La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/24

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

“Che fare, dunque? Non siamo più prigionieri dei Sotterranei” disse Thomas. “Io direi di fuggire da questa città di pazzi invasati, prima di farci male davvero”

“Io invece voglio rimanere” disse sir Edward. “Voglio combattere i Sotterranei e liberare i sofferenti, che sono più di quanti credessi”

“Certo, perché questo è un tuo residuo di codice morale cavalleresco” convenne Thomas. “Ma, rifletti! Abbiamo un bambino con noi, non può andarci sempre bene come a Rockhafort!”

“Il bambino di cui parli ha condotto la difesa a Rockhafort” disse Edward. “Io rimarrò. Non sono più un cavaliere di Ontaria. Adesso uso la mia spada per la gente che ha fame, che mi guarda supplicante, che chiede giustizia contro le ingiustizie”

Thomas cercò sostegno da Gerald, il quale stava finendo di bere un  boccale.

“Tu che ne dici?”

“Io dico solamente che ognuno deve fare come si sente. Non siamo, nessuno di noi tre, legati da un vincolo indissolubile. Chi vuole rimanere per combattere, lo faccia. Ricordati che i Sotterranei sono rivali anche del Regno Invisibile, quindi se dovessimo lasciarli fare prima o poi si batteranno contro di loro, portando la nazione ad una guerra civile che, dopo Ashengard, non vuole più nessuno. Pertanto dobbiamo rimanere, ne va della nostra stessa sicurezza”

Thomas batté un pugno sul tavolo.

“Inoltre dobbiamo insegnare a Mond a tirare con l’arco. Chissà se può rendersi utile” soggiunse. Mond lo guardò di traverso.

“Non voglio maneggiare altre armi in tutta la mia vita” dichiarò con l’altezzosità che aveva imparato in anni di freddo disprezzo a cavallo delle gambe di sua madre.

“Male, non è ciò che direbbe un principe” disse Gerald. “O perlomeno, il principe che vorrei io per la mia gente”

Stava riflettendo non poco sulla sua condizione e non gli sarebbe dispiaciuto avere una casa sicura, un lavoro onesto.

Una famiglia. Ciò che si era negato per anni, e dopo aver visto la vita e le gioie piccole del quotidiano, come si poteva intravedere in quella città o a Rockhafort, quel suo desiderio proibito a causa del figlio perduto poteva tornare a essere realtà.

“E sia, dunque” disse Edward. “Andiamo”

Uscirono dalla locanda, che ormai era deserta. Persino i proprietari erano andati a dare manforte al focolaio della rivolta.

“È assolutamente incredibile che per un’assurda coincidenza l’assassino che stava spaventando i Sotterranei si trovasse proprio in questa bettola!” esclamò furibondo Thomas che, stupefatto anche da se stesso, non riusciva a staccarsi dai suoi compagni, pur desiderando essere altrove. “Abbiamo perso un intero pomeriggio a riflettere e poi l’abbiamo avuto sotto il naso, totalmente ubriaco da non capire che stavamo cercando proprio lui”

“Be’, tieni presente che tuttavia una mano ci è stata dato dalle cucitrici” affermò Gerald. “E sei stato proprio tu a fare questa deduzione”

Thomas non disse più nulla. Era vero, era stato lui a portare tutti quanti nella pista giusta e se non fosse stato per lui non sarebbero andati da Judith e non avrebbero imboccato quella locanda. Ma solo perché Mond aveva fame.

Attraversarono una delle strade e trovarono gente che costruiva barricate. Altre barriere di quel tipo stavano sorgendo nella zona, ma oltre alle urla dei comandi si cominciarono a udire anche forti esplosioni.

Improvvisamente si ritrovarono divisi. Edward andò da aiutare una famiglia in difficoltà contro dei Sotterranei spaventosi che brandivano un’ascia arrugginita; Gerald andò ad aiutare in una delle barricate e Mond, mentre correva dietro di lui, venne investito da un cavallo.

