roberto che si mise le mani sulla bocca, intuendo cosa fosse successo fra sua madre e il signor Gutierrez.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/47

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In ogni caso, Catalina Salcido stava riflettendo su quella proposta. Era ancora impegnata col servizio fotografico sui costumi da bagno e la prospettiva di farsi fotografare senza veli la allettava, così come l’offerta avanzata da Guillermo, che consisteva in cinque milioni di pesos argentini.

Era in esilio a Rio de Janeiro, ma la città l’adorava. Era molto meglio di Villa Nueva, c’erano milioni di persone, tutti i comfort e un sacco di pub, locali, feste e ragazzi. A Villa Nueva invece erano più o meno tremila persone e nessuna interessante.

Sospirò, Catalina, mentre dal balcone dell’hotel in cui alloggiava vedeva l’affannarsi delle persone mortali, che erano loro che organizzavano il Carnevale.

Rio in quel periodo dell’anno era ancora più colorata, un crogiolo di sodomie e promiscuità che Villa Nueva non avrebbe mai approvato.

Ma che a lei piaceva moltissimo.

Improvvisamente, ricevette una telefonata.

Spaventata, Catalina si strinse nel suo accappatoio e alzò la cornetta.

“Pronto” disse.

“Ti piacciono i ravioli alla bolognese?”

Catalina ebbe un tuffo al cuore.

“Chi… chi sei? Perché sai che sono stata in Italia?”

“Io so molte cose su di te” disse l’altra voce. “Per inciso, sono il ragazzo che poi hai mollato all’aeroporto, ma che poi non hai mai contattato, nemmeno per un caffè”

“Sei quel mollusco di Fernando Espimas? Davvero?”

“Esatto” disse lui. “E ti informo che a Villa Nueva ci sono gli uomini in nero”

Detto quello, chiuse la telefonata.

Era vero, Fernando non credeva alle fandonie del padre, ma pensò bene di fare uno scherzo a Catalina, per vendicarsi del torto subito quel giorno all’aeroporto. Detto quello, andò in città.

Catalina invece fece spallucce e decise di accettare l’offerta di Guillermo e di posare nuda per il calendario 1984, composto ormai di undici mesi.

In quello stesso frangente, a Villa Nueva, un uomo ricevette una telefonata.

“Questi telefoni sono una patetica invenzione” considerò l’uomo, seduto sulla sua poltrona di pelle, volgendo la spalle alla scrivania. “Squillano sempre, e sempre nei momenti meno opportuni. Che male avrò mai fatto per meritarmi codesto supplizio?”

Infine, rispose. Nonostante il buio che regnava in quella stanza, riuscì a prendere correttamente la cornetta. “Pronto?”

“La porcellina ha gradito il mangime” sentì dire, poi la comunicazione cadde.

L’uomo sorrise: non vedeva l’ora di vedere Catalina nuda. Serviva al suo piano.

Nel frattempo, José riuscì a far visita ad Adele Sanchez, una volta risolto il problema con Miguel, il quale fece pace con Clara.

“Adele” disse lui.

“Non avevo dubbi sul fatto che saresti venuto” disse Adele.

“Adele, io… il figlio è mio” disse lui. “ma non posso, non posso sposarmi!”

“Nemmeno io posso sposarmi, non così giovane” spiegò Adele. “Tuttavia, l’errore l’abbiamo fatto noi e quindi…”

“Quindi sposiamoci anche noi!” esclamò Miguel, rivolto a Clara. Clara svenne.

“PEDRO SANCHEZ!” urlò una voce, precipitando dentro la stanza di Adele, che dovrebbe stare a riposo.

“M-marìa, c’è mia sorella che è svenuta”

Ma non fu ascoltato, anzi, Marìa gli rifilò un poderoso ceffone.

“Come mai ti sei liberato dalla mia prigione? Cos’è, non ti piace stare in gattabuia con me? Eh?”

Pedro guardò Marìa, anche se lui avrebbe voluto che il suo sguardo fosse feroce, ma non gli riuscì dato che la guancia era rossa come un peperone. “Tu mi tradisci col mio fratellastro”

“A proposito, dov’è?” chiese Marìa. Diego non c’era.

