La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/05

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Mond girò annoiato lo stufato che la figlia dell’oste gli aveva dato con un sorriso lasciato davanti. C’era del brodo vegetale, dei broccoli, qualcosa che sembravano patate e altre verdure. Il tutto accanto a del pane.

“Mi fa schifo il minestrone” disse. “Anche col pane, non è che cambi”

Era circondato da soldati, ma Gerald stava notando che non sembrava a disagio per quello, piuttosto per il luogo in cui si trovava, che effettivamente era ben diverso dai luoghi descritti da Mond, il quale parlava di bianche torri e ampie sale. Si trovavano in una bettola dall’aria ammuffita e molto poco curata. Gerald stava consumando zuppa di fagioli, ma pensò di non chiedergli di fare cambio. Mond doveva abituarsi alla cucina povera.

“Sei stato asciugato e riscaldato, ti sono stati donati dei vestiti più consoni per camminare e adesso hai dell’ottimo minestrone davanti. Certi tuoi coetanei non hanno le tue stesse fortune, soprattutto in tempi di epidemia e di guerra” osservò sir Luke che aveva preso il posto di sir James come capogruppo, evidentemente non lo conosceva. Neanche Thomas faceva più caso ai lamenti del figlio della Luna: era abbastanza probabile, pensò Edward, che stesse riflettendo sull’entità dell’oro che la Regina avrebbe sborsato per riaverlo.

Edward, tuttavia, non aveva nessuna voglia di finire a Palazzo Reale, al cospetto del nuovo sovrano. Erano ancora chiusi alla locanda e potevano facilmente scappare, se solo si fosse presentata l’occasione propizia. Si guardò attorno: c’era gente di tutti i tipi. Lavoratori in pausa, viandanti, soldati rimasti a pattugliare il reame, alcuni vagabondi e persino una donna vestita di un lungo abito senza cuciture, come se venisse direttamente da un’altra epoca. C’era dunque il ragazzino della Luna e la donna del passato. La donna era molto attraente, ed era intenta a leggere un foglio mentre fumava la pipa. Chissà a chi appartenesse, ma nel frattempo il cavaliere reietto lasciò vagare la sua immaginazione, vedendosi mentre le parlava… e osservandola avrebbe fatto…

“Andiamo o no?”

Edward si alzò. Aveva perso l’occasione, ma aveva giurato che lei si fosse girata a sorridergli. Non l’avrebbe mai saputo.

Uscendo, le strade strette di Senerbez si ripresentarono in tutta la loro riservatezza, anche se ripercorrendo la strada al contrario Edward pensò che quel paesino nascondesse molto di più di quel che voleva mostrare, così decise di chiederlo a Thomas.

Thomas, dopo aver ascoltato quelle sensazioni, disse “Non è da escluderlo. Si raccontano molte cose, dietro i fatti reali, cose che nessun abitante del regno di Ontaria, soprattutto la gente che non crede alla magia e al sovrannaturale, farebbe bene a prestare l’orecchio, anche perché non sono affari che lo riguarderebbero”

Edward si stizzì. “Come osi parlarmi in questo modo? Ti ricordo che per la mia gente sono ufficialmente disperso, dunque non appartengo più al regno di Ontaria. Sono un uomo libero le cui radici sono state estirpate nel momento in cui…”

Si interruppe, deglutendo. Sudò freddo, e non aveva nulla a che fare col vento pungente che ancora soffiava.

Non osava dire ad alta voce cosa fosse successo ad Ashengard. No, non poteva né voleva.

“Poche chiacchiere laggiù, o ne subirete una punizione” ordinò sir Luke, che decise di togliere Mond dalla cavalcatura di Gerald e condurlo lui stesso.

“Affermi di avere bisogno di un dottore, giusto? Ti accompagnerò personalmente al cospetto del medico di questo villaggio”

“No” disse Mond. “Voglio il Regio Medico di questo reame. Sono sempre stato visitato dai migliori specialisti, non ho bisogno di un buzzurro che mi dica di bere chissà quale pozione fatta di urina o che so io”

Luke rabbrividì. Chi era quel ragazzino?