Quanto a Thomas, cominciò a saccheggiare le botteghe ormai incustodite assieme ad altri razziatori, certo di non sapere fare nient’altro che quello.

Edward sguainò la spada e tenne a bada uno dei tre Sotterranei, mentre la famiglia che stava aiutando cominciò a rannicchiarsi in un angolo della casa, barricandosi all’interno e lasciando il cavaliere da solo sulla strada, vagamente illuminata da torce e incendi, mentre la sera scendeva rapidamente.

“Non ce… la faccio” disse, mentre parava gli artigli. Si sentiva appesantito, come se qualcuno stesse bloccando i suoi movimenti. Ormai i nemici lo avevano circondato.

“Mi stanno annebbiando la mente” pensò fra sé, mentre i Sotterranei allungavano le mani per poterlo graffiare. Probabilmente mangiavano i cadaveri e altri pensieri orribili cominciarono ad affiorare nella sua testa “Chissà se mi troverebbero appetitoso”

Edward prese un pugno di terra e la lanciò verso uno di loro, anche solo per poterlo accecare. Funzionò. Il Sotterraneo prese a tossire e venne sostituito dagli altri due, ma Edweard era già lontano. Si sentì più leggero. Ciò significava che i loro poteri non funzionavano a lunga distanza. Il cielo cominciò a rannuvolarsi, probabilmente avrebbe piovuto.

Edward si guardò attorno: c’erano case in  tutti e quattro i punti cardinali, gente che fuggiva o che combatteva. I Sotterranei erano un buon numero, ma anche chi resisteva loro si era sempre nascosto ordendo una congiura che era riuscita a trovare il proprio sbocco violento proprio quella sera.

Lui era davanti a tre Sotterranei dotato della sua sola spada, che al momento sembrava poco più di uno stuzzicadenti.

Avanzavano, mentre piccole gocce fresche di pioggia cominciarono a scendere dal cielo. Ciascuno di loro brandiva un’ascia. Dopo poco arrivò anche il terzo, quello che aveva accecato. Edward notò che stavano camminando strisciando i piedi, come se non potessero o volessero correre. Niente a che vedere con ciò che era stato ad Ashengard, dove migliaia di piedi tutti nello stesso spazio ristretto lottavano per un minuscolo alito di vita.

Abbassò la spada e cercò di trovare la concentrazione. I minuti presero a dilatarsi. I Sotterranei ormai cominciarono ad alzare la loro arma per porre fine alla vita del cavaliere…

Era il momento.

Edward, confidando sulla qualità della lama forgiata nelle rinomate fucine di Ontaria, disarmò con un colpo deciso tutte e tre le asce e con una, due, tre fendenti riuscì a eliminare i suoi nemici, evitando tutti i contrattacchi con la spada e le gambe. Era stato molto veloce e scattante, riuscendo dunque a escludere tutte le emozioni e non dando modo ai demoni di entrare nella sua mente. Sapendo come era possibile sconfiggerli, cominciò a correre e a duellare uno dopo l’altro.

Nel frattempo a Gerald fu data una mazza chiodata, mentre resisteva assieme a una pugno di altri popolani. Era molto difficile tenere a bada i Sotterranei di quella zona, poiché usavano tecniche che nessuno aveva mai visto o udito: allungavano le braccia, lasciavano emanare degli effluvi neri e, se avvicinati, manipolavano la mente rendendola stanca e assonnata, intorpidendo in quel modo tutte le altre membra. Gerald questo lo aveva capito e si sforzava di pensare il meno possibile, arrivando a suggerirlo anche agli altri compagni, che dietro la barricata lanciavano dardi o torce a quei demoni spaventosi.

Per ogni assalto rispondevano dunque tutti all’unisono,  e i demoni non riuscivano a sfondare finché non cominciò a piovere. Riempirono d’acqua molti secchi e decisero di aiutarsi anche con quel liquido.