Era andato di soppiatto a vedere la lavatrice, ma la stanza che la conteneva era chiusa a chiave.

“Maledizione!” esclamò. “ma chi ha chiuso la stanza della lavatrice?”

“Io” tuonò una voce. Era Gonzalo Sanchez, il terribile capofamiglia.

Diego ebbe paura, così sgranò gli occhi stupefatto.

E la lavatrice poté continuare a girare…

La Ropa Sucia/46

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El loco e el tiburòn Gutierrez non erano due ragazzi che si ptevano facilmente prendere in giro, o perlomeno questa era l’opinione dell’alta società, nonostante lo scandalo che ha sconvolto la loro famiglia in quei giorni, fra il tradimento della signora Gutierrez col muerto, e il caso di probabile omicidio che stava coinvolgendo el muerto stesso. Un muerto che uccise un altro morto.

La polizia indagava giorno e… giorno, per capire cosa fosse successo al muratore, ma nel complesso l’aria in quella villa era comunque pesante, sia per la situazione triangolare che stavano vivendo i Gutierrez, sia anche per i problemi di meteorismo del nonno neo centenario, el viejo, che cominciava a dimenticarsi le cose, dopo la brutta batosta ricevuta durante il suo compleanno, perché Ana Lucia non era venuta e poi perché aveva mangiato l’arrosto di vitello.

El loco guardò il fratello, dopo aver letto un articolo in prima pagina del giornale locale.

“Ehi” chiamò.

“Che vuoi” rispose lui. C’erano alcuni servitori che li guardavano troppo insistentemente.

“Hai letto?”

“Come faccio a leggere se hai tu il giornale?” chiese el tiburòn, col suo solito modo di parlare.

El loco allora poggiò il quotidiano sul tavolino da tè voluto dalla loro madre e lesse per entrambi: “Catalina Salcido, avvenente figlia della Pampa, poserà senza veli per un calendario per salutare al meglio il 1984 che si apre”

“Ma già gennaio è passato” fece notare el tiburòn.

“E a chi vuoi che importi? Si parla di Catalina Salcido! Hai capito chi è, vero?” chiese el loco, con una certa luce negli occhi che non aveva niente di pudico.

“Certo che so chi è” rispose il fratello. “Certo, creerà scandalo nei Salcido, il che si vedranno subire una perdita di immagine non indifferente…”

El loco guardò il fratello come se fosse una pentola che sobbolliva. “Scusa, ma non ho capito niente di quello che hai detto. Perché ti ostini a borbottare?”

El tiburòn non disse nulla, continuando a osservare il salotto con quel suo sguardo apparentemente calcolatore. Certo, Catalina senza veli…

“Ma a noi piace Rosa Espimas, no? Quindi di che cosa stiamo discutendo?” chiese alla fine.

El loco piegò le labbra. “Ci rinuncio a parlare con te. Non si capisce niente, porca miseria!”

El loco uscì quindi non solo dalla stanza, ma anche dalla villa, per poi ritrovarsi in piena Pampa.

Era strano, si disse, che tutte le ville dei ricchi fossero fuori da Villa Nueva, tranne quella dei Salcido, che invece abitavano in centro.

Ed era ancora più strano che Roberto Mendosa, il runner povero che andava a correre per il parco di Villa Nueva, si trovasse lì di fronte casa loro.

“Non ammettiamo barboni, spiacente” disse el loco.

“Non sono un barbone” si difese Roberto. “Non farò parte dell’alta società come voi, ma neanche sono così povero! A proposito, dove mi trovo?”

“A casa Gutierrez” rispose l’altro.

“Ho una notizia importante da dover dare” annunciò il runner, col terrore negli occhi. “Ci sono uomini neri a Villa Nueva”

“Andiamo, padre” disse Fernando Espimas a suo padre, reagendo a quella stessa rivelazione. “Gli uomini neri facevano parte della dittatura, ormai…”

“Ti dico di no!” esclamò Roberto, rivolto al loco. “Sono qui e osservano tutto! Hanno preso anche un milione di pesos e solo Dio sa cosa hanno intenzione di farne!”