“Voi” si rivolse ai suoi sottoposti. “Fate in modo che nessuno scappi. Io vado con questo moccioso dal medico. Non vorrei che il disturbo che ha alla pelle sia davvero scabbia”

Detto quello, si allontanò. Thomas, Edward e Gerald rimasero soli contro quattro soldati. Nessuno aveva voglia di parlare, c’era soltanto chi si lambiccava per trovare un diversivo in modo da scappare e chi invece stava attento alla più piccola trappola e dunque intervenire.

“Il Re è morto” annunciò Thomas. “Siete ancora sicuri che sci sia un governo che ci condannerebbe? Non è più plausibile che ci verrà confermata la grazia?”

“Non esiste grazia per certi crimini” disse un soldato, senza guardare nessuno in faccia.

“Sai forse per quali crimini ci stanno condannando? E se ti dicessi che io abbia avuto una figlia da mantenere, e che gente come te mi ha condannato solo perché ho provato a sfamarla con una mela?”

Gerald guardò per un attimo il compagno ma non disse nulla. Neanche gli altri soldati dissero nulla. Sir Edward conosceva, tuttavia, quella legge, perché la applicavano anche ad Ontaria: chiunque veniva sorpreso a rubare subiva l’amputazione dell’arto con cui aveva compiuto il crimine.

Improvvisamente cominciò a piovere. Che strano, si disse, avevano parlato tutti di siccità.

“Scappiamo, via tutti, presto!”

Furono attimi esagitati in cui anche i cavalli presero a imbizzarrirsi: molta gente usciva dalle case correndo, chi verso di loro, chi verso le montagne, e si sentirono delle urla.

Edward vide che molti soldati cominciarono a ristabilire la calma, ma Thomas spronò il suo cavallo e fuggì via, accompagnato da Edward. Gerald, invece, si preoccupò per Mond. Non aveva idea di cosa fosse successo, ma ringraziò mentalmente il dio che adoravano i suoi conterranei per qualsiasi scompiglio generato. Col suo cavallo saltò parecchi ostacoli e si incuneò fra le molteplici vie, fino a riconoscere il cavallo del cavaliere Luke, evidentemente ancora chiuso nella sede del medico.

Non appena scese dal destriero per poter entrare, proprio in quel momento uscirono anche il cavaliere e Mond.

“Bene” disse sir Luke. “Costui non ha nessun malanno. Mi avete solo fatto perdere del tempo prezioso. Andremo tutti al palazzo reale”

Mond non stava dicendo nulla, ma era molto contrariato. Poi sbottò: “Siete degli stupidi inetti. L’aveva detto, il mio precettore, che nulla di buono si può trovare nel mondo degli umani”

“Dallo a me. La tua missione è fallita. La città è nel caos e i tuoi soldati si sono fatti sfuggire i malviventi. Arrenditi”

Mond non capiva se quell’uomo stesse dicendo sul serio, soprattutto contro un soldato dotato di spada, quando invece lui non ne aveva alcuna. Si disse che purché si facesse in fretta, era anche disposto a parteggiare per lui, anche solo per il fatto che si stava intirizzendo, col freddo che stava portando la pioggia. Era vero che portava degli abiti che non erano il suo pigiama, ma c’era comunque un freddo umido che penetrava nelle ossa, simile a certi inverni trascorsi sulla Luna.

Sir Luke, dal canto suo, sguainò la spada e attaccò Gerald, il quale dimostrò tuttavia degli ottimi riflessi.

”Adesso si capisce perché non ti trovi ad Ashengard. Sei solo un cadetto!” lo schernì. “Lento, impreciso e prevedibile!”

Mond lo vide: era veramente enorme, robusto e molto alto. Non ci aveva mai fatto caso perché era stato sempre a cavallo, ma quando Gerald prese per il collo il povero soldato e cominciò a strangolarlo sentì molta forza, forza che sentì anche dentro di sé.

Fu allora che Mond provò della stima, per la prima volta, per un essere umano.

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