“Creature che hanno vissuto nell’umidità trovano nell’acqua il loro elemento, no?” fu chiesto a Gerald.

“Forse, ma noi abbiamo questo e poco altro” rispose, e ardì di uscire dalla barriera con la mazza per affrontare a viso aperto i nemici. La mazza chiodata affondava sulla pelle nera dei Sotterranei come coltello nel burro, e ben presto Gerald si ritrovò intriso di sangue nero mischiato a pioggia.

Mond, nel frattempo che gli altri compagni combattevano contro i demoni, si risvegliò dentro quella che sembrava una casa.

“Dove… sono?” chiese. Non era la prima volta che sveniva durante quel suo pellegrinaggio in quel mondo. La testa gli doleva e si accorse di essere fasciato. Alla sua destra a lui c’era della carne e una zuppa di lenticchie.

“Benvenuto, bambino. Ti chiesto scusa se ti ho travolto col mio cavallo, ma converrai con me che questa notte è troppo importante per camminare lentamente. Sarai tenuto al caldo, qui, aiutato da mia moglie e le mie figlie” disse un uomo seduto poco più in là del mobile dov’era poggiato il suo pasto.

“Va… bene” disse vago “Credo che tutti noi siamo un po’ agitati. Chi sono i Sotterranei, in ogni  caso? Perché fanno paura, e nel frattempo si ingraziano il popolo con del finto benessere?”

“È quel che vorremmo sapere pure noi” ammise l’uomo. “Non tutti gli sono fedeli. Io non li odio, perché effettivamente la città è migliorata sotto la loro egida, ma non li amo perché se non la pensi come loro, ti uccidono”

Mond rifletté. Fuori da quell’abitazione c’era gente che rischiava la vita salendo sui cadaveri delle altre persone, mentre lui non aveva ancora fatto nulla.

“Ti abbiamo preparato del cibo affinché possa riprendere colorito. Hai una pelle pallidissima, ragazzo. Direi decisamente bianca” disse l’uomo, alzandosi e preparandosi per uscire.

Mond, pazientemente, rispose: “Sono fatto così. La mia pelle è bianca esattamente come il paese da cui provengo”

L’uomo immaginò tante montagne una accanto all’altra, perennemente innevate.

“Voglio venire con voi. Voglio combattere, organizzare le difese di questa città. Voglio fare qualcosa, fatemi fare qualcosa. Sono un principe sfortunato, io”

“Un principe?” chiese l’uomo, ma guardandolo bene negli occhi poteva intravedere una certa determinazione.

“E sia, vieni con me” propose.

“Dopo aver mangiato!” esclamò una donna che fino a quel momento non aveva parlato.

Mond mangiò in fretta ma con gusto. Si sentì rinvigorito e per la prima volta rivalutò la cucina di quelle contrade.

“Grazie, signora” disse, inchinandosi.

“Oh, ma che bravo bambino!” si deliziò la donna. “Andate a combattere. Io non riesco a uccidere”

Mond sapeva che non riusciva nemmeno lui, ma qualcosa doveva pur farla per proteggere i suoi accompagnatori. E, se era vero che la luce della luna influiva sui suoi poteri, era la notte giusta per provarlo.

Corse lungo la via ignorando la pioggia. Tutto attorno era costellato da demoni stesi per terra e uomini feriti o mutilati, inframmezzati da incendi. Un paesaggio spettrale, pensò Mond, che non avrebbe dimenticato.
Verso di lui stavano giungendo tre demoni a cavallo. Li riconobbe: erano i Maghi che li avevano catturati.

“Ci si rivede” disse uno di loro. “Avete catturato il criminale che stava assassinando i nostri sudditi, vero? è per questo che in città c’è il caos… non siete gente comune, proprio come avevamo immaginato”

Mond era a una svolta: era un ragazzo o un principe? Si poteva essere principi rimanendo ragazzi?

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