“Bah” dissero Fernando e il figlio dei Gutierrez, all’unisono. “Noi ne abbiamo più di un milione”

E la lavatrice continuava a girare…

La Rsa Sucia/45

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“Perfetto” disse a un certo punto José, andando verso villa Sanchez. “Tu vieni con me?”

Pedro squadrò l’odiato rivale, che adesso era diventato suo cognato. “È strano”

José squadrò l’odiato rivale, che era il fratello di Adele Sanchez. “Cosa è strano?”

In quel frangente, c’era il barista che li stava osservando.

“Che tu mi inviti a casa mia… nel senso, va bene andare a bere qualcosa insieme, che già fa strano di suo, ma adesso ti permetti anche di invitarmi ne post in cui sono nato e cresciuto?”

“A me risulta che villa Sanchez non abbia più un padrone, a meno che la procace Marìa la giardiniera non si consideri una vera proprietaria, il che fa ridere di suo”

Pedro sentì lo smacco affondare nel suo animo, così presero la via per villa Sanchez, senza sapere che ad attenderli c’era un’inviperita nonna Ana Lucia.

“Voi due” sibilò, mentre era ancora intenta a lavorare a maglia. “Voi sapete perché sono inviperita con voi?”

“Ehm… no, nonna” disse Pedro

“È anche mia nonna adesso?” chiese José, stolidamente.

“Miguel Espimas ha visto la nostra lavatrice!” esclamò, con tutto il livore che l’anziana donna poteva avere dentro, un livore che risaliva ai tempi della dittatura, che peraltro era finita appena un paio di mesi prima.

Pedro si sentì mancare, ma non lo fece, perché non poteva far trasparire nulla agli occhi di José.

“Ma… com’è potuto accadere? E dove sono mamma e papà?”

“Non si sa” rispose Ana Lucia, che in realtà lo sapeva, ma siccome era la custode dei segreti, non disse nemmeno quello. “Il fatto è che bisognerà togliere Miguel da qualcosa che non può vedere, che non può reggere”

“Hai ragione, nonna”

Ana Lucia, per tutto risposta, lanciò a Pedro un gomitolo, che lo beccò in pieno volto.

“AHIA! Ma era pieno di spilli!”

“Certo, così sei punito! E ce n’è anche per te, farfallone da quattro soldi che non sei altro! Ah, com’erano belli i miei tempi!”

José capì che Ana Lucia si stesse riferendo a lui. “Ma di quali tempi, parla, signora? Carlo Magno o il Kaiser?”

Pedro trascinò il cognato lontano dalle ire furibonde di Ana Lucia e andarono, dopo tutta una serie di corridoi, a trovare Miguel Espimas che stava osservando la lavatrice girare, girare, e girare ancora.

“Via di qua, stolto!”

Lo portarono al cospetto di Clara Sanchez, la quale stava comodamente leggendo un libro in camera sua.

“Ma che schifezze leggi?” chiese Pedro.

Le avventure del Pentagramma” disse lei, facendo vedere il libriccino. “Un libro spassoso, leggero, divertente. Perché non imparti a leggere una buona volta?”

Sia Miguel che José osservarono Pedro con tanto di occhi. Ad ogni modo, Miguel, una volta ripresosi, guardò Clara Sanchez come si guarda un bel quadro.

“La tonalità dei colori e la prospettiva ci indicano come l’artista abbia voluto rappresentare qui… no aspetta” Miguel si riscosse “Oh, Clarita! La mia chica preferita! Tu, con questo tuo corpo formoso io bramoso vengo a toccarti impunemente!”

Clara Sanchez guardò perplessa quello che avrebbe dovuto essere il suo ragazzo, ma nel dubbio gli mollò un ceffone.

“Ti perdono solo perché hai azzeccato le rime!” esclamò. “Ma non osare toccare cose che non ti sono dovute, perché la lavatrice vede”

Miguel sentì freddo.

“Cosa vuoi dire, Clarita?”

E la lavatrice continuava a girare.

