Racconto a catena/11

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E dunque ci fu un sassofono che riecheggiava nell’aria. Alcuni barboni si stavano scaldando al fuoco, acceso dentro qualcosa di simile a un bidone. Il vicolo era sporco, gretto, ancora più sporco e sei ratti correvano verso l’interno delle grondaie. Ben presto, quello stabile avrebbe avuto bisogno di una derattizzazione.
Il numero sei, facendosi caldo con una strana sciarpa fredda e calda, e indossando il trench di ordinanza, andò verso quel piccolo gruppo di sfaccendati.
“Salve” esordì, guardandoli uno per uno. Erano sei. “Cerco Jovanotti”
“Non è qui” rispose una di loro. “è uscito che dorme, ora mangia e verrà”
“L’anno che verrà” commentò il sei, a voce bassa. “Un’ottima canzone”
Nessuno lo ascoltò.
Jovanotti era sicuramente il più famoso tra i barboni, chiamato così perché somigliava al noto cantante italiano Lorenzo Cherubini, ma non c’entrava nulla con lui caratterialmente. Tanto per dirne una, non cantava, né aveva mai composto nulla. Soprattutto, parlava con le S normali. Esse di sei. Ecco perché il numero lo cercava.
Pervenne stiracchiandosi e, dopo aver messo una pallina di carta dentro il sassofono, per interrompere la musica, si avvicinò al numero che lo aveva chiamato. Eppure, avrebbe giurato che la gente tendeva a scambiarsi molte più cifre, in quanto a numero di telefono.
“Non ho capito” esordì “Puoi per caso ripetere?”
Il sei lo guardò. Aveva tre occhi, una piccola coda e ingobbito lo guardava da dentro un cappuccio, molto logoro. Ricordava un portapenna, ma il Sei sapeva che non potevano esserci portapenne lì. Era molto più credibile avere avuto il Mozambico.
“Non ho ancora detto nulla” disse il Sei.
“Sono stato una volta, in Mozambico” dichiarò Jovanotti. “Ben posto. C’era anche dell’erba”
“Per erba intendi la…”
“La droga? Perché non lo dici chiaramente? Non penso che le persone parlino in codici, non siamo ancora a quel periodo dell’anno!” esclamò il barbone. Poi accese una sigaretta. “Che cosa vuoi da me?”
“Qualcuno ha rapito i carrelli del supermarket” rispose il sei, tentando di non distrarsi a causa del vago rumore di auto e di ambulanze che sfrecciavano sul viale che costeggiava un porticciolo. “Tu sai chi è stato”
“No” rispose lui. “Ma il mio portapenne sì”
Frugò nel pastrano e venne fuori un portapenne. All’interno c’era un biglietto. Jovanotti annuì, come se avesse voluto incoraggiare il suo nuovo amico a prendere quel lercio pezzo di carta.
“Non è il momento”
Così c’era scritto. Il Sei capì.

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