Quel che un asparago avrebbe detto…/37

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37 … se non fossi afono
“C’è da dire che la nonna ha fatto un ottimo lavoro” disse l’asparago alla spiga di grano, qualche settimana dopo. “I lavandini sono egregi, non più grigi come sospettavo.”
“Esimio, lei ha perfettamente ragione” rispose lui. “Inoltre, possiamo ben dire che la vita procede tranquilla a dir poco, non mi pento di affermarlo.”
Il sole sorrideva e sembrava non stesse per succedere alcunché, infatti sopraggiunsi io stesso, l’autore di questa storia.
Decisi di andare a trovare l’asparago perché la birra non era più petulante come prima, e nemmeno io sfavillavo di energia, così decisi di fare una bella chiacchierata col mio protagonista.
“Ebbene” esordii. Poi, però, non riuscii più a dire alcunché.
L’asparago non mi riconobbe. “Chi è lei? Che cosa vuole dirmi.
Ma nessun tipo di suono fuoriusciva dalla mia bocca, in nessun modo io potessi esprimermi, e dire che in quel torno di tempo conoscevo ancora tutte le capitali del mondo.
“Non capisco proprio nulla. Anzi, è lei che non parla. Parli, e magari possiamo costruire una conversazione sensata”
Il problema era esattamente quello, non riuscivo proprio a parlare, in nessun caso. Neanche una sillaba, così decisi di ustilizzare le spighe ma una trappola mi morsicò le mani.
“Eh no, non può utilizzarci come punteggiatura, spiacente” commentò sprezzante l’asparago. “Da quando sono andato a trovare i miei parenti adesso sono molto più attento a tutto quanto, perché un giorno credi di avere a che fare con spighe normali, il giorno dopo invece si auto definiscono parenti e ciò è un problema”
Lo guardai male. Che cosa intendeva dire? Che non ero degno di una chiacchera con lui e quindi il minimo che poteva capitarmi era un coso enorme, metallico e dentato sulla mano? E che cosa direbbe se non fossi afono?
Gli chiederei sicuramente che ne era stato dei mattarelli. Decisi di scriverlo e di mettere il foglio al suo cospetto.
Lui lo guardò, lo lesse e provò un certo imbarazzo.
Perché?

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