La Ropa Sucia/44

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Il lungomare di Rio de Janeiro era famoso, in quel periodo, per ospitare un sacco di turisti da tutto il mondo, turisti che, dopo aver fatto il bagno ed essersi abbrustoliti al sole, andavano poi a sperperare i soldi nei bar più chic piazzati strategicamente non molto distante.

Ed  era lì che Catalina ricevette quell’enigmatico essere, che aveva detto di chiamarsi Guillermo.

“Mi chiamo Guillermo” confermò lui, mentre si trovavano di fronte a un cocktail, e si squadravano, lei incuriosita, lui languido.

“Che cosa vuole da me?” chiese la modella.

“Voglio proporti una cosa che nessuno ha mai pensato di fare, un lavoro che farà impennare il cognome della tua famiglia fra i primi tre posti dei cognomi più famosi in Argentina”

Catalina era rapita.

“Ho bisogno che tu faccia un calendario, nuda, per il 1984 appena arrivato”

Catalina arrossì violentemente. Certo, lei era bella e attraente con le curve al posto giusto, ma… posare nuda? Un paesino come Villa Nueva non sarebbe rimasto di certo a guardare senza commentare… ecco perché doveva assolutamente trasferirsi a Buenos Aires.

“Una ragazza del tuo calibro non può vivere ancora in un posto sperduto della Pampa come Villa Nueva” disse Guillermo, senza specificare come sapesse quell’informazione.

Non sapeva, però, che c’era su quello stesso tavolo una saliera, la quale stava osservando tutto rimanendo impassibile.

“Come compenso, ti offriamo un milione di pesos” disse Giullermo, sorseggiando il suo cocktail dalla cannuccia.

Nel frattempo, nella solita stanza nera, l’uomo seduto nel suo ufficio stava contando i pesos appena prelevati dalla signora Riquelme.

“Sono proprio un milione” disse lui. “ma ancora nessuno di voi mi ha detto perché abbiamo catturato Carlos Espimas, il quale non serve a niente nei nostri piani”

In attesa della risposta, si sentì un rumore di vetri infranti e una risata isterica.

“Avete fatto scappare Carlos Espimas, che era fondamentale nei nostri piani” disse l’uomo in nero, congiungendo i polpastrelli delle dita, come sempre quando era furibondo. Era l’unica azione che lo segnalava quell’emozione, perché il tono era sempre lo stesso.

Carlos Espimas corse a perdifiato, seguito dal fedele cane, fino ad arrivare a casa sua. Non aveva capito che strada avesse preso e si stupì nell’arrivare così presto.

Fernando, il primogenito, lo accolse subito, trafelato quanto il padre.

“Dove sei stato? Ti abbiamo cercato ovunque!”

Carlos si riprese dal fiatone e riuscì a biascicare: “Fernando…” tirò ancora il fiato “Ci sono persone in nero, a Villa Nueva”

Fernando sgranò gli occhi.

Nel frattempo, a casa Sanchez, Adele stava passando ore noiose dentro la sua stanza. Aveva rifiutato di muoversi per i restanti nove mesi della gestazione e stava adempiendo a quella promessa alla lettera.

Improvvisamente, però si sentì bussare.

“APRI!” la roboante voce della nonna Ana Lucia fece tremare i muri della tenuta.

Adele finì per cadere dal letto e, temendo di avere perso il bambino, che probabilmente doveva ancora formarsi visto che era passato troppo poco tempo dall’inizio della gravidanza, andò lentamente ad aprire.

Adele passò davanti alla nonna Ana Lucia, che se avesse potuto l’avrebbe fulminata, e aprì la porta della tenuta di famiglia, che in quel momento apparteneva a Marìa la giardiniera.

“Salve” salutò quello che poteva somigliare a Miguel Espimas, dal sorriso abbagliante. “C’è la mia ragazza, ma muy caliente Clara Sanchez?”

Adele scosse la testa. “No. È impegnata con la lavatrice”

Miguel sgranò gli occhi, senza sapere che la lavatrice continuava a girare…

 

La Ropa Sucia/43

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I fratelli Gutierrez non erano persone che potevano accordarsi facilmente, meno che mai se c’era una donna in mezzo. Per inciso, quella donna era Rosa Espimas, l’unica femmina della nutrita famiglia.

“Tu come hai osato metterti in mezzo mentre ci stavo provando con Rosa, la chica formosa?” chiesero all’unisono, l’uno contro l’altro. Si trovavano per inciso nell’ampio salotto, mentre tutta la servitù li guardava sottecchi.

Sia el tiburòn che el loco erano in piedi, vestiti allo stesso modo, ma che però non erano gemelli. Tuttavia sembrava che lo fossero, visto che in quel momento erano lividi di rabbia.

“Vedremo chi arriverà per prima al cuore di Rosa, hermano” disse el loco, enfatizzando l’epiteto e desiderando che colui che gli stava di fronte smettesse di esserlo.

“Ohohoh, a meno che non ti stia usando per arrivare a me, el tiburòn” rimbeccò il fratello, cadenzando il suo tono per ferire il fratello, fargli male, anche se era più alto.

“Vedremo, vedremo” rispose el loco. “sempre se saprà decifrare quello che dici, visto che non si capisce niente”

“E tu sei più stupido della stupidità!”

“Calmatevi, ragazzi! È l’ora dell’amore!” esclamò la loro madre, saltellando di gioia, vestita dell’attaccapanni dello zio Matìas e uscendo dalla sala esattamente com’era entrata, ballando.

Il fatto era che, se si faceva vedere in questo modo, era per sviare i sospetti degli agenti in borghese che stavano spiando la villa Gutierrez dove si diceva fosse commesso un omicidio.

Nel frattempo Pedro Sanchez rifletteva. Non capitava spesso.

Si era cacciato in un inferno: il suo fratellastro millantava diritti sulla sua famiglia che non sapeva potesse millantare, era incatenato con le manette alla procace Marìa, proprietaria della villa e ogni sera era costretto a vedere le acrobazie dei due sul letto. Sul so letto, quello di Pedro, e lui dormiva a terra.

L’unica cosa che poteva fare era scappare, andare via da villa Sanchez e creare una nuova identità, tanto più che ormai sua sorella Clara aveva perso la testa per Miguel Espimas e Adele era incinta di un bastardo.

Ma che cosa aveva in testa, quando aveva deciso di provarci con Marìa? Beh, a dire il vero ai tempi Marìa non aveva tutti i milioni che invece poi avrebbe avuto.

Decise quindi di prendere una forcina, mentre Marìa e Diego Sanchez dormivano abbracciati in una scena svenevole.

Mentre forzava l’apertura delle manette, a Pedro veniva in mente tutte le volte che lo aveva fatto, intendo aprire le porte con una forcina, per il gusto di farlo, perché in realtà non aveva mai rubato. Inoltre, con la dittatura bisognava stare molto attenti a non farsi scoprire durante il coprifuoco.

Riuscì. Pedro era libero, eccetto forse per un rosso segno sul polso che lo rendeva riconoscibile.

Con la massima attenzione, sgattaiolò fuori dalla finestra aperta. Era estate, si dormiva con la finestra aperta, zanzare tigre o no. Pedro sapeva anche che la sua stanza era al primo piano della villa, ma dopo tutte le volte in cui era riuscito a venire fuori da tutte le punizioni che lo tenevano chiuso in camera, ormai sapeva a memoria che cosa fare.

Si arrampicò giù per il muro e atterrò sul prato. Uscì dalla villa e sbatté improvvisamente contro un corpo che correva a tutta velocità.

Una volta a terra, riconobbe contro chi aveva sbattuto.

“José!” esclamò, irato. “Dove sei stato? Tuo figlio ti cerca!”

José arricciò le labbra. “Ho dovuto faticare tantissimo per svicolare da mia madre e adesso tu pretendi che io faccia visita a mio figlio?”

Pedro alzò le spalle, non sapendo come rispondere.

“In effetti… sì, volevo far visita a mio figlio in piena notte”

“Attento a non smuovere la lavatrice, allora” disse Pedro, non pensando a cosa stesse dicendo.

José sgranò gli occhi e la lavatrice continuò a